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Henri Guisan
Henri Guisan

Il generale che divenne eroe senza combattere

Vicenza – Henri Guisan (1874 – 1960) il 30 agosto 1939 venne designato dall’Assemblea federale generale della Confederazione elvetica: Comandante in capo dell’esercito svizzero, responsabilità che assunse durante il corso dell’intera Seconda guerra mondiale (1939-1945). Fu l’ideatore della dottrina militare del “Ridotto Nazionale”, consistente nel ripiegare l’esercito all’interno dell’arco alpino in caso di invasione.

Il 25 luglio 1940 il Generale Guisan sul prato del Grütli (lo storico sito dove ebbe origine la CH. Vedasi in calce il famoso “Patto di Grütli”) rivolse un discorso ai comandanti di Corpo e Unità, convenuti a rapporto, e indirettamente anche all’intero popolo elvetico. Nel suo discorso parlò della situazione della nazione, che si trovava allora in difficoltà, ormai accerchiata dalle potenze dell’Asse. Presentò il concetto di “Ridotto nazionale” e invitò tutti quanti, soldati e cittadini, alla resistenza incondizionata. Il suo discorso ebbe grande eco sia all’interno che all’estero. Henri Guisan che non combatté una sola battaglia campale. A tutt’oggi è molto amato nella Svizzera tedesca, quanto in quella romanda e in quella italiana.

In gioventù Henri Guisan s’interessa di teologia e di medicina all’Università di Losanna, ma in seguito opta per l’agronomia, che studia a Hohenheim (Germania) e a Lione (Francia). Nel 1896 acquista la tenuta di Bellevue, a Chesalles-sur-Oron. Frequenta la scuola per le reclute di artiglieria a Bière. Promosso tenente, accede in seguito a tutti i gradi militari, fino a diventare comandante di corpo nel 1932.

La Svizzera ha sempre avuto un esercito di cittadini. Solo pochi sono i militari a tempo pieno. Non era quindi fuori dell’ordinario che un imprenditore agricolo fosse, al contempo, ufficiale superiore. Anzi, sarebbe stato insolito se uno come il nostro non avesse fatto parte della gerarchia militare. Questo sistema fa sì che siano rare le discordie politiche, essendo il settore pubblico e quello privato, sostanzialmente, nelle stesse mani. Fin dagli anni 1930 in Svizzera il potere è in mano al complesso industriale-militare. Si è dimostrata una forma di “governo” molto efficiente. 

Infatti la Svizzera è rimasta estranea alle grandi guerre poiché l’élite al potere non ne avrebbe tratto alcun vantaggio. Al contrario. Nel 1978 questo Paese era al secondo posto nella graduatoria della prosperità mondiale. Nel 2019 poi, su 167 Paesi spicca il “modello elvetico” che emerge da una ricerca globale, effettuata incrociando le statistiche rilevate da oltre 50 istituti scientifici, sociali ed economici. 

Se la furia delle guerre mondiali ha risparmiato la Svizzera non lo si deve affatto – come pure tanti credono – alla sua dichiarata neutralità. Quale Hitler se n’è mai stropicciato? No. Se nessuno ha invaso la Svizzera è perché questo Paese ha sempre potuto contare su un efficientissimo deterrente militare; abbinato alla sua propensione a “far affari” (contrattualismo, sinonimo di federalismo) con entrambe le parti in conflitto.

In questa ottica, gli svizzeri tennero ai nazisti pressappoco questo discorso: «Invadeteci, e ogni svizzero fra i 17 e i 50 anni d’età si nasconderà sulle Alpi per portare un’interminabile guerra d’attrito. D’altro canto, se sarete tanto furbi da non invaderci, saremo lietissimi di fornirvi i migliori prodotti della nostra industria, fra le più avanzate del mondo. A pagamento, s’intende.»

E questo è esattamente ciò che avvenne. Non solo gli elvetici fornirono alla Germania hitleriana cannoni antiaerei, generatori di corrente, strumenti di precisione, macchine utensili; non solo permisero ai nazisti di servirsi delle loro ferrovie per far affluire rifornimenti al loro alleato Mussolini: essi chiesero e ottennero altro in cambio. Energia. Carbone dalla Rühr. Elaborarono una formula pignolescamente precisa: per ogni tonnellata di materiale bellico in transito, tot quintali di carbone. Tale patto permise alla Svizzera di restare indenne e sopravvivere ai cinque lunghi anni di conflitto. Poiché la Svizzera non ha un grammo di carbone né una goccia di petrolio. L’energia elettrica non sarebbe bastata. Funzionò. I tedeschi non toccarono la Svizzera. E le fornirono energia sufficiente, non solo a mandar avanti il Paese, ma a farlo prosperare mentre il resto d’Europa cadeva in rovina.

