Arte, Cultura & Spettacoli

Tutankhamon Caravaggio Van Gogh con gli occhi del curatore

“Perché non è semplicemente una mostra sul paesaggio notturno, ma molto di più. È soprattutto una notte spirituale e interiore, che ho ricercato nei miei viaggi e ritrovato nell’arte”. Questo è quanto tiene a precisare Marco Goldin, curatore della grande mostra in Basilica Tutanhkamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento. Se si sfoglia il catalogo della mostra infatti, si ritrovano punti di riferimento non solo artistici, ma anche poetici, letterari e filosofici. Dietro all’esposizione e alle scelte di Goldin sembra esserci dunque la convinzione che la notte non sia solo sfondo suggestivo, ma simbolo per qualcosa di più complesso, quello che si direbbe un tema totalizzante, che racchiude in sé tutti i temi e la vita intera.

“Nella prima sezione – racconta Goldin in una piccola visita guidata – si entra da un corridoio, sotto un cielo stellato: ho voluto far provare a tutti l’esperienza del proprio corpo nella notte. Subito poi gli Egizi, per un motivo molto semplice ma profondo: sono stati i primi ad interrogarsi sul rapporto tra tempo della vita e tempo infinito, i primi ad abitare la dimensione del passaggio tra l’uno e l’altro. E questo è un tema centrale quando si riflette sulla notte. Ecco allora perché ho messo in contatto l’eccezionale esemplare di Ritratto del Fayum, con il suo volto comune di persona semplice di 5 mila anni fa, con le maschere funerarie e le statuette dei faraoni: sono due modi di pensare e vivere il tempo, rappresentati da due reperti artistici diversi ma dello stesso periodo. Il tutto in dialogo però, nella stessa stanza, con il legno policromo di Lopez Garcia dal titolo La donna addormentata, dove l’autore contemporaneo ci mostra come la notte non contenga solo il sonno, ma anche il sogno, l’eternità come la ferialità”

“Dalla seconda sezione comincia la mostra vera e propria di pittura, e il primo ambito tematico che ho scelto è stato La notte come contenitore di storie. In particolare due temi sacri, ma molto diversi tra loro. Nella prima sala dominano le immagini del Cristo, ma le opere esposte danno altre suggestioni legate alla notte: il malinconico Doppio ritratto di Giorgione ci dice che la notte si avvicina spesso attraverso le finestre, le stesse finestre che, anche con Lopez Garcia, si fanno limite tra ciò che è noto e ciò che è ignoto; poi Caravaggio, che ci mostra fin da subito, con Marta e Maria Maddalena, come la notte non sia solo contorno per le opere, ma possa diventare elemento dominante, non solo aggettivo ma anche sostantivo. Nella seconda sala le rappresentazioni di San Francesco mostrano come la notte diventi povera, mistica, silenziosa. Dall’Estasi di Caravaggio agli Anacoreti di Zoran Music è tutto un percorso di spoliazione, di uno svuotarsi nella notte, e mi è piaciuto mettere in dialogo tutto questo con un quadro di tendenza assolutamente opposta, come l’Isabella di Gainsborough, che infatti è posizionata in modo da dare le spalle a San Francesco”

“Dopo una terza piccola sezione, con quadri di Rembrandt e Piranesi, dedicata alla nobile e delicatissima arte dell’incisione, resa ancor più difficile se il tema scelto è la notte, nella quarta parte ci accolgono subito i Pescatori a costa di sottovento con tempo burrascoso di Turner. Qui siamo immersi in ciò che potevamo aspettarci fin dal’inizio, in una notte come puro paesaggio, grande fonte di ispirazione per tutti i romantici. E infatti siamo già nell’800, con Turner e poi con Friedrich. Questi sono messi però in rapporto e dialogo con degli artisti americani, come Allston o Church: i primi trattano la notte e le sue suggestioni come un tema metafisico, fonte del sentimento del sublime, con un’umanità sovrastata dalla potenza dell’infinito, i secondi sono invece più legati alla realtà, con scene di tutti i giorni che emergono dallo sfondo notturno.

