Lettere e Opinioni

Quid plura!

Ormai abbiamo imparato: quando viene presentato un portento della politica con grande pompa mediatica, quand’è difficile trovare una sola persona che ne parli male, allora è certamente una pippa – Quid plura!

Da più di dieci anni (ma anche prima)

si avvicendano personaggi salvifici che ci tireranno fuori dagli spread impazziti, dalla depressione politico-istituzionale, e più recentemente dalla pandemia e dal segno negativo del Pil. Da più di dieci anni, sono accorsi a salvarci dagli errori di Silvio, dal sonno dei bersaniani, dagli sforzi di Conte e dei 5 stelle. Monti, Renzi e Draghi sono stati osannati dalla nostra dittatura mediatica senza che potessimo allevare in tempo dubbi sulle loro reali intenzioni.

Monti, figlio di un banchiere, fu chiamato a coprire incarichi già dall’ultima DC e dal primo Berlusconi. Renzi e Draghi dovettero fare qualche sforzo in più per accreditarsi presso i padroni: uno passando per Arcore e la Confindustria milanese, offrendo loro un progetto liberista pur partendo da “sinistra”; l’altro salendo qualche decennio prima le scalette del Britannia per raccontare agli investitori internazionali come la politica avrebbe potuto mettere a loro disposizione il patrimonio pubblico italiano. Nessuno dei tre è passato per le elezioni, ognuno si è reso indimenticabile alla gente nonostante gli sforzi contrari della stampa.

Pure se nei vaneggiamenti di Beppe doveva essere un grillino,

tra i primi provvedimenti Draghi ci ha fatto il condono fiscale e la cancellazione del cashback. E’ seguita la riforma Cartabia, cioè la depenalizzazione dei reati per gli abbienti, con assurde clausole di improcedibilità e restaurazione della prescrizione.

Dopo i deboli progressi della vaccinazione e del PNRR ha proceduto con il riarmo, insomma un’entrata in guerra senza che il popolo e addirittura il parlamento fossero d’accordo. Ha dettato la strategia nazionale nel conflitto russo-ucraino con il suo “o pace o condizionatori”, per poi scoprire che non avremmo avuto né l’una né gli altri. Scrive male la norma sulla tassazione degli extraprofitti senza incassare quanto era previsto. E pensare che il M5S gli è stato accanto per impedirgli di farcela sotto il naso con gli altri partiti che gli tenevano il sacco.

Questa è l’agenda del fenomeno chiamato a spazzar via le esperienze dei governi Conte e l’avventura dei 5 stelle alla guida del paese. Eccone un altro che ci ha lasciato in braghe di tela. Alla fine del suo mandato, dopo averne determinato volontariamente la durata, riceve da una fondazione newyorkese (Appeal of Conscience Foundation) il premio di statista dell’anno.

Si capisce dall’elenco dei premiati come la fondazione conferisca medaglie al merito solo agli amici dell’America e, nel caso di Draghi, l’amico ha sempre meritato, soprattutto ora nell’allontanare qualunque progetto di pace con il nemico russo. Quid plura? Cos’altro deve fare ancora per farci capire le sue intenzioni, per farci capire di chi è al servizio? Dobbiamo solo sperare che da domani non ricapitino più le condizioni per richiamarlo, e che resti definitivamente negli ozi di Città della Pieve.

Giuseppe Di Maio

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