Due conti…

Vicenza – Susanna Di Pietra, la giovane romana che accompagna Borrelli, alle 18, nelle conferenze della Protezione civile, è esperta in lingua dei segni. Tramite lei il suo pubblico di sordi ha conosciuto i dati sul coronavirus e le raccomandazioni degli esperti della sanità. A farle concorrenza c’è Salvini, ieri sera in collegamento domestico con Giletti che non lo interrompe mai. E malgrado ciò, quando il Capitone incespica da solo, pure ha la faccia tosta di chiedere del tempo, lamentarsi di non poter dare manco una risposta. Ebbene, la quantità di segni inviati dal collegamento: indici alzati, pollici rovesci, palme nude e dita intrecciate (soprattutto quelle), è pari se non superiore a quelli di Susanna quando parla al suo pubblico audioleso.

Ci si domanda: qual è l’uditorio di Salvini se ha bisogno di questa traduzione? Ci si domanda anche, se è proprio la sua platea ad aver bisogno del facilitatore, o lui stesso che non mastica affatto l’argomento. Quando intrecciava le dita e reclamava dunque “coesione”, tradotto, sta pregando il governo che lo tiri in gioco nella trattativa con l’Europa e nelle altre decisioni di ordine sanitario. Meraviglioso! Fino a pochi giorni fa ha rotto la pazienza di Conte e degli altri, che neanche un francescano avrebbe retto. Ora vuole coesione. Comunque mi sbraccio e, col suo parterre di sordi o ratiolesi ci provo io.

Il debito italiano è alto fin dalla costituzione del paese, poiché aveva importato quello stratosferico del Piemonte. Durante il ventennio e la prima età della Repubblica è stato sensibilmente contenuto, ed è sensibilmente calato solo alla fine delle due guerre a causa dell’alta svalutazione. Dalla prima crisi petrolifera a Schengen il debito era acquistato dagli italiani, com’è tuttora in Giappone che, pur pesando due volte e mezzo sul Pil, non dà alcuna preoccupazione. Poi la sua composizione è cambiata.

Le famiglie e le imprese non comprarono più il debito, a dimostrazione anche dell’impoverimento generale della classe media e dell’abbuffata della grande finanza nell’affare. Certe tesi sovraniste imputano il cambio di direzione al divorzio tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia, o anche all’entrata del paese nello Sme. Fatto sta che negli ultimi trent’anni, cioè anche prima dell’euro, il debito pubblico non è solo nelle mani della nazione ma, per un buon terzo, in quelle delle banche forestiere. Ogni anno l’Italia sborsa 70/80 miliardi d’interessi sul debito e una buona parte di questi prende la via dell’estero.

Sulla Sueddeutsche Zeitung, ieri, Conte ha spiegato che per ventidue anni, con l’esclusione del 2009, il nostro paese ha avuto un avanzo primario, cioè le spese sono state minori delle entrate. Purtroppo il debito non è diminuito perché c’erano da pagare gli interessi. Dunque i nuovi certificati di credito erano emessi a copertura degli interessi vecchi. E la cosa funziona così da molto tempo, aggiungo io: fino a giudicare l’intero debito un interesse addizionato. Qui entra in gioco ciò che chiamiamo spread. Il mercato decide della differente affidabilità pagatrice dei diversi paesi. E pur con un disavanzo primario positivo, l’Italia non è considerata affidabile. Dunque lievitano gli interessi sul suo debito.

Ora, caro Salvini, se non ti piacciono i Coronabond ci deve essere qualche strana ragione. Perché, la condivisione del debito, uniformerebbe la fiducia dei mercati e gli interessi pagati dalle nazioni. Già oggi molta ricchezza italiana scorre nelle banche franco-tedesche, ma con i buoni europei invece diminuirebbe. Certo, è del tutto vero che se la Bce garantisce l’acquisto dei nostri certificati di credito, si raffreddano anche le spinte dello spread. Ma sono due mercati diversi! E la tassa che pagheremmo alla banca centrale sarebbe sempre superiore a quella che potremmo pagare a un fondo europeo. Ora dimmi che cos’è che non hai capito e quale segno non ti è piaciuto?

Giuseppe Di Maio

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