Lettere e Opinioni

Con la fine della globalizzazione

Con la fine della globalizzazione,

il futuro prossimo è autodeterminista

La guerra in Ucraina ha resuscitato un certo pericoloso fascino per la guerra.

Nozioni come il patriottismo, i valori democratici, “la parte giusta della storia” o una nuova lotta per la libertà sono mobilitate come imperativi per tutti per prendere parte a questa guerra. Non sorprende quindi che un gran numero di cosiddetti combattenti stranieri siano disposti ad andare in Ucraina per unirsi a una parte o all’altra.

C’è una propaganda dominante che sembra suggerire che la guerra possa essere condotta secondo un insieme di regole accettabili, standardizzate e astratte. Propone un’idea di una guerra ben educata in cui solo gli obiettivi militari vengono distrutti, la forza non viene usata in eccesso e giusto e sbagliato sono chiaramente definiti.

Questa retorica

è usata dai governi e dalla propaganda dei mass media (con l’industria militare che celebra) per rendere la guerra più accettabile, persino attraente, per le masse.  Scrive Antonio De Lauri L’idea pericolosa di una guerra ben educata – Consortium News .

Un esempio di tale narrazione “positiva” (si fa per dire) potrebbe essere rappresentato dalla guerra delle Falkland-Malvinas. Un conflitto militare combattuto tra aprile e giugno 1982 tra Argentina e Regno Unito per il controllo e il possesso delle isole Falkland, della Georgia del Sud e Isole Sandwich Australi.

L’Argentina, nel 1833, aveva rivendicato la sovranità sulle isole, sostenendo che erano parte integrante del territorio nazionale argentino e dovevano quindi essere restituite ai legittimi proprietari.
La Gran Bretagna, da parte sua, affermò che il futuro delle Isole Falkland dovrebbe essere determinato sulla base dei desideri dei suoi abitanti.

Con la fine della globalizzazione

Un referendum,

con un’affluenza del 92%, sullo status politico si tenne nelle Isole Falkland dal 10 all’11 marzo 2013.

Agli isolani fu chiesto se sostenessero o meno la continuazione del loro status di territorio d’oltremare del Regno Unito in vista dell’appello dell’Argentina a negoziati sulla sovranità delle isole. I sì furono il 99.80%.
Il caso argentino si fondava sul concetto di integrità territoriale e decolonizzazione; quello britannico sul principio di autodeterminazione.

Piaccia o non piaccia, nel nuovo mondo multipolare che si sta aprendo in questi “agitati” anni ’20 del XXI secolo, la spinta all’autodeterminazione dei popoli sono termini della stessa equazione specialmente dopo l’inizio della “operazione militare speciale” della Russia, e soprattutto della reazione di 4/5 del pianeta, che non pare affatto così tanto pro-globalista e pro-americana (che poi sono la stessa cosa).

A questo punto ricordiamo

a tutti che l’indipendentismo veneto assieme a quello sardo e siciliano hanno preceduto di lustri quello che oggi chiamano (impropriamente) “sovranismo”. Esso semplicemente si chiama diritto alla auto-determinazione.

È giunto il momento di renderci conto che, almeno a livello ideologico, la maggioranza delle popolazioni ormai volge lo sguardo in questa direzione.

Quando gli imprenditori e i principali finanzieri che controllano questo mondo capiranno che conviene di più investire in paesi legati ad economie di risorse e produzione anziché di speculazione (con monete legate all’oro anziché al dollaro) il paradigma economico del debito illimitato crollerà e ci saranno economie nazionali più equilibrate tra produzione e consumo locale, anche a vantaggio dell’ambiente.

Molte multinazionali dovranno ridimensionarsi (sta già succedendo), molti lavoratori torneranno con i piedi a terra e voleranno meno in Cloud o in altre amenità digitali monopolizzate dalle multinazionali. Perché i computer e i telefonini non si mangiano e non riscaldano nessuno.

Soprattutto ci saranno meno disarmonie, meno bullismo internazionale, meno guerre e meno rischi di un cataclisma nucleare, perché quando sai che la casa che amministri è proprio la tua, ti guardi bene dal rischiare di vederla bruciare; scrive da Londra dove lavora il primario di Psichiatrica Giovanni Dalla Valle, originario del vicentino.

Un vero indipendentista

può soltanto essere per un mondo multipolare. Non può essere globalista, non può essere neoliberista e nemmeno americanista. Non parla mai di USA: parla di Texas, California, New York, Florida, etc.

Dietro una bandiera, non vede mai un semplice simbolo, ma le facce di milioni di anime con il loro passato, la loro storia, la loro identità, le loro gioie, i loro dolori, i loro orgogli, le loro miserie. Per questo le rispetta tutte, anche quelle dei suoi nemici più acerrimi, e non si sogna mai di andare a rompergli le scatole in casa.

