Breaking News

E se governassero 100 cittadini sorteggiati?

Vicenza – Un lettore, chissà [?] se solleticato dai nostri numerosi interventi relativi all’adozione del sorteggio per le cariche rappresentative (ma noi lo proponiamo anche per gli incarichi burocratici) ha fatto questa domanda: «Se facessimo governare I’Italia da 100 cittadini comuni estratti a caso tra le varie categorie lavorative quali risultati potrebbero ottenere?» 

Ovviamente le reazioni sono state prevalentemente negative; tuttavia un dirigente pubblico (Giovanni C.) ha rilevato: «Qualche anno fa all’università di Catania si sono presi la briga di confrontare la “qualità” in termini di titolo di studio, esperienza, etc. (sto riassumendo, i parametri erano molti) tra il complesso dei parlamentari italiani e un uguale numero di cittadini estratti a sorte da un algoritmo. Il gruppo degli estratti a sorte ha raggiunto una qualità superiore rispetto a quelli eletti e ripetendo più volte l’esperimento il risultato si confermava sempre.» 

Che i rappresentanti politici siano sempre più in difficoltà e cerchino strumenti per adeguare la qualità della democrazia che in molti paesi è carente, è un dato di fatto. Uno di questi strumenti (per esempio) è la Town hall meetings. Le riunioni del municipio, note anche come municipi o forum del municipio. È un modo per i politici locali e nazionali di incontrarsi con i loro elettori, sia per ascoltarli su argomenti di interesse o per discutere specifiche o imminenti normative. Sono comunemente tenuti in scuole, biblioteche, edifici comunali e chiese. Numerosi funzionari hanno anche sperimentato formati digitali per i municipi. Le riunioni del municipio sono dunque il mezzo che i rappresentanti hanno per ricevere feedback da una porzione maggiore di cittadini. Qui però siamo ancora nella fase di democrazia rappresentativa che non è controbilanciata dalla deterrenza dagli strumenti di democrazia diretta. In seguito ne esamineremo alcuni. 

Prima di argomentare però i nostri lettori dovrebbero tenere a mente una sorta di linea guida. A suo tempo il politologo e costituzionalista Gianfranco Miglio ebbe a precisare: «Dal punto di vista rigorosamente linguistico, democrazia vuol dire potere del popolo. “Potere” dunque e non “Governo”. Perché una moltitudine non può governare, cioè prendere decisioni quotidiane, anche minute, e seguirne l’esecuzione, adottando poi tutte le misure conseguenti. I cittadini, che compongono il popolo, per esercitare il loro potere (cioè la loro sovranità) devono quindi affidare il governo a una minoranza di delegati, o comunque a persone che i più considerano (e accettano) come rappresentativi dell’intera moltitudine. Sono i cittadini che affidano la responsabilità di amministrare e sono i cittadini che, grazie al voto, possono revocare questo mandato.» La chiave di volta sta qui, nella possibilità di esercitare la sovranità attraverso gli strumenti della democrazia diretta, che in Italia esistono, ma sono stati edulcorati e depotenziati dalla partitocrazia imperante.

Altrove sono operanti anche i Town Meeting. Essi hanno inizio con la colonizzazione europea del New England (USA), e persistono ancora oggi. Non vanno confusi con le riunioni del Municipio di cui sopra. Nel New England i Town Meeting sono una forma di democrazia diretta in cui una comunità si raccoglie e vota su budget e politiche, ed è tuttora presente in sei Stati USA. I puritani che si insediarono a Windsor, la più antica città inglese del Connecticut, nel 1633, sancirono che ogni individuo ritenuto un “uomo libero”, aveva il dovere di partecipare alla riunione della città. E questa multava gli assenti senza giustificato motivo. A Exeter (NH) il giudice Henry Shute non amava il Town Meeting. Nel 1898, si lamentò scrivendo:

«La sala è piena di fumo, non ci sono abbastanza posti a sedere e la gente cammina irrequieta avanti e indietro, chiacchiera, ride e presta poca attenzione agli oratori, a meno che la discussione non diventi calda, e gli oratori vengano applauditi a gran voce o aspramente criticati. I ragazzi piccoli e alcuni non così piccoli si rincorrono e lottano, e occasionalmente si riscontra un grande favore da parte di alcuni gentiluomini che sono inebriati nell’arringare la folla dalla parte posteriore della sala.»

