Lettere e Opinioni

Co le ciàcole no se ‘mpasta frìtole

Per il titolo di questo intervento prendiamo a prestito un antico proverbio veneto, che tradotto in italiano significa: «Con le chiacchiere non si impastano frittelle»; ovvero senza “schei” (soldi) non si fa nulla – Co le ciàcole no se ‘mpasta frìtole

A premessa aggiungiamo anche che l’antico motto:

“il fine giustifica i mezzi” che Nicolò Machiavelli inserisce nel suo trattato intitolato: «Il Principe», è stato travisato da politicanti della più varia natura, dalla morale, e dall’etica sbilenche.

Infatti, secondo Machiavelli, perché un Principe possa mantenere lo Stato egli dovrà innanzitutto essere un buon governante. Uno Stato governato male, in cui il sovrano si comporta come un despota, è inevitabilmente destinato a morire. Ed è a quest’ultima considerazione che molti italiani (dominati dalla partitocrazia quale moderno Principe) si aggrappano con speranza.

Quindi, il buon Principe (ovvero la partitocrazia) deve soprattutto fare l’interesse dello Stato. Agire moralmente, facendo il bene dei cittadini, secondo Machiavelli, è una condizione essenziale per mantenere lo Stato. Egli ritiene che il male commesso dal Principe debba sempre essere rivolto al bene dei sudditi, altrimenti si ritorce contro colui che lo adopera, provocandone la rovina. Dunque, agendo sempre per il bene dello Stato, il Principe potrebbe eventualmente utilizzare mezzi immorali, ma solo ed esclusivamente se la necessità lo richiede, e solo a questo fine.

Poiché è sotto gli occhi di tutti coloro che non vivono di rendite politiche,

che la partitocrazia persegue interessi che non sono rivolti al bene dei cittadini italiani, ecco che da decenni sono nate formazioni politiche che si autodefiniscono indipendentiste o “alternative”. E non sorprende che nel mondo molti altri popoli perseguano ideali di autodeterminazione.

Tuttavia nel paese di Arlecchino e Pulcinella assistiamo ai singolari comportamenti di quasi tutti gli ex rappresentanti che si sono fatti eleggere nelle istituzioni italiane con promesse di autonomia, di federalismo e d’indipendentismo, e pur non avendo ottenuto alcun risultato concreto per questi obiettivi, non hanno scrupoli a passare mensilmente all’incasso di vitalizi e quant’altro affine, elargiti (forse meglio potremmo dire auto elargiti) dallo Stato che vorrebbero abbandonare con una secessione.

È straordinario che malgrado tanta debacle politica, molti di questi personaggi vengano appellati dal popolino con l’aggettivo di “patriota”. Chissà? Forse è una forma di sindrome di Stoccolma.

Qualcuno, punzecchiato su questo argomento, ha scritto: «...ho la fortuna da 41 anni di avere un lavoro anche ben retribuito che mi ha permesso di andarmene senza tanti problemi…».

Nella nostra personalissima visione della morale e dell’etica politica troviamo estrema disinvoltura in coloro che criticando l’attuale Stato italiano non disdegnano le “rendite politiche” che esso elargisce.

Insomma, se costui (e quasi tutti gli altri come lui)

ha un lavoro ben retribuito e vuole avere credito come indipendentista, a nostro sommesso modo di vedere non è moralmente né eticamente accettabile che  passi all’incasso di quei privilegi che un “uomo qualunque” nemmeno si sogna.

Il solo altro argomento che affronteremo in questa occasione, è il fatto che le innumerevoli formazioni sedicenti indipendentiste (in particolare quelle venete) si sono sinora distinte per l’estrema conflittualità tra di esse con conseguente frammentazione. L’insignificanza di consenso elettorale ogni qualvolta sono affannosamente in grado di concorrere alle elezioni, e non ultima la quasi totale mancanza di un progetto di costruzione politica attraverso il quale convogliare una adesione di popolo sono desolanti.

Si ha la sensazione che certi pseudo indipendentisti vogliano insegnare nuovi trucchi ad un cane vecchio. Ma “ci nasse aseno non more mia caval”; ovvero: chi nasce asino non muore cavallo.

Ecco allora una proposta volutamente provocatoria:

perché tutti quegli ex rappresentanti nelle istituzioni italiane che godono di rendite e vitalizi politici non dimostrano concretamente la loro buona fede indipendentista, il loro patriottismo, e secondo lo schema che qui abbozziamo non fanno confluire i loro introiti “bastardi” in un fondo blindato, gestito da un comitato etico che rimane in carica per brevissimi periodi ed è in rapida rotazione per evitare “disfunzioni” (eufemismo) e quant’altro di negativo potrebbe succedere?

Perché, ancora, non chiedere agli iscritti a questo nuovo soggetto politico. Non un partito, perché questi non sono democratici, né al loro interno, né all’esterno. E se la democrazia non ha bisogno dei partiti, questi ultimi senza la democrazia non esistono; al più esiste il partito unico. Partiti ed elezioni stanno per essere superati, e in questa sede basta scorrere gli articoli precedenti riguardanti il sorteggio. Negli ultimi tempi, poi, non c’è elezione che alla sua conclusione non sia accusata di brogli.

Ecco allora l’idea di far confluire in un fondo blindato le loro tasse d’iscrizione e liberalità.

Perché, non istituire delle commissioni atte allo studio delle varie problematiche istituzionali?

Un direttorio a rapida rotazione.

Aristotele [in: Politica] vi associava una riflessione molto interessante sulla libertà: «Il principio fondamentale del regime democratico, è la libertà […]. Uno dei tratti distintivi della libertà è l’essere a turno governati e governanti». Un pensiero vecchio di venticinque secoli, ma sempre incredibilmente valido. Un direttorio così concepito potrebbe ben coordinare un’azione politica coerente e condivisa.

Ci si chiede, dunque, se la secessione o indipendenza o autodeterminazione di un territorio (il Veneto, considerando che abbiamo parlato dell’indipendentismo veneto) sia un atto legittimo sia da un punto di vista del diritto interno, sia da un punto di vista del diritto internazionale pubblico.

C’è anche da considerare il voto, espresso in occasione della celebrazione di due consultazioni popolari:

  • un primo referendum digitale autogestito per l’indipendenza del Veneto, svoltosi tra il 16-21 marzo 2014;
  • uno secondo referendum consultivo per l’autonomia, svoltisi il 22 ottobre 2017, e da molti interpretato come propedeutico all’indipendenza;

costituiscono una chiara espressione del principio consuetudinario internazionale di autodeterminazione esterna dei popoli.

Detto ciò possiamo classificare le diverse analisi della sindrome di stanchezza democratica secondo quattro diverse diagnosi: è colpa dei politici, è colpa della democrazia, è colpa della democrazia rappresentativa e, variante specifica, è colpa della democrazia rappresentativa elettiva.

E poiché “Chi tropo se inchina, mostra el culo” (Chi si inchina troppo, mostra il sedere), è tempo che gli uomini di buona volontà escano dal loro torpore.

Enzo Trentin

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