Lo fa solo se viene minacciato dentro il suo giardino.

Gli indipendentisti autoctoni hanno semplicemente anticipato queste idee di lustri. Ora tutti possono vedere con i loro occhi che avevano ragione.

Quando avremo sempre più fame e sempre più freddo, capiremo che è tempo di tornare a “casa”, e impareremo di nuovo a difendere la nostra famiglia e la nostra identità senza esitazione.

Gli fa eco Riccardo Zanetti (è nato a Padova nel 1998) che dopo essersi diplomato, decide di intraprendere un viaggio in Australia che lo cambierà profondamente e lo porterà nel 2018 ad aprire il suo personale canale su You-tube.

Dal quale qui condividiamo un commento redatto con un’ottima proprietà della lingua inglese, (corredato con la cartina che ha postato sulla sua bacheca) e che noi abbiamo tradotto come segue: «Con il 56%, i veneti rappresentano la percentuale più alta di tutti i gruppi separatisti in Europa che vogliono la loro indipendenza.

Con la fine della globalizzazione – Considerando

il referendum tenutosi nell’ottobre 2017 in cui si chiedeva se volevano l’autonomia, la domanda ebbe un clamoroso 98,1% a favore, […]. In effetti, i veneti non sono “separatisti”. Tutto ciò che vogliamo indietro è il nostro diritto di primogenitura, la terra dei nostri antenati. Non siamo “italiani” e non apparteniamo a una fantasmagorica creazione massonica chiamata “Italia”.

Siamo il nostro popolo, abbiamo la nostra identità etnica, la nostra lingua e il nostro territorio riconosciuto. Questi sono tutti i prerequisiti affinché i veneti vengano riconosciuti dalle Organizzazioni Internazionali che pretendono di rappresentare il diritto di un popolo ad esistere e ad essere un popolo autodeterminante.»

Tuttavia questo spirito è stato sinora malamente rappresentato a livello politico locale. Si pensi, per esempio, alla “disavventura” del Partito dei Veneti.

Un Ircocervo composto da ben 10 partitini che da soli non riuscivano a raccogliere le (15/20mila) firme necessarie per presentarsi alle elezioni regionali del 2020, finendo per accettare l’esenzione da questo prerequisito ad opera di un discusso, perché disinvolto, Consigliere regionale, e ottenendo la débâcle elettorale di 19.756 voti, pari all’1%.

Questa pretesa rappresentanza politica locale che ancora si agita sulla scena politica non ha ancora offerto al vaglio del suo potenziale elettorato un progetto politico-istituzionale, né si è distinta per l’elaborazione di un pensiero filosofico-politico peculiare, e molti elettori si stanno domandando perché le soluzioni ai problemi dell’Amministrazione Pubblica e della burocrazia non possono arrivare ed essere risolti direttamente dai cittadini – cosa che avviene regolarmente nei paesi autenticamente democratici quando i politici pagati per farlo sono ignavi, falsi e omissivi.

Come si è constatato,

infatti, in varie occasioni l’alleanza politica ed economica fra poteri forti è in grado ostacolare o distruggere ogni libertà politica individuale e collettiva.

Questo è il principale difetto della democrazia solo rappresentativa tanto cara e strenuamente difesa sia dalla partitocrazia, sia dai politicanti ideologici che la sostengono, sia dalla burocrazia pervasiva e inefficiente, che si oppongono al bilanciamento e alla deterrenza della Democrazia diretta prevalente nei confronti della Democrazia rappresentativa agli effetti della creazione dell’ordine sociale.

A questo proposito c’è da prendere in seria considerazione la Determinazione ONU del 31-12-2020, per l’Autodeterminazione popolare delle leggi, ovvero: Democrazia diretta o Federale prevalente sulla Democrazia solo rappresentativa, dove si dice, tra l’altro, che le procedure referendarie ingiustamente restrittive e irragionevoli (vedasi i referendum consultivi), debbono avere riguardo alla Sovranità popolare la fonte giuridica della creazione e della legittimazione popolare delle leggi dell’ordine sociale.

È la prima volta (e uno dei pochi casi al mondo),

che l’Italia viene condannata per aver violato il diritto politico dei cittadini a partecipare direttamente alla vita politica.

Ed è anche la prima volta che il Comitato diritti umani dell’Onu si è espresso in materia di Referendum («…per aver ripetutamente violato gli articoli 2 e 25 del Patto internazionale relativo ai Diritti civili e politici: principale trattato al mondo sui Diritti umani.»), creando un precedente che farà scuola in tutti gli Stati dove si usano strumenti giuridici di Democrazia federale e/o diretta.

lì, venerdì 20 maggio 2022
Enzo Trentin

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