Abbiamo già segnalato qui come il sorteggio cominci ad interessare costruttivamente sia gli ambienti accademici che alcune aeree della Svizzera, e non solo questa. Di converso da anni osserviamo come certo indipendentismo veneto (da molti considerato il più effervescente e promettente) sia a tutt’oggi privo di una innovativa proposta politico-istituzionale, e malgrado questo esso si presenterà alle elezioni regionali 2020. Insomma non è passato loro per la mente di far proprio il suggerimento di Buckminster Fuller che ispirò l’umanità e la spinse a dare uno sguardo omni comprensivo al mondo finito in cui viviamo e alle possibilità infinite per migliorare gli standard di vita all’interno di esso: «Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta.» Ed è chiaro che con l’attuale Costituzione e l’odierna partitocrazia la scelta dei rappresentanti per sorteggio è di la’ da venire.

Tuttavia un atto di ribellione culturale, una pacifica “rivoluzione”, può essere avviata attraverso la più abbordabile via della modifica degli Statuti comunali. Un’azione di esclusiva competenza dei Consiglieri comunali e di nessun altro. Nati a partire dal 1990 come conseguenza della Carta Europea dell’Autonomia Locale, si dovrebbero riformulare gli istituti della “Partecipazione popolare”, di cui al Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 – Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali. 

Infatti, ancor oggi in tutti questi documenti (da considerarsi l’equivalente di una piccola Costituzione dell’Ente locale) all’articolo competente per i referendum troviamo quasi sempre quello consultivo, che altro non è se non un furto di democrazia. Si veda il referendum del 2017 per l’autonomia: non ancora pervenuta! La modifica potrebbe consistere in questo:

  • Per consentire l’effettiva partecipazione dei cittadini all’attività amministrativa è prevista (in ossequio al Decreto Legislativo su indicato) l’indizione e l’attuazione di referendum sia «d’iniziativa» che «di revisione» tra la popolazione comunale in materia di esclusiva competenza locale. 
  • Per «iniziativa», s’intendono azioni tese ad imporre a Sindaco, Giunta e Consiglio comunale, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Per «revisione», s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione comunale, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme. In ambedue i casi: «d’iniziativa» e «di revisione» i referendum sono validi con qualsiasi numero di partecipanti al voto.
  • Sono escluse dal referendum le materie concernenti le norme statali o regionali contenenti disposizioni obbligatorie per l’Ente e, per cinque anni, le materie già oggetto di precedenti referendum con esito negativo.
  • L’iniziativa dei referendum viene presa su proposta dal 2% (due per cento) degli elettori del Comune. 
  • Le modalità operative per la consultazione referendaria formano oggetto di apposita normativa che, approvata prima dal Consiglio Comunale, viene successivamente depositata presso la Segreteria a disposizione dei cittadini, che possono modificarla, accettarla o rifiutarla.
  • I referendum non hanno luogo in coincidenza con altre operazioni di voto.»

Nessuna condizione può essere posta a limitare gli argomenti per l’indizione di un referendum. Tanto meno l’approvazione dello Statuto, perché altrimenti di materializza l’attuale illegittimità di un organismo che detta incontrastato le proprie regole. Quis custodiet ipsos custodes? Ovvero: «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?». Viceversa indicherebbe una volontà di porre possibili ostacoli, dimostrando la mancanza di democrazia e di partecipazione. Circa la definizione dei due referendum: «di iniziativa» e «di revisione», va costatato ed evidenziato, per esempio, che essi furono introdotti nella Costituzione della Confederazione Elvetica del 1848 (milleotttocentoquarantotto), fornendo prova di indiscussa partecipazione popolare e stabilità politica.

