Perché gli uomini lottano per le loro catene?

Vicenza – Perché gli uomini lottano per le loro catene, più che per la libertà? Sembra ci sia chi sta nella caverna di Platone lottando per rimanervi, e tratta da pazzo l’eventuale liberatore. Con questa premessa abbiamo intervistato l’ing. Fabio Castellucci, un romano che da decenni vive in un Comune dell’hinterland vicentino. Lo abbiamo fatto per la sua veste di convinto federalista che guarda con ironia all’indipendentismo veneto, per il quale vorrebbe tuttavia parteggiare.

Domanda: Ing. Castellucci, come e perché lei è approdato in Veneto?

Risposta: A parte mia nonna veneziana di discendenza patrizia, ho sposato una vicentina di ceppo padovano. Sa com’è…?! L’amore è una malattia del cervello! È stato naturale seguirla e risiedere in Veneto. Aggiunga che durante gli anni della scuola, le vacanze estive le passavo sulle montagne feltrine. Tre mesi all’anno dove oltre ad andar per boschi aiutavo saltuariamente i montanari che mi ospitavano, e che riversavano in me la loro saggezza popolare.

D. – D’accordo che lei è un federalista, ma come concilia il fatto che da “romano de Roma” vede con simpatia l’indipendenza del Veneto?

R. – Istintivamente credo di far parte di una sorta di “Legione Straniera d’intellettuali esotici” che vivendo in questa terra ne hanno interiorizzato lo spirito. Penso – solo per fare qualche esempio – a un paio di docenti universitari di pensiero libertario. Uno bresciano d’origine, ha addirittura scelto di prendere casa nel centro storico di Venezia in un tempo nel quale i veneziani fuggono in terraferma. L’altro è un genovese che pur insegnando nell’università dell’Insubria, fa il giramondo ma ha la residenza a Montegrotto Terme. Il 14 marzo 2014 Gian Luca Busato, in piazza dei Signori a Treviso dichiarava l’indipendenza del Veneto a seguito di un referendum autogestito di cui fu l’ideatore. Nel guardare il filmato dell’avvenimento, quando Busato fa la dichiarazione, al suo fianco se si fa attenzione al labiale, si nota che il “nostro” ne ripete le parole. È probabile che anche lui a quella dichiarazione abbia messo mano. 

C’è poi il giornalista e scrittore Romano Bracalini, toscano d’origine ma milanese di adozione. È stato vicedirettore del Tg3 e attualmente è il principale propugnatore dell’opera di Carlo Cattaneo, il federalista che pur eletto più volte al Parlamento del regno Sabaudo, preferì rinunciarvi ed emigrare in Svizzera. E ancora un toscano: Paolo Bonacchi, che da alcuni decenni ha riproposto in Italia il pensiero e l’opera di Pierre-Joseph Proudhon, considerato il padre del federalismo moderno. Naturalmente ci sono altri “foresti” con questa autorevolezza, e se mi si passa una perifrasi: ”Legio Patria Nostra” è il motto della Legione Straniera Francese. Per questo manipolo di “alieni” mi piacerebbe utilizzare la ciconlocuzione “Federalismo Patria Nostra”. Combattiamo la stessa battaglia intellettuale. La libertà è conoscenza. Le parole sono importanti.

D. – Il Veneto è da molti considerato l’area più efferfescente dell’autonomismo, del federalismo e dell’indipendentismo. Cosa, secondo lei, non ha finora funzionato?

R. – Ci sono molti sedicenti indipendentisti, e non c’è nessun “organismo pensante”; mi si lasci semplicifare in questo modo. La crisi del covid-19 sta dimostrando l’assoluta inadeguatezza dell’architettura istituzionale italiana. L’Art. 77 della Costituzione Italiana sancisce: «il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare Decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli alle Camere…». Dunque, le istituzioni stanno operando illegittimamente. Di conseguenza non bisognerebbe mai lasciare che una grave crisi vada sprecata. Se esistessero degli autentici indipendentisti “pensanti” questo sarebbe il momento per tirare fuori dal cassetto un loro progetto politico-istituzionale. Con questo potrebbero chiedere (ai popoli e ai territori cui afferiscono) una legittimazione democratica. Non l’hanno fatto, perché molti di loro sono inadeguati al ruolo che si sono scelti.