Tuttavia non fu immune da danni collaterali. (?) Uno di questi lo si riscontrò nella città vecchia di Sciaffusa, al confine con la Germania. Il 1° aprile 1944 fu bombardata da velivoli statunitensi per errore. Ci furono 40 morti vicino alla stazione. Se si sia trattato di un errore o di una decisione deliberata degli americani, le opinioni divergono ancora oggi. In un sondaggio non rappresentativo tra i passanti nella città vecchia di Sciaffusa i pareri in un senso o nell’altro più o meno si equivalgono. Nessuno è critico verso gli USA. Molti anziani sono piuttosto autocritici: la Svizzera aveva molte responsabilità, perché forniva armi alla Germania, dicono in tanti. Anche alcuni cittadini statunitensi che si godono il sole primaverile a Sciaffusa non vogliono esprimersi. La storia svizzera non la conoscono.

La Svizzera è un piccolo Paese complicato. E per prima, fra le cose d’enorme importanza c’è l’eventualità di un embargo di petrolio. Gli svizzeri sono molto sensibili in proposito. Fu per via di un embargo, infatti, che a momenti morivano di fame, nel 1944-45.

Pochi mesi dopo lo sbarco alleato in Normandia, il governo americano notificò a quello svizzero che, ove non fossero immediatamente cessate le forniture di materiale bellico ai nazisti, la Svizzera non avrebbe più ricevuto rifornimenti alimentari. Gli svizzeri furono quindi presi, letteralmente, per la gola. Per nutrirsi, essi hanno sempre dovuto far venire una gran quantità di cibarie dall’estero.

Prima della guerra, si rifornivano in Europa. Scoppiate le ostilità, si rivolsero al Sudamerica, e soprattutto all’Argentina: paese neutrale con simpatie per l’Asse. Dapprincipio fu abbastanza semplice. Navi battenti bandiera argentina oppure svizzera, passando per Gibilterra, attraccavano regolarmente a Genova. Da qui i carichi proseguivano per ferrovia, col viatico del Duce. Ed è questa la ragione principale per cui, sullo scorcio della guerra, alla famiglia Mussolini fu concesso asilo in Svizzera. Lui stesso scappava a questa volta, quando fu catturato a Dongo prima che riuscisse a varcare le Alpi, per finire a testa in giù in piazzale Loreto, a Milano.

Quando poi l’Italia divenne teatro di guerra non fu più possibile far scalo a Genova. Allora i rifornimenti destinati alla Svizzera presero ad essere sbarcati in Portogallo. E di qui, attraverso la Spagna franchista e la Francia di Vichy, raggiungevano Ginevra. Ma anche questa via fu tagliata, con lo sbarco anglo-americano nel sud della Francia, verso la fine del 1944. Seguì l’ultimatum: niente più attrezzature ai nazisti, altrimenti niente più vettovaglie.

Con sommo stupore degli americani, gli svizzeri si rifiutarono di obbedire. E fu allora decretato l’embargo, nel dicembre del 1944. Quel Natale non fu allegro per gli svizzeri. Quando la controffensiva tedesca nelle Ardenne fallì miseramente, fu anche chiaro che alla Svizzera sarebbe presto venuta a mancare ogni fonte di energia. I nazisti, allo stremo, non potevano più rifornirla di carbone. In gennaio, l’embargo americano fu esteso. Agli svizzeri non restò che capitolare.

Una delegazione americana, capeggiata dall’inviato personale del Segretario di Stato: Edward Reilly Stettinius, arrivò a Berna il 12 febbraio 1945. Le trattative s’interruppero subito, di fronte all’intransigenza degli elvetici. L’inviato affermò che avrebbe aspettato che questi tornassero in sé. Mesi, Anni, se necessario. Dovette attendere esattamente dieci giorni, E l’8 marzo gli svizzeri firmarono un accordo che sanciva la loro resa completa. Quello stesso giorno l’embargo fu abrogato. Ma il prezzo non fu solo l’immediata rescissione di ogni legame economico con i nazisti; gli svizzeri dovettero altresì impegnarsi a versare agli alleati l’oro in lingotti e in titoli, nonché un cospicuo importo di contante (centinaia di milioni di dollari in tutto) che i nazisti avevano trasferito in Svizzera, sia in pagamento di forniture militari, sia per garantirsi un avvenire al riparo del segreto bancario. Era quell’oro, soprattutto, a star sul gozzo agli americani. Esso era stato quasi tutto rubato, o nelle bocche degli ebrei, o dalle banche centrali del Belgio, dell’Olanda, della Francia. Fino ad allora, gli svizzeri erano convinti che il denaro non potesse aver odore; che con esso potessero sempre cavarsi da qualsiasi pasticcio. Nel 1945, gli americani insegnarono loro altrimenti. Raramente una nazione fu così duramente umiliata. E tutto perché era stata “ricattata” mediante un embargo.