A supporto di queste richieste offriamo alcuni stralci del parere n. 797/2014 della Commissione di Venezia. Una sorta di codice di buona condotta per i referendum, elaborato dalla predetta Commissione e sostenuto dagli organi statutari del Consiglio d’Europa: 

  • Si abolisce il quorum del 50 per cento degli elettori aventi diritto al voto per l’approvazione di un testo per il referendum […].
  • Si introduce una mozione di sfiducia sulla base di una proposta da parte dei cittadini (mozione di sfiducia o recall. Ndr). 
  • Chi promuove iniziative popolari o referendum, può chiedere al Presidente del Consiglio (cioè Consiglio comunale) di essere assistito nella stesura del testo. Sembra che gli organi politici non possano rifiutare tale assistenza.
  • L’abolizione del quorum è in linea con le raccomandazioni della Commissione di Venezia che ritengono “consigliabile” non prevedere un quorum di affluenza o un quorum per l’approvazione. I quorum di affluenza hanno almeno due effetti indesiderati: primo, le astensioni sono assimilabili ai non-voti, e secondo, i voti espressi per una proposta che alla fine non raggiunge il quorum saranno inutili. Gli avversari saranno tentati di incoraggiare l’astensione, che non è salutare per la democrazia. I quorum di approvazione rischiano di “coinvolgere una situazione politica difficile.
  • Da evitare un elevato numero di firme che può indicare un ampio sostegno popolare. Esso non garantisce il supporto, perché le persone possono firmare perché sono convinte che la questione sia controversa e che dovrebbe essere decisa dal popolo (in qualsiasi senso).
  • Per quanto riguarda il numero di firme necessarie per proporre un referendum, il numero di riferimento chiave sembra essere […] una soglia di 1/50 (2%) degli elettori. È quindi illegittimo richiedere il 15%, il 25%, il 35% e anche più degli aventi diritto al voto a seconda degli Statuti. 
  • La formulazione di una proposta è di coloro che la fanno, e non può essere delegata a organi politici.
  • Una questione completamente diversa è se ci dovrebbe essere un esame preliminare del quesito referendario prima della sua presentazione al voto popolare, ad esempio da parte di organi giurisdizionali. Il Codice di buona prassi della Commissione di Venezia afferma che, al fine di evitare di dover dichiarare un voto totalmente invalido, un’autorità deve avere il potere, prima della votazione, di correggere una bozza difettosa, ad esempio, quando il quesito è oscuro, fuorviante o tendenzioso, o quando sono state violate norme sulla validità procedurale o sostanziale.
  • È importante sottolineare che il quorum di affluenza attualmente applicabile al referendum sia abolito; come in tutta l’Europa occidentale.
  • Secondo il par. III.3 del Codice di buone pratiche, “i testi sottoposti a referendum devono rispettare tutte le leggi superiori”.
  • Inoltre la legislazione non dovrebbe riguardare solo il metro con cui la validità del testo deve essere esaminata, ma anche altri aspetti, come l’autorità competente, il tempo e gli effetti della dichiarazione di invalidità. A giudicare potrebbe essere un giudice o una commissione ad hoc. Il momento adatto sarebbe prima della raccolta delle firme. 
  • Per quanto riguarda gli effetti della dichiarazione di invalidità, il Codice di buona condotta per i referendum afferma che “i testi che contraddicono il requisito (sulla validità procedurale e sostanziale) non dovrebbero essere sottoposti alla votazione popolare”. 

A questo punto al lettore più attento non sfuggirà che con queste sole modifiche statutarie i politicanti avrebbero spazi assai limitati per manovre “infedeli”. Paradossalmente potremmo anche ammettere che un Sindaco e relativo Consiglio comunale siano gli omologhi di Al Capone. Con i referendum di «d’iniziativa» e «di revisione» potrebbero essere in qualsiasi momento bloccati dall’esercizio del “mandato” dal “potere” della sovranità popolare. Se a ciò si aggiunge la pratica del Recall esteso anche a funzionari e burocrati la questione democratica sarebbe re-incanalata nei suoi autentici fini. 

In quest’ambito, e per ritornare alla questione del sorteggio, rimarrebbe ancora una questione da esplorare. Le nomine spettanti dal Consiglio comunale in aziende municipalizzare, consorzi, fondazioni, associazioni, fiere e quant’altro, che in un Comune di pressappoco 100.000 abitanti sono circa 100/150. È questo un ambito che si presta moltissimo a manipolazioni della più varia natura. Lo stesso discorso vale anche per il finanziamento ad associazioni della più varia natura. Il voto di scambio, per esempio.

Se si guardasse con arguzia all’alito vitale della succitata Carta Europea dell’Autonomia Locale (“proposta” dall’Ue) si scoprirebbe che a livello comunale si può avanzare una “pacifica”, “moderna” e “rivoluzionaria” iniziativa