Un amico mi ha inviato il servizio filmato di La7 che ho citato dianzi ricordandomi come, in questo periodo, siano passati ben sei anni da quella dichiarazione d’indipendenza del Veneto. Nello scorrere delle immagini ho visto alcune persone che con ironia vorrei definire “personaggi in cerca d’autore”. A Gian Luca Busato va riconosciuta la genialità, la capacità di ideare e condurre l’iniziativa “rivoluzionaria” di quel referendum a mezzo WEB. Tuttavia ha traccheggiato mesi prima di arrivare alla pretesa certificazione internazionale sulla validità dei risultati del voto (favorevoli oltre 2,1 milioni di elettori), e lo ha fatto nell’imminenza delle elezioni regionali del 2015. È apparso evidente che voleva approfittare della visibilità dell’evento e del consenso ottenuto per presentarsi come candidato alla presidenza della Regione Veneto, dalla quale – secondo lui, e altri ancora oggi – avrebbe iniziato la via istituzionale all’indipendenza. A smentire l’intera operazione fu l’impossibilità di raccogliere circa 20.000 firme per presentare le liste. Quanto alla via istituzionale all’indipendenza, Scozia, Catalogna e Unione Europea sono lì a dimostrare che non è efficace.

Un altro personaggio “distratto” è Franco Rocchetta. “Padre-Padrone” assieme alla moglie Marilena Marin della primigenia Liga Veneta, la madre di tutte le Leghe autonomiste-federaliste. Fece pure il Viceministro degli esteri, ma non ricordo una sua azione istituzionale per l’indipendenza del Veneto, tantomeno della predetta M. Marin in veste di Europarlamentare. 

Ho già accennato all’intellettuale di Montegrotto Terme che s’intravvede nelle immagini di cui sopra. Un giorno in quello stesso Comune, in occasione della convocazione (di Plebiscito.eu) per il Libro Bianco per l’indipendenza del Veneto, ebbe modo – di sua iniziativa – d’informare la persona che mi stava accanto che aveva stilato una bozza di nuova Costituzione per il Veneto indipendente che ci avrebbe soddisfatto, in quanto comprensiva della democrazia diretta. Mancavano solo una manciata di articoli, poi  l’avrebbe fornita in copia. Sollecitato, prima temporeggiò più volte; alla fine ammutolì e siamo ancora in attesa del suo elaborato.

Abbiamo anche constatato come l’Avv. Alessio Morosin si è comportato: solo “chiacchiere e distintivo”; giusto per citare con sarcasmo il film “Gli Intoccabili. Ha presentato in Regione Veneto alcune “risoluzioni” che furono fatte proprie da quel Consiglio regionale. Vedasi il dispositivo della Legge Regionale n. 16 del 19 giugno 2014 – Indizione del referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto. In primo luogo c’è da dire che si trattava di un referendum consultivo, ed abbiamo visto com’è andata a finire con quello del 2017 sull’autonomia votato dal 98,1% (: 2.273.985) di chi si è recato alle urne. Risultato non pervenuto. Secondariamente è sorprendente come un avvocato ch’è giunto a difendere la “sua creatura” (almeno nelle intenzioni se non nelle deliberazioni del Consiglio regionale) non sapesse a priori che la Corte costituzionale avrebbe bocciato l’iniziativa, come di fatto avvenne. 

È stupefacente, a meno che non si guardi alla vicenda come a pura propaganda, che all’Avv. Morosin siano sfuggite le riflessioni di Bartolo di Sassoferrato. Comunque la Corte costituzionale è composta da 15 giudici così nominati: 5 dalle supreme magistrature ordinarie e amministrative dello Stato; 5 nominati dal Parlamento a Camere riunite; 5 scelti dal presidente della Repubblica. Pertanto anche con il giudizio più tollerante 10 giudici sono di nomina politica. Dunque l’ingenuità (?) è credere che si possa secedere dall’Italia con il consenso dell’Italia, per giunta partitocratica. Se poi si guarda alla magistratura emblematico è il “Caso Palamara, toghe sporche & PD”, con conseguente insabbiamento  o a Vicenza il “Caso Carreri”, l’unico magistrato, secondo l’opinione di buona parte del personale amministrativo di quel tribunale, che lavorava bene e sodo. Il giudice Cecilia Carreri fu costretta alle dimissioni (testuale) «per l’iniziativa di alcuni suoi colleghi con i quali aveva rapporti di amicizia, di stima e di grande collaborazione.»

