Lettere e Opinioni

L’élite politica teme il referendum

«Vi immaginate voi una guerra proclamata per referendum?

Il referendum va benissimo quando si tratta di scegliere il luogo più acconcio per collocare la fontana del villaggio, ma quando gli interessi supremi di un popolo sono in gioco, anche i governi ultrademocratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio del popolo stesso.», è una delle tante prese di posizione di Benito Mussolini.

Helmuth Kohl, 9 aprile 2013, al quotidiano inglese Telegraph sull’ingresso nell’Euro da parte della Germania confessò:

«Sapevo che non avrei mai potuto vincere un referendum in Germania. Avremmo perso il referendum sulla introduzione dell’euro. Questo è abbastanza chiaro. Avrei perso sette a tre. (…) Nel caso dell’Euro, sono stato come un dittatore

Più che mai coerente il giudizio di Marc Chevrier, professore di scienze politiche all’Université du Québec à Montréal (UQAM), il cui lavoro si concentra sul federalismo comparato, sul governo rappresentativo, sul rapporto tra legge e politica:

«È uno strumento imprevedibile di governo, che trasferisce il potere di decisione dal partito al popolo, spersonalizzando il dibattito e lasciando esprimere le differenze di opinione. In un sistema rappresentativo, il partito al governo ama avere un margine di manovra offerto dal mandato popolare, in modo aperto e vago.

È sotto l’apparenza di legittimità, ricevuta da un voto popolare, che il governo eletto pretende di governare in nome del popolo. Il referendum, in questo senso, nega la legittimità. Esso nasce dall’idea che i governi rappresentano imperfettamente l’opinione pubblica, e che anzi abbiano intrinsecamente la propensione a tradirla.»

L’Italia, nella vigente costituzione, ha assunto due tipi di referendum, entrambi facoltativi e successivi: 1) in materia di leggi costituzionali e di revisione della costituzione, e 2) in materia di legislazione ordinaria, quest’ultimo con efficacia solamente abrogativa.

Più recentemente, con la Legge 142/1990, denominata «Ordinamento delle autonomie locali», ha fatto proprie le indicazioni della Carta Europea dell’Autonomia Locale [ Carta europea dell’autonomia locale (European Charter of local self-government) (coe.int) ], e subito i legulei al servizio permanente dei partiti politici si sono inventati il «referendum consultivo».

In cosa questo consista, senza tanti giri di parole riportiamo di seguito quanto ha deliberato [ https://www.giurcost.org/decisioni/2004/0334s-04.html ] la sentenza n. 334/2004 della Corte costituzionale: «Siccome infatti l’esito positivo del referendum, avente carattere meramente consultivo, sicuramente non vincola il legislatore statale alla cui discrezionalità compete di determinare l’effetto di…».

Negli anni successivi la Legge su indicata ha subito degli aggiornamenti: la Legge 3 agosto 1999, n. 265 denominata «Più autonomia per gli enti locali» e il Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 denominato «Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali». In tali leggi la definizione «referendum consultivo» scompare.

Ma legislatori di ultima fila (gli Statuti sono redatti ed approvati dai singoli Consigli comunali, provinciali, regionali) portatori di una moralità deviata, hanno disinvoltamente eluso la questione e mantenuto il «consultivo».

Insomma, è noto a tutti come, il 9 giugno 1991, Bettino Craxi invitò gli italiani ad andare al mare piuttosto che esprimersi sul referendum Segni che aveva per oggetto una porzione della legge elettorale. Dunque, con il «referendum consultivo» andate pure a votare tanto poi decidiamo sempre noi. Avessimo pure un QI sottozero non siamo forse i vostri rappresentanti?

Anche sul numero dei votanti è importante fare qualche riflessione.

Infatti, se il voto è la libera manifestazione di un diritto democratico costituzionalmente sancito, non si capisce perché coloro che non desiderino esercitare tale diritto debbano necessariamente essere computati nel novero delle espressioni negative, anziché positive o astensioniste.

Pretendere quindi un’affluenza del 50% + 1 degli aventi diritto, affinché la consultazione possa considerarsi valida, costituisce un ingiustificato potere giuridico negativo ai non partecipanti al referendum stesso, il che, come dovrebbe essere noto ad ognuno, è contrario allo spirito della democrazia, ed è una palese limitazione del libero esercizio di un diritto democratico costituzionalmente sancito.

Come non constatare, che le elezioni politiche o amministrative, sono valide con qualsiasi affluenza di votanti?

L’indizione del referendum

Quelli a livello locale non dovrebbero essere soggetti ad alcuna restrizione o preventivo esame di Comitati di garanti o esperti come quelli che sono previsti in moltissimi Statuti comunali, Provinciali e Regionali. Poiché la volontà dei cittadini è sovrana, non è ammissibile che un qualsiasi comitato, per quanto autorevole, si frapponga tra amministratori e amministrati.

Negli ultimi anni, infatti, a Bolzano tutte le richieste di referendum sono state respinte, non perché mancassero le firme necessarie, ma in tutti i casi per motivi formali.

In questa provincia è stata particolarmente attiva l’associazione «Iniziativa per più democrazia» che ha dovuto superare non pochi ostacoli, e ancora sta lottando per ottenere un corretto uso di questo strumento di sovranità popolare.

Stephan Lausch, coordinatore della predetta associazione, afferma:

«In teoria, dal 2018 disponiamo dei più importanti strumenti di democrazia diretta.

