Lettere e Opinioni

Per un’età della ragione

Io non so chi crea i regolamenti del M5S: se sia solo opera del know how giuridico di Conte, o di uno stuolo di legulei a cui sono ignote le forme della democrazia e della rappresentanza. – “Opinioni”

La lotta politica che si aprì nel Movimento

appena fece i primi passi nel consenso degli italiani non accenna ancora a placarsi. Ancor oggi il nuovo corso imposto da Conte si deve scontrare con una struttura di referenti nata durante gli anni della repentina ascesa grillina, una nervatura di delatori che in mancanza dell’organizzazione partito tasta il polso dei territori e le ambizioni degli “attivisti”. L’unico modo per combattere padrini, padroni, e garanti, è stato costruire una struttura verticistica, designata dall’alto, e che solo all’alto risponde. Ma stavolta esplicita, alla luce del sole. Peccato che in questo modo l’assemblea si trasforma in mero pretesto della democrazia, escussa la sola volta in cui deve convalidare l’elezione del capo, ratificando con ciò anche la sua esclusione dalle decisioni politiche del Movimento.

Il preambolo che schiude la regola dei nuovi gruppi territoriali, assicura centralità alle assemblee e garantisce loro: “un effettivo ruolo di indirizzo e determinazione delle scelte fondamentali per l’attività politica dell’Associazione”. Cose che si dicono nei preamboli. Invece negli articoli che seguono pende sulla vita del gruppo una frotta di figure designate e non elette (Coordinatori territoriali, Comitato nazionale, Comitato per i rapporti territoriali), che non sono espressamente incaricate di raccogliere gli indirizzi politici dai territori e tantomeno i loro suggerimenti strategici. Come se non bastasse, lo stesso Rappresentante del gruppo segue lo schema di vertice impresso dal nuovo statuto. Difatti una volta eletto designa i vice, i referenti, e persino i componenti dei gruppi di lavoro, cioè tutto il suo piccolo governo. S’incarica addirittura di eseguire le funzioni democratiche dell’assemblea: è lui il presidente, il moderatore, e il segretario.

Mi pare che non abbiamo fatto molti passi avanti dai click a tavolino.

Le mie speranze sulla creazione dei laboratori politici, sulla creazione di un popolo nuovo, informato e cosciente della struttura e dei rapporti sociali, pare debba cedere il passo alla lotta politica. Il mio non è un rigurgito di assemblearismo: sono ancora per una democrazia rappresentativa, ma con un popolo (assemblea) che si esprime sulle scelte supreme, e che produce indirizzi politici capaci finanche di cambiare gli assetti di vertice. Altrimenti la nostra non è democrazia, ma religione, con cittadini (attivisti) regrediti alla stregua di fedeli.

Il grillismo non è ancora finito. La sua enfatizzazione del popolo procede parallela al suo disprezzo e alla paura della volontà generale. Nella rigida struttura di regole nata apposta per escludere, già si aprono crepe e insopportabili fregature. A voler rispettare i regolamenti alla lettera le ambizioni di tanti saranno frustrate. Ed ecco, allora, inopinato, che si affaccia il fantasma della deroga, cioè la scorrettezza palese che tenta di sanare l’errore. E le norme si accrescono, le regole si moltiplicano, fino a che, come dicevano i latini, “lo Stato (la ragione) diventa natura”.

Giuseppe Di Maio

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