Molte aspettative, sinora frustrate, sono state riposte in «Av Asenblèa Veneta». Un sodalizio di poche decine di persone, ivi compresa la manciata di intellettuali e cattedratici che hanno pubblicamente manifestato appoggio o simpatia per l’indipendentismo veneto. A distanza di circa un anno e mezzo non sono riusciti a mantenere l’impegno di realizzare un proprio sito Internet. Sono lodevolmente impegnati sul piano della solidarietà per i catalani, e quello storico-commemorativo. Ma in quest’ultimo campo non sono i soli. Penso a Milo Boz Veneto e al sito da lui gestito, o alle idee di un sacerdote come Don Floriano Pellegrini, residente in Val di Zoldo, nel bellunese, che si è pure preso una “illecita” reprimenda dal Vescovo di Belluno-Feltre: S.E. Mons. Roberto Marangoni.

Ma proseguiamo con i “personaggi in cerca d’autore”: Riccardo Szumski, il Sindaco-medico del Comune di Santa Lucia di Piave (TV), molto amato non solo dai suoi concittadini che ripetutamente lo hanno confermato nella carica, ma per le sue dichiarazioni e i suoi atteggiamenti apprezzato dal mondo indipendentista veneto. Ebbene, forse nessuno è al corrente che circa tre anni orsono fu avvicinato da due federalisti che gli suggerirono di modificare lo Statuto comunale di S.L. di Piave. Dopo aver faticato un po’ (non a comprendere, perché aveva capito benissimo) nel continuare a negare la possibilità di farlo, da buon “democristiano” disse che se ne poteva parlare dopo l’ennesima sua rielezione. Ad oggi, pur rieletto l’11 giugno 2017, nulla ha fatto. Pare che Szumski sia arrivato ad essere indipendentista ma non apprezzi la democrazia diretta, e la sovranità popolare. Preferisce le operazioni di facciata come il matrimonio alla veneta.

Insomma fa l’indipendentista veneto a parole, ma nei fatti quale indipendenza risulterebbe per suo tramite? La controprova dei miei dubbi risiede nel fatto che da Sindaco può controllare la sua maggioranza, e questa potrebbe benissimo alla prima riunione del Consiglio comunale introdurre nel suo Statuto le modifiche da noi auspicate. Dunque perché sinora non l’ha fatto? 

Ma siccome al peggio non c’è mai fine, ecco che al Comune di Bassano del Grappa un altro sedicente indipendentista: Ilaria Brunelli, capogruppo di una lista di maggioranza che sostiene l’attuale sindaco, invece di proporre la riforma di quello Statuto comunale in versione federalista, ha pensato bene di rilanciare l’iniziativa del matrimonio alla veneta. Per carità! Si tratta di iniziative lodevoli, ma personalmente le lascerei alla parte folcloristica delle Pro Loco, piuttosto che ad amministratori locali che si dichiarano pubblicamente per l’autodeterminazione. Insomma, non capisco quale sarebbe il modello istituzionale del Veneto se il loro sogno si avverasse.

Per far comprendere meglio il mio retropensiero ribadirò che gli anni della mia adolescenza li ho trascorsi nel quartiere Nomentano di Roma, quasi a ridosso di Villa Torlonia. Oggi pochi ricordano che Benito Mussolini vi abitò dal 22 luglio 1925 al 25 luglio 1943 mediante un invito del principe Giovanni Torlonia junior (nobiltà nera, così si definiva quella parte di aristocrazia romana rimasta fedele al papato dopo il 1870) che la affittò alla cifra simbolica di una lira all’anno. Queste concessioni, oggi le chiamiamo rendite politiche. Di queste rendite ce ne sono di tutti i tipi e per tutte le cariche rappresentative. Molto voto di scambio poggia su di esse. Ma per far comprendere meglio le mie sensazioni citerò un brandello di saggezza che mi offrirono i montanari feltrini che mi ospitavano nelle estati della mia gioventù. Il quesito era: “Quand’è che il lupo diventa cane?” La risposta: “Quando accetta il cibo dall’uomo”. 

D. – Quali sono le proposte o le iniziative che i federalisti come Lei avanzano?

R. – Tutti i nostri politici a commentare il reddito di cittadinanza; ma se una dichiarazione dei redditi in media in Svizzera è di oltre 80.000 euro cadauno (contro i nostri 29.000) e la disoccupazione reale è intorno allo 0%, non è il caso di prendere esempio dai nostri vicini? Federalismo interno, più padroni a casa nostra, più libertà assoluta di fare, commerciare, pensare e dire ciò che si vuole. Democrazia diretta come deterrente alle devianze dei politicanti. In altre parole, uno Stato minimo e la qualità della vita più alta del mondo. Invece di concionare in un eterno conflitto verbale, prendiamo esempio!  