In pratica, però, il loro utilizzo da parte dei cittadini viene ostacolato quanto più possibile – probabilmente per scoraggiarli dall’uso di questi strumenti e nella presunzione che alla fine si arrenderanno esasperati.

Ad esempio, manca ancora l’Ufficio per l’educazione politica previsto dalla legge provinciale del 2018, che avrebbe dovuto fornire consulenza sulla partecipazione dei cittadini e sulla democrazia diretta e quindi facilitare l’uso di questi strumenti.

Negli ultimi anni, infatti, tutte le richieste di referendum sono state respinte. Non perché mancassero le firme necessarie, ma in tutti i casi per motivi formali.»

Le leggi e i regolamenti sulle modalità di raccolta delle firme per le iniziative popolari risalgono agli anni ’70 del secolo scorso, e hanno l’unico effetto di rendere la raccolta il più complicata possibile: le firme devono essere autenticate da rappresentanti politici eletti, da un notaio, da un cancelliere di tribunale, da un giudice di pace, da un segretario comunale o da un funzionario nominato dal Sindaco o dal Presidente della provincia.

È quotidiana la promozione dell’adozione dello SPID o della Carta d’identità Elettronica (CIE) per accedere ai servizi dello Stato.

Si asserisce che tali strumenti sono efficienti, sicuri e convenienti. Perché non dovrebbero funzionare e valere anche per una firma a favore di una richiesta di referendum? Perché i cittadini debbono ancora sottoporsi alla “garanzia” dei delegati su indicati?

Oltre allo SPID e alla CIE, l’autenticazione di una firma dovrebbe essere possibile anche da parte di un qualunque cittadino indicato dal comitato dei promotori del referendum, che incaricata dal proprio Sindaco alla funzione di autenticatore si assume di garantire la correttezza penalmente responsabile.

Il numero di firme richieste dovrebbe essere ridimensionato

Messe a confronto le soglie previste sono oltremodo elevate: a livello nazionale, ad esempio, lo 0,1% e l’1% degli aventi diritto al voto deve firmare per la proposta di legge o per un referendum.

La Commissione di Venezia, che è un organo consultivo del Consiglio d’Europa, [ Venice Commission :: Council of Europe (coe.int) ] suggerisce,

con il parere n. 797/2014, di ridurre a 1/50° (2%) la raccolta firme per la richiesta di un referendum comunale; mentre in certi Comuni è richiesto un numero di elettori non inferiore al 25% [ Comune di Costabissara – Statuto del Comune di Costabissara ], e anche oltre.

Se poi si dovessero esaminare l’inaudito numero e la qualità dei temi esonerati dalla potestà referendaria, dove ogni Comune sembra fare a gara per il primato per exclusionem, è probabile che ai cittadini rimarrebbe la democratica facoltà di scegliere per via referendaria il colore delle divise degli uscieri.

«Iniziativa per più democrazia» non è la sola a criticare le condizioni attuali per la partecipazione dei cittadini.

Essa rileva che nel novembre 2019, la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha condannato un regolamento a livello statale come sproporzionato e irragionevole, perché limita i cittadini nell’esercizio dei loro diritti democratici.

Questo è uno dei motivi per cui l’Italia ha introdotto la possibilità di raccogliere le firme per un referendum in forma digitale. Ma questo non è ancora praticabile per le questioni comunali.

Le innovazioni nel mondo

I dispositivi di voto elettronico sono apparsi a partire dagli anni 1960, quando debuttarono i sistemi a schede perforate. Le macchine di voto elettronico sono usate su larga scala in India ed in Brasile.

In Europa, l’Estonia ha adottato il voto via Internet per le elezioni politiche dal 2005. Nel 2002, negli Stati Uniti, l’atto “Help America Vote” ha apparentemente reso obbligatoria la votazione elettronica in tutti gli Stati.

Sistemi a configurazione più recenti sono a scansione ottica e consentono ad un computer di contare le preferenze contrassegnate sulle schede elettorali.

Attualmente il voto tramite Internet ha acquisito maggiore popolarità anche nelle elezioni politiche ed amministrative nel Regno Unito, Estonia, Svizzera, Canada e nelle elezioni primarie degli USA e della Francia.

Ai giorni nostri ci sono anche sistemi di registrazione elettronica diretta (Direct recording electronic systems, DRE). Essi sono in grado di identificare il votante, che possiede una smartcard, mediante un’interfaccia simile a quella dei POS.

I DRE possono, in base al progetto e all’implementazione, assistere istantaneamente il votante nel caso di anomalie che potrebbero rendere il voto non valido, grazie all’ausilio di un supporto cartaceo (simile ad uno scontrino) su cui viene stampata ogni azione esercitata dal votante sulla macchina, in modo che il votante stesso possa verificarla, prima di confermare la validità delle preferenze e delle operazioni specificate.

Sulla Banca dati e motore di ricerca per la democrazia diretta (sudd.ch) si trova un database sulla democrazia diretta che, tra le molte informazioni, contiene quasi tutti i referendum dal 1791 ad oggi, riguardanti diversi paesi del mondo.

Concludendo, se le formalità servono solo a impedire la partecipazione attiva dei cittadini, è evidente che qualcosa non va.

La democrazia diretta non si contrappone alla democrazia rappresentativa, ma è una sua importante integrazione, con il vantaggio di rendere la democrazia più funzionale.

Enzo Trentin

L’élite politica

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