“Ho voluto accostare poi il Van Gogh di Autunno, paesaggio al crepuscolo con la Maerkische Heide di Kiefer, per mostrare la strana unione di romanticismo e realismo, con la via che si perde nella natura quando il sole ormai se n’è andato del primo, in rapporto alla via che sale ben oltre il confine dell’orizzonte del secondo, entrambi attenti al peculiare rapporto che si instaura con il cosmo infinito. Gli impressionisti in tutto questo cominciano a mettere in discussione lo spazio: se prendiamo il San Giorgio Maggiore dopo il tramonto dipinto da Monet e copriamo con una mano la chiesa e le poche gondole veneziane, quello che resta è in tutto e per tutto un quadro astratto. Conta qui solo l’emozione, quella con cui si guarda alla realtà”

“Nella quinta sezione ho voluto far vedere la resistenza della pittura come linguaggio artistico. Caso particolare quello di Nolde, rinchiuso a Dachau per un anno e mezzo, che per tutta la sua prigionia e rischiando la vita non ha trovato mezzo migliore per sopportare tutto il terribile che aveva attorno se non quello di disegnare e dipingere, su piccoli pezzi di carta da nascondere alle guardie. I suoi Girasoli in una tempesta di vento notturna raccontano da soli della resistenza della pittura e del suo profondo ruolo emotivo per l’uomo. Accanto a lui però, ho aggiunto tre quadri di autori contemporanei, Wyeth, Guccione e di nuovo Lopez Garcia, perché il tema della notte può ancora oggi essere raccontato con originalità. Sopra al meglio della pittura astratta ho voluto ci fosse un dipinto di cielo stellato, quasi a protezione di questo genere di pittura. La notte qui è un puro fatto dello spirito. De Stael è ancora legato ad un qualche tipo di figurazione: la sua Natura morta nella notte è esemplare in questo. Ancor più significativo se si considera che questo quadro è stato dipinto qualche giorno prima del suicidio dell’artista, e quella mensola su cui poggiano vari oggetti di vita quotidiana sembra proprio un trampolino verso il blu profondo: non è un caso forse che l’oggetto più vicino al bordo sia una candela consumata. Anche Rothko vive la stessa situazione quando dipinge il suo Nero su grigio, colori notturni e funerei mai usati prima dall’artista e ben rappresentativi dell’animo dell’autore, prossimo al suicidio”

“In loro, come in Louis e in Noland, si gioca molto con l’assenza per citare una presenza, e per averne la prova basta entrare nell’ultima sala, quella che riassume i temi di tutta l’esposizione. Qui, Arancione e marrone di Rothko sembra riprendere la stessa tonalità della Donna di Tahiti di Gauguin, quasi rappresentando con un’assenza e una semplice citazione tutto il portato emotivo di quel quadro. Ho voluto poi accostare il Gauguin della Notte di Natale con Wyeth, e la sua Mattina di Natale, che rappresentano il massimo della spiritualità. Il primo, ormai morente in una qualche isola del Pacifico, dipinge la nostalgia per la Bretagna, con i suoi tetti fumanti, la neve e i buoi. Il secondo, sconvolto dalla morte della madre di un caro amico, la dipinge con il viso toccato dalla luce della prima stella del mattino, all’alba di Natale, mentre la natura la sta già prendendo e con l’ombra del figlio al centro del quadro: un ombra tratteggiata senza il corpo che la giustifichi”

“C’è poi il Narciso di Caravaggio, che ci ricorda il tema del corpo e dell’immersione nella notte. La Sepoltura di Cristo di Giordano accanto a L’omicidio di Cezanne, due deposizioni ma del tutto diverse. C’è lo Studio per nudo accovacciato sotto il cielo serale di Francis Bacon, sempre in rapporto al tema del corpo e al suo disgregarsi nella notte. Ma soprattutto c’è Il sentiero di notte in Provenza di Van Gogh, il quadro da cui sono partito per pensare a tutta la mostra e che forse racchiude in sé tutto il suo significato: è l’unione più perfetta tra lo spazio e il rapporto straziato che si può avere con esso, è la sintesi di realismo e romanticismo in questo senso, è un paesaggio che è anche ritratto, perché ci parla dell’uomo che l’ha fatto, delle sue emozioni e sensazioni, del suo modo di vivere”

Riccardo Carli

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