Cosa fare? Intanto alcune proposte sono già state oggetto di pubblicazione sul vostro quotidiano. Anche se Repetita iuvant (le cose ripetute aiutano) come dicevano i latini, io penserei a quanto hanno fatto gli esuli giuliano-dalmati. A costoro va tutta la mia ammirazione e umana compassione. Le sofferenze che hanno subito, io le assimilo a quelle del popolo dei pellerossa d’America; degli Armeni sterminati dai turchi; dei contadini kulaki, proprietari di piccole estensioni di terra e proprio per questo assassinati (moltissimi finirono nei gulag) da Stalin; o ai Cambogiani che finirono nei “Killing Fields” in cui il regime dei Khmer rossi giustiziò centinaia di migliaia di persone. Insomma, non ci sono solo i sei milioni di ebrei “passati per il camino” dal nazismo. Gli esuli giuliano-dalmati che sbarcavano dal piroscafo Toscana al porto di Venezia, per sovrammercato subirono gli insulti e gli sputi dei portuali comunisti. E questo dopo che i loro parenti e amici erano stati torturati e infoibati. Le loro proprietà confiscate senza risarcimento.  

La ricerca di una politica adeguata è un’attività magnifica quando si sa che cosa cercare. Penso all’empatia che mi ispirano i “Liberi Comuni in esilio” che sono sorti ovunque dove furono dispersi i protagomisti dell’esodo giuliano-dalmata. Il fiorire di questi “Liberi Comuni” con i loro Statuti ha contribuito a mantenere la loro identità e le loro tradizioni. 

Per esempio, lo stilista Ottavio Missoni (1921-2013) è stato fino alla sua scomparsa Sindaco del “Libero Comune di Zara in Esilio”. E anche l’Associazione dei Fiumani Italiani nel Mondo-Libero Comune di Fiume in Esilio, con I primi dirigenti (Ruggero Gherbaz, Carlo Cattalini, Carlo Cosulich, Ferruccio Derencin, Arturo De Maineri, Giuseppe Bilà, Lucio Susmel ed altri) diedero subito inizio, alla pubblicazione del giornale “La Voce di Fiume”, come collante di un rapporto a distanza ma comunque molto forte. Costoro mi sono particolarmente cari, perché rimandano alla mia memoria la Carta del Carnaro del 1920, il cui testo fu predisposto dall’ex sindacalista Alceste De Ambris. Dove (prima volta in ambiente italiano) per il Popolo della Libera Città di Fiume era previsto l’esercizio della democrazia diretta.

Orbene mi domando perché gli autentici indipendentisti veneti, anziché affidare le proprie speranze a partiti politici dall’insignificante risultato elettorale, e dall’ancor minore incisività istituzionale nello Stato italiano, non si coagulano in organizzazioni simili a quelle dei “Liberi Comuni” predetti, che elaborano i propri Statuti. Attraverso di essi potrebbero offrire all’opinione pubblica l’immagine di quale sarebbe l’indipendenza del Veneto secondo la loro visione; mentre politicamente potrebbero contrapporsi dialetticamente a quelle decisioni delle attuali istituzioni che non collimano con i propri interessi. La loro forza consisterebbe nel riuscire a vedere le conseguenze. Cercare le ragioni. 

Ritengo che una forma di governo che molti oggi considerano ottimale, dove chiunque può essere eletto per rappresentare tutti gli altri, e una volta eletto ha il potere di fare le migliori scelte per il bene di tutti sia molto confortante, perché le persone così si sentono protette. Però questa gente ha ceduto la propria libertà senza accorgersene. I sacrifici che chiedono i loro rappresentanti in fondo sono per il bene di tutti. Tuttavia ciò ha determinato la perdita dell’anticorpo più potente di tutti, l’amore per la libertà. Non è necessario essere degli ingegneri sociali per determinare che all’iizio degli anni 1990 la domanda di federalismo fu assai forte a fronte dell’inadeguatezza dello Stato italiano, e solo le manovre, le ipocrisie, la corruzione, la violenza e la sopraffazione di certi politicanti la disinnescarono. Ma checché ne dicano i detrattori, la Svizzera è lì a confermarci la bontà della soluzione federalista.

Enzo Trentin

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