sabato , 11 Settembre 2021

Quell’arnese del registro elettronico

Camporovere – Che bei tempi quelli quando si poteva uscire di casa. Anche per andare a scuola, incontrare gli amici e scambiare quattro chiacchiere, perfino sopportare noiose lezioni o subire una brutta figura per quella verifica a sorpresa, passarsi il compito e finalmente uscire scambiandosi l’indirizzo di un pub per la sera. Ora tra la cucina, sempre alla ricerca di uno sfizioso stuzzichino, e la sala della televisione come un girovago senza meta dó uno sguardo di tanto in tanto al mio pc qualora mandasse segnali di chiamata.

Guardo fuori dal finestrone oltre il parapetto del terrazzino per respirare aria di libertà tra il campanile e la torretta che si stagliano rimpiccioliti sullo sfondo della montagna. Lassú i miei nonni costretti a rimanervi dalle ultime restrizioni, almeno loro si godono da casa panorami di cime nevose poste ai confini della nostra provincia e paesaggi illuminati dal sole che sporge tra le Melette e il Sisemol.

Ma ecco il pc svegliarsi, interrompe i miei sogni, mi segnala che da scuola qualcuno si sta collegando con il mio computer. Oggi il turno dell’insegnante di matematica che compare sul display; lo riconosco mentre alla lavagna proprio nella nostra aula quella che, adesso forzato tutto il giorno in casa mi manca perfino, inizia a tracciare ellissi, trascrivere equazioni e mi invita a proseguire e risolvere.

L’interconnessione avviene in audiovideo tra scuola e un allievo per volta, in audio ma senza interazioni con i compagni. Un metodo su una piattaforma, che superando l’ormai antiquato e piuttosto burocratico registro elettronico chiamato a sua volta a sostituire l’antidiluviano librone azzurro, costituisce un primo timido passo verso la didattica digitale.

Perché sono proprio gli insegnanti, noi allievi chissà perché ci chiamano i nativi digitali come fosse una colpa essere nati in quest’epoca, sono loro invece a dover apprendere funzioni per poi sviluppare metodi didattici piú personali. Anzi c’è un piano nazionale per la scuola digitale varato, sembra un secolo fa, nel 2015 che prevede un animatore per preparare allo scopo il personale scolastico. Tutto ció perché al di là del particolare momento che stiamo vivendo, certamente allora non previsto, la scuola deve aprirsi ai nuovi sistemi che la tecnologia ci offre; la scuola italiana invece è ancora scarsamente digitale mentre la Cina ha al suo attivo oltre 200 milioni di allievi che frequentano la scuola a distanza; ma allora i trogloditi sono loro o siamo noi?

Se la didattica digitale fosse stata a buon punto ora non ci troverebbe cosí impreparati e la scuola non chiuderebbe come ha fatto ma sarebbe proseguita con altre forme senza soluzione di continuità. Cari insegnanti ora dovete voi recuperare il tempo perduto a spese nostre quando invece si doveva cominciare a chiamare i propri alunni con chat di classe, formando una squadra a distanza ridando cosí senso al tempo dello studio.

Si sarebbe dovuto chiedere consulenze agli alunni, i vostri migliori alleati iperconnessi, che vi avrebbero segnalato opportuni software per l’e-learning, Edmodo o Weschool o ancora i portali Rai cultura o Rai scuola ma anche Youtube con molti canali curati da docenti. Insomma da Skype a Meet Classroom per videoconferenze, mantenendo l’orario di scuola.

È sperabile che superati questi momenti a dir poco di confusione alla ricerca di mezzi e di metodi per far lezione a distanza, si possa dar vita a regolari corsi scolastici non solo per non perdere ulteriore tempo per la scuola ma anche per superare il noioso, per non dir di peggio, ritiro permanente in casa che per noi (ce lo consentite, vero?) sa di reclusione.

Giovanni Bertacche

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