La palla al piede

Vicenza – No, lasciate perdere: non è colpa di Salvini. O della D’Urso. Non solo, almeno. I messaggi per captare la benevolenza, il consenso, quelli politici insomma, sono diretti a una popolazione incapace di cogliere il quid della politica. Questa non è in grado di capire la struttura della società, la ragione delle leggi, la contraddizione dietro il palco degli istituti e delle regole.

Essa è lontana dall’intendere il senso della lotta partigiana, la natura delle forze in campo, e nemmeno è in grado di pensare un intero programma, un’idea complessa. Qualcuno afferra il vantaggio di un provvedimento, anzi, solo del suo annuncio. Ma non capisce né ricorda gli altri annunci e/o provvedimenti già arrivati dallo stesso pulpito. Altri riescono persino a intuire il senso di più promesse tra esse collegate, quasi a indovinare la direzione di una strategia. Ma nessuno sa verificare la corrispondenza tra quanto viene predicato e quanto realmente è fatto.

La maggioranza, però, intende anche meno di questo. Essa si ferma alla simpatia ispirata dal proprio campione, alla serie delle affinità non politiche che riesce a registrare col proprio leader. E la maggior parte delle volte il proprio leader è il Capitano. Sì, quello che tira fuori il rosario ogni volta che può, che bacia la croce appesa alla teoria dei grani; quello che si è messo a recitare malamente l’eterno riposo con un’altra campionessa di pietà cristiana.

Sarebbe lo stesso se il consenso ad un partito venisse concesso per la corregionalità spartita col suo capo, per la condivisione della squadra del cuore, per l’omonimia, per lo stesso amore delle cravatte, per i giubbotti indossati… per le felpe. Se le elezioni e la ricerca del consenso devono essere la fiera dell’irrazionalità, la conta degli umori, il sondaggio nelle pance degli italiani, della loro ignoranza, la politica diventa solo un pretesto per un grande gioco di società, e la democrazia un sondaggio simpatia, un tombolone.

Che poi è esattamente ciò che sembra… Chi indossa la cravatta più in voga, o chi racconta la barzelletta più divertente prende il potere, e il potere decide poi della nostra vita in virtù di una maggioranza. Ma che credete, che il potere costituito con una barzelletta non possa rappresentare altri poteri e interessi che precedevano il consenso popolare? Credete che il rosario di Salvini e le menzogne della nana gialla non garantiscano interessi dominanti? E invece sono più di sette anni che la Lega viene blandita, accarezzata dai giornali, dai talk show, dai tg.

Ognuno di costoro rappresenta un potere ben chiaro che non potendo chiedere apertamente alla gente il diritto a governare interpone un barzellettiere a pagamento. Le fa agitare innanzi un rosario o una dentiera e indirizza il suo giudizio, la sua scelta. E’ per questo che i veri poteri si adoperano a tenere squalificato il popolo elettore. E’ per questo che allevano la sua inconsapevolezza. Allo stesso modo del neonato stato italiano (quello del 1861) che lasciò prosperare a sud il malaffare per distruggere nei meridionali il senso dello Stato.

E’ ora di mettere fine a questo scempio. Bisogna sgozzare la presunzione che il suffragio universale sia la fonte di tutto il bene, che la valutazione di un ignorante sia il contributo indispensabile che la collettività aspetta da lui. Bisogna spezzare il legame precostituito tra il potere e il suo consenso, sottrarre il popolo all’irreparabilità della sua scelta. Bisogna qualificare il suo giudizio attraverso una selezione, e strapparlo all’influenza del padrone.

Mi direte che si farà strage dell’elettorato reazionario, quello che segue i vantaggi, gli odori e le assonanze? Sì, ma faremo anche a meno dei politici cialtroni che si rivolgono solo all’elettore ondivago e somaro e che hanno trasformato tutta la politica in un palcoscenico ridicolo e sleale. E’ una palla al piede l’ignoranza, e ce ne dobbiamo liberare. Solo dopo potremo fare conti con la malafede, con l’ottusità dei conservatori, con i mentitori di professione, con coloro che si nascondono dietro i loro diritti e accusano l’odio dei disperati. Solo dopo potremo parlare di politica.

Giuseppe Di Maio

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