Ciò nonostante, l’incresciosa vicenda ebbe poi un più o meno lieto fine. Gli svizzeri se la caveranno con poco. Nel contempo il 20 agosto 1945, il generale Guisan chiese al Consiglio federale di dimetterlo dalle sue responsabilità militari. Tornato dunque alla vita civile, si trasferì – novello Cincinnato – definitivamente nella tenuta di Verte-Rive, a Pully, alle porte di Losanna.

Intanto, fra un rinvio e l’altro, gli svizzeri non manterranno gli impegni presi, finché la guerra fredda distoglierà l’attenzione dell’America, in Europa, verso più urgenti faccende. Ma gli svizzeri avevano imparato la lezione. Non che fosse immorale trattare con i dittatori. Dopotutto, se la Svizzera, essendo neutrale, non avesse provveduto a difendere i propri interessi, nessuno l’avrebbe fatto in vece sua. No, ciò che essi avevano imparato era l’estrema importanza di calcolare tutte le conseguenze di tali trattati, bene in anticipo. Ben diverso il comportamento dell’odierna Italia partitocratica con i vari Trattati. Per esempio quello di Lisbona e il più recente MES. Si veda qui cosa dice il Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale Paolo Maddalena.

Dopo la guerra, la Svizzera, al pari di tutta l’Europa occidentale, si mise sotto l’egida degli Stati Uniti. L’ombrello nucleare americano proteggeva tutti quanti. L’egemonia economica mondiale degli Usa assicurava il sostentamento degli amici europei, poiché questo Paese controllava ogni bene materiale: dal frumento al legname, dal petrolio alle banane. Bastava stare dalla parte giusta, con lo Zio Sam, e tutto sarebbe andato bene.

Questo è quanto gli svizzeri (e non solo loro) fecero. E per un bel pezzo seguitarono a prosperare. Ma fra il 1973 e il ’75, l’intero sistema cominciò a scricchiolare. I tutori dell’Ovest, gli Stati Uniti, subirono scacchi e smacchi da ogni parte del globo. Militarmente, furono messi in ginocchio (come un colosso dai piedi d’argilla) nel Vietnam. Politicamente, perdettero credibilità dopo l’affare Watergate e la defenestrazione di Nixon. Economicamente, si arresero al ricatto degli sceicchi del petrolio e conobbero una grave recessione.

Nell’estate del 1975 gli svizzeri si persuasero che non si poteva far più assegnamento sull’America come guardiana eletta a loro pace e prosperità. Allora cosa fecero? Secondo alcune fonti, per prima cosa si costruirono in proprio un deterrente atomico (Si vis pacem, para bellum, ovvero: «se vuoi la pace, prepara la guerra»). In segreto, s’intende, poiché avevano firmato il trattato per la non proliferazione delle armi nucleari. In capo ad un anno, disponevano d’un centinaio di ordigni: bombe, testate per missili, mine. Poterono farlo perché disponevano di Impianti nucleari. E nel paese ci sono rifugi antiatomici che bastano per quasi tutta la popolazione. In Svizzera oggi ci sono cinque centrali nucleari: Beznau I & II, Mühleberg, Gösgen e Leibstadt. Oltre alle centrali nucleari, sono in funzionamento tre reattori di ricerca: all’Istituto Paul Scherrer di Würenlingen, al Politecnico federale di Losanna e all’Università di Basilea. Parallelamente cominciarono a cambiare i loro legami economici. Allentati quelli con New York e Chicago, ne annodarono altri col Kuwait, con l’Arabia Saudita, l’Irak e, soprattutto, l’Iran. Con fredda logica, si diedero a corteggiare questi Paesi che avevano da offrire le due cose per loro più preziose: un redditizio mercato per i prodotti dell’industria svizzera; e il petrolio.

Insomma, in Svizzera non c’è solo il federalismo che è efficiente; funziona anche molto altro principalmente perché non esiste l’egemonia dei partiti politici come in Italia, ma alberga l’effettivo esercizio della sovranità popolare, che nel paese di Arlecchino e Pulcinella è solo un vuoto dettato del Comma 2, dell’articolo 1 della Costituzione.

Enzo Trentin

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Il patto federale del 1 agosto 1291

Nel nome del Signore, così sia. È opera onorevole ed utile confermare, nelle debite forme, i patti della sicurezza e dalla pace. Sia noto dunque a tutti, che gli uomini della valle di Uri, la comunità della valle di Svitto e quella degli uomini di Nidvaldo, considerando la malizia dei tempi ed allo scopo di meglio difendere e integralmente conservare sé ed i loro beni, hanno fatto leale promessa di prestarsi reciproco aiuto, consiglio e appoggio, a salvaguardia così delle persone come delle cose, dentro le loro valli e fuori, con tutti i mezzi in loro potere, con tutte le loro forze, contro tutti coloro e contro ciascuno di coloro che ad essi o ad uno d’essi facesse violenza, molestia od ingiuria con il proposito di nuocere alle persone od alle cose.

Ciascuna delle comunità promette di accorrere in aiuto dell’altra, ogni volta che sia necessario, e di respingere, a proprie spese, secondo le circostanze, le aggressioni ostili e di vendicare le ingiurie sofferte. A conferma che tali promesse saranno lealmente osservate, prestano giuramento, rinnovando con il presente accordo l’antico patto pure conchiuso sotto giuramento; con l’avvertenza tuttavia che ognuno di loro sarà tenuto, secondo la sua personale condizione, a prestare al proprio signore l’obbedienza ed i servizi dovutigli. Abbiamo pure, per comune consenso e deliberazione unanime, promesso, statuito ed ordinato di non accogliere né riconoscere in qualsiasi modo, nelle suddette valli, alcun giudice il quale abbia acquistato il proprio ufficio mediante denaro od altre prestazioni, ovvero non sia abitante delle nostre valli o membro delle nostre comunità.

Se sorgesse dissenso fra i confederati, i più prudenti di loro hanno l’obbligo d’intervenire a sedar la discordia, nel modo che loro sembrerà migliore; e se una parte respinge il giudizio proferito, gli altri confederati le si mettano contro. Resta inoltre convenuto fra di loro quanto segue: chi avrà ucciso alcuno con premeditazione e senza colpa imputabile alla vittima, sia, se preso, mandato a morte, come esige il suo nefando delitto, salvo che riesca a provare la sua innocenza; se fosse fuggito, gli si vieti il ritorno.

Chi ricetta o protegge un tal malfattore, deve essere bandito dalle valli, né potrà ritornarvi finché non sia esplicitamente richiamato dai confederati. Se alcuno, di giorno o nel silenzio della notte, da’ dolosamente fuoco ai beni dei confederati, non sia più considerato come membro della comunità. E se alcuno, dentro le valli, favorisce o difende il suddetto malfattore, sia costretto a risarcire egli stesso il danneggiato. Inoltre, se un confederato spoglierà alcuno delle sue cose o gli recherà danno in qualsiasi modo, tutto quanto il colpevole possiede nelle valli dovrà essere sequestrato per dare giusta soddisfazione alla persona lesa. Inoltre nessuno potrà appropriarsi il pegno d’un altro, salvo che questo sia manifestamente suo debitore o fideiussore; ed anche in tal caso occorre che il giudice esplicitamente acconsenta.

Ognuno deve pure obbedire al suo giudice e, se necessario, indicare quale sia nella valle il giudice sotto la cui giurisdizione egli si trova. E se alcuno si rifiutasse al giudizio e da questa ribellione venisse danno ad alcuno dei confederati, tutti sono in obbligo di costringere il suddetto contumace a dar soddisfazione.

Se poi insorgesse guerra o discordia fra alcuni dei confederati, e una parte non volesse rimettersi al giudice o accettare soddisfazione, i confederati difenderanno l’altra parte. Tutte le decisioni qui sopra esposte sono state prese nell’interesse ed a vantaggio comune, e dureranno se il Signore lo consente, in perpetuo. In fede di che questo strumento è stato redatto dietro richiesta dei predetti e munito dei sigilli delle tre prefate comunità e valli. Fatto l’anno del Signore 1291, al principio del mese d’agosto.»

Tratto da Storia della Svizzera
di Jean-Pierre Dorand, Daniel Stevan, Jean-Claude Vial, François Walter 
Editore Armando Dadò, Locarno

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