La Pasqua dei giornalisti a gettone

Vicenza – Finalmente ieri sera la Gruber ha acquistato un merito indiscutibile. Incrociando nomi e cognomi dei soliti ospiti della trasmissione, Massimo Sallusti e Alessandro Giannini, gli intercambiabili giornalisti a gettone (insert coin nell’apposita fessura per la canzone preferita), Lilli ha dimostrato plasticamente la loro totale equivalenza. Hai ragione Massimo, sono d’accordo Alessandro, se ci fosse Mario Draghi al governo avrebbe risolto col Mes in cinque minuti. Questa è l’informazione.

Negli anni ’80 la partitocrazia aveva legami capillari col consenso. L’elettore era contattato personalmente, in special modo al sud, e convinto a forza di favori. Il potere generava se stesso al di là delle opinioni di ognuno, e il ruolo della stampa era quello del cane da compagnia (da leccata), come più volte fatto notare. Il giornale di Scalfari, il più nuovo tra i giornali di palazzo, magnificava per l’intero decennio le gesta di De Mita, ultimo padrone delle tessere. S’infittivano i flash attorno all’oratore che scendeva dal palco, senza mai concedere interviste.

Nessuna nostalgia per quei tempi, in cui era evidente l’esproprio di cittadinanza attraverso la blandizie del favore, o la minaccia di un danno. Ma gli anni che seguirono, gli anni ’90, produssero un esproprio ancora più grande. Il berlusconismo attraverso le televisioni e gli altri poteri d’informazione rapinava il consenso in modo del tutto gratuito, e non restituiva neppure una parte microscopica di ciò che rubava. Senz’alcun bilanciamento democratico è evidente a tutti l’incredibile puttanaio che ha provocato.

La stampa, plasmata da quegli anni di vacche grasse, esplose in una nuvola di stelle. Arcore e Cologno non sono più la Mecca dove si è chiamati a rendere i servigi, e di conseguenza anche Saxa Rubra accusa un certo declino. Ognuno gioca in proprio, ricavandosi uno spazietto, una rubrichetta, un giornalino, un blog, una pagina social, dove vendere le proprie sparate al migliore offerente. Oggi più che mai, della verità non fotte un cazzo a nessuno.

I più spudorati di questa generazione si sono infilati nella triade della disinformazione. Libero, la Verità, e il Giornale, danno ogni giorno la dimostrazione che questa stampa sta seriamente danneggiando la democrazia. E nonostante tutto Di Maio ha rassicurato i mentitori di professione, che la libertà e la pluralità d’informazione sono tutelate. Che la Rai non si lottizza. E noi che avevamo persino creduto a Grillo, quando ammoniva i giornalisti a pagamento di cominciare a trovarsi un nuovo impiego!

Invece Mentana su la7 esordisce candidamente: “”Se l’avessimo saputo, non avremmo mandato in onda quella parte della conferenza stampa”. Come se l’informazione potesse dipendere dai contenuti di una notizia, di un’intervista, di un discorso. Che ne è del M5S che confidava tanto nella controinformazione, nella rete, nei social, e nel passaparola di voci finalmente svincolate dalle briglie padronali? Salvini e quell’altra gli hanno sfilato il primato della informazione alternativa, trasformandola in una macchina di fandonie, una fucina di consenso elettorale.

L’intervento di Conte a reti unificate era atteso. I meccanismi di denigrazione erano già in allerta timorosa, e sparlavano di un colpevole differimento. Quando poi il presidente ha preso quei due per le orecchie e li ha accusati di mentire, forse si è leggermente scomposto. Ma è umano. Chi non reagirebbe a una continua maldicenza che dura da mesi e che deve caricarsi quasi per intero sulle proprie spalle? Tuttavia gliele ha suonate! Ha detto loro che mentono, senza riguardo per l’Italia e per gli italiani. Il venerdì santo, gliele ha suonate, e si spera che sia riuscito a rovinargli Pasqua e Pasquetta.

E la stampa cosa fa? Boccia l’intervento istituzionale scaduto in lotta politica. Protegge senza pudore il diritto di Salvini e di quell’altra di poter mentire a loro piacimento. Nega che le loro menzogne possano compromettere la trattativa in corso. Difende il suo ruolo di generare la verità, di confezionarla sui giornali, nei talk shows e nei social controllati. Perché se chiunque può in ogni modo svelare l’evidenza, di costoro, allora, di quelli della libera stampa, nessuno avrebbe più bisogno, e non potrebbero più rendere il peggiore servizio alla democrazia. Per tutto questo, ecco, soprattutto a loro, ‘na mala Pasqua, e con tutto il cuore.

Giuseppe Di Maio

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