Arte, Cultura & Spettacoli

Atmosfere grottesche e grande recitazione per Re Lear

In scena al Teatro Verdi di Padova fino a domenica, il “Re Lear” di Michele Placido sbarca la prossima settimana al Comunale di Thiene, precisamente dal 3 al 5 febbraio: lo spettacolo, immerso in un’oscurità funzionale a luci dislocate che illuminano volta per volta una scenografia scarna, quasi spettrale, si regge sulle spalle di effetti che piacciono soprattutto alla massa, con quelle sue tinte grottesche, quasi pulp. È sangue splatter quello che schizza dalle orbite vuote del conte di Gloucester, è sesso crudo, con tanto di fellatio simulata, quello che Goneril, un’ottima Marta Nuti, pratica ad Edmund, o che Regan, un’impetuosa Maria Chiara Augenti vestita di pelle, vive sotto lenzuola trasparenti, è pazzia quella inscenata da Edgar che si converte nel “povero Tom”, ricoperto di fango reale, raccolto da una pozza ai margini della scena.

Si può dire che sia un allestimento “forte”: Michele Placido, vestito di rosso, urla e impreca contro le figlie degeneri, muovendosi in una corte che è quasi un antro, con l’unica eccezione della corona scalabile. Non esistono quinte, gli attori entrano in scena dal fondo, completamente buio: sembrano quasi sbucare dal nulla e scompaiono di nuovo nel nulla, con le luci che rivelano solo parti del palcoscenico. Lear dopo aver diviso il regno diventa un vagabondo, un reietto: ad accompagnarlo il “fool” del castello, un ragazzino vestito da rapper, che a tratti propone pezzi hip hop. Non c’è un rigore filologico nei bellissimi costumi di Daniele Gelsi che ricordano per certi versi una versione cupa dell’Inghilterra del Seicento, con gorgiere e bustini attillati, alternandosi ad ammiccamenti contemporanei.

I francesi infatti indossano delle maschere antigas simili a quelle in uso durante la prima guerra mondiale, nelle trincee, e sono avvolti in una cerata verde militare. La recitazione, mai sottotono, alterna momenti d’azione concitata a spunti di riflessione: nonostante lo spettacolo duri quasi tre ore lo spettatore è sempre avvinto dalla potenza del dramma, poteva capitare a me, a te, all’uomo comune, di vivere il tradimento dei figli. Cordelia, angelo soave, canta “Alleluja” al padre, con un effetto straniante: i confini della drammaturgia tradizionale vengono erosi, non è il “classico” che ci aspettavamo, ma è qualcosa in più. Il cast è eccezionale, si distingue tra gli altri l’Edgar di Francesco Bonomo, diviso tra serietà e pazzia, come di chi perde ogni punto di riferimento. Il regista Michele Placido non esita a farcelo vedere nudo finché abbandona le vesti come un novello San Francesco: un dramma visivo, che si compiace di scivolare in tinte forti, da stimolazione sensoriale.

Camilla Bottin

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