Über alles

Vicenza – Forse Altiero Spinelli fu un’eccezione. Tutti quelli che sono considerati i padri dell’Europa erano originari di zone di confine. E come tali, furono incapaci di concepire divisioni nette tra i popoli: essi furono propensi ad abbattere i muri e gli antagonismi, a favorire la collaborazione senza frontiere. La generazione del manifesto di Ventotene, spesso cresciuta nel pensiero marxista, era matura per concepire la fine dei nazionalismi e degli imperialismi.

Alla nostra generazione, però, viene chiesto molto di più. Loro furono testimoni della caduta degli imperi centrali, prima, e di quelli coloniali, dopo; noi abbiamo assistito alla caduta dei blocchi contrapposti, e abbiamo raggiunto la consapevolezza che nessun popolo può considerarsi migliore degli altri. Né può considerarsi migliore di altre un’organizzazione politica. Tutta l’umanità sta acquisendo la coscienza che le differenze sono fandonie sostenute da rapporti di forza il più delle volte violenti.

Ciò che sorge dalle nebbie dell’informazione e dagli interessi interposti è che la disuguaglianza creata dalla politica ha bisogno di essere mitigata dalla partecipazione democratica. E che la democrazia, a sua volta, ha bisogno d’essere sorvegliata qualora diventi lo strumento legale per generare disuguaglianza. Tutta l’umanità ambisce al medesimo risultato. E in questo desiderio comincia ad immaginare la scomparsa dei confini territoriali, creati e sostenuti da minoranze dominanti ritenute responsabili di tutte le disparità.

Quando nacque il progetto Europa, sorse dal fallimento imperialistico tedesco e dalla coscienza della perdita della supremazia del nostro continente. Non restava che la collaborazione tra nazioni ormai periferiche e ausiliarie. Ma il percorso era ancora lontano e accidentato. L’obiettivo dell’unità è stato mille volte tradito, e la sfida globale (forse l’ultimo stadio prima di un governo universale), perduta mille volte di fronte ai colossi economici e politici del pianeta.

L’Europa, in guerra con tutti, è ancora un progetto egoistico. Un progetto miope che non ha seguito nessuna idea cardine. Non vuole unificare il continente, non vuole riunire i paesi del Mediterraneo con quelli dei mari del nord, non pretende di mettere insieme tutti i cristiani (cattolici, protestanti e ortodossi). Ma allora quale Europa? Ecco perché essa non ha un suo sistema di difesa, non ha una politica esterna comune, né un obiettivo politico e sociale veramente convergente. Però, si è dotata di una moneta unica.

Ma la moneta è espressione dell’economia di un paese, della sua politica. Ai ragionieri di Maastricht, invece venne in mente di creare una valuta teorica, ritagliata su misura della Germania, a cui gli altri paesi avrebbero dovuto col tempo assomigliare. L’euro nasce dal rovesciamento del legame tra moneta e debito pubblico. La parallela riduzione di sovranità che ha comportato, abolendo i meccanismi di bilanciamento politico, invece di accorciare le distanze tra gli stati le ha ancor più accresciute, mettendo in pericolo la sopravvivenza dell’Unione. Quando poi nacque quello che chiamano meccanismo di stabilità, si capì definitivamente che l’EU era un progetto privato a guida tedesca.

Il MES sembra un dispositivo fatto apposta per drenare risorse dagli stati più poveri a quelli più ricchi. E la pretesa di rendere l’economia di un paese più aderente a certi parametri fissati, ne distrugge di fatto la competitività. Intanto, il mantenimento del divario tra gli stati europei produce un diverso costo del debito e, mentre alcuni riescono persino a guadagnare indebitandosi, obbliga altri a un continuo esborso di interessi per i creditori. Se è questo il progetto europeo, allora siamo ancora nella logica di sopraffazione travestita da sostegno cooperativo.

E finalmente è venuta l’ora degli eurobond, o almeno dei momentanei coronabond che, scoraggiando lo spread, agevolerebbero una mutazione sostanziale nella politica continentale. E già, questo sarebbe la fine della dittatura degli inni nazionali, il primo vero passo verso l’unità. Il primo in cui uno slesiano, oltre ad avere sulla tavole le primizie della Sicilia a poco prezzo, si renderà anche responsabile delle condizioni di lavoro di un piantatore di pomodoro di Pachino, ed equiparerà il potere d’acquisto di un lettone a quello di un pescatore dell’Alentejo. E sennò, viva l’Italia!

Giuseppe Di Maio

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