Lettere e Opinioni

25 settembre

L’orientamento politico nasce principalmente dalla condizione sociale. In Italia, come in ogni altro paese occidentale, l’elettorato è suddiviso più o meno tra questi tipi di cittadini. Il primo, il più semplice, è il reazionario.

Ambisce a una condizione sociale più solida, è insofferente alle regole e ai doveri, pretende di aver mano libera per combattere il proprio concorrente sociale.

Il secondo è il conservatore. Ha raggiunto alcuni obiettivi economici e sociali, e dissemina di “regolette” trappola il percorso di chi potrebbe insidiare il proprio stato.

Terzo è il radicale. Scontento della propria condizione e delle regole che l’hanno prodotta, auspica la cancellazione delle leggi inique, l’estinzione della disuguaglianza politica.

Quarto, il rivoluzionario. Desidera il sovvertimento dell’ordine sociale, ed è il solo capace di immaginare la fine della lotta di classe.

Il primo, che potremmo chiamare anche “elettore liquido” o infedele, è la maggioranza assoluta della popolazione. Dalla fine degli anni ’70 detta le regole della corsa ai grandi numeri e ha causato la metamorfosi dei partiti novecenteschi. Il secondo, o anche “elettore solido” o fidelizzato, raccoglie il terzo della popolazione votante, e in genere parteggia per l’area di governo. Invece l’elettore radicale in Occidente è sempre più raro: gli ultimi trent’anni di storia hanno attentato alla sua estinzione.

Nonostante la disuguaglianza sia intanto salita a livelli insostenibili, il pensiero unico ha strangolato la reazione naturale alla politica dominante. L’ultimo tipo è un polverio di ordine culturale e psicologico e, manco a dirlo, si posiziona in aree politiche estreme, soprattutto di sinistra.

La proposta dei partiti politici è mirata ad accaparrarsi questi elettori. Le destre fanno la parte del leone sguazzando nell’elettorato reazionario, mentre quello conservatore è per buona parte intercettato dai sedicenti partiti di centrosinistra. Purtroppo in Italia la vera sinistra è sparita.

Di certo essa avrebbe dovuto rastrellare il poco elettorato radicale, ma da almeno 40 anni la sua proposta non è più indirizzata alla riduzione della disuguaglianza sociale. D’altro canto tutti i partiti, in quanto ambiziosi di accaparrarsi un’area, hanno dovuto emanciparsi dal legame o solo dalla vicinanza con idee sconfitte dalla storia: il comunismo per quelli di sinistra e il fascismo per quelli di destra.

Ma ormai ognuno di loro ha superato questo passaggio emancipatore che lo proietta verso il governo del paese; salvo il M5S, da tutti considerato il solo nemico, nonostante i tentativi mimetici di Grillo e dei suoi successori.

Perché? Ma è semplice. Il Movimento rappresenta l’unico erede della defunta sinistra, anche se Conte e gli altri non hanno ancora capito che stanno maneggiando una creatura di indole radicale che aspira a sostituire la dirigenza politica dell’intera area.

I balletti in tutù dei personaggi che bisticciano nella zona conservatrice e che con ciò aspirano a fregare alla destra un po’ di voti reazionari, sono pressoché inutili in assenza di una vera proposta politica. Slogan, paradigmi e false accuse amplificate dai rispettivi apparati mediatici, non nascondono la realtà di un vuoto ideale in tutti i partiti.

Nessuno di loro mostra con chiarezza di quale idea di società stanno parlando. Ecco perché, se il Movimento vuole uscire dalla sacca del 10% dove l’hanno relegato i sondaggi, deve assolutamente mostrare agli italiani gli obiettivi finali della sua politica; deve indicare chiaramente chi sono i suoi nemici e chi i suoi concorrenti.

Deve diventare l’unico partito ideologico.

Giuseppe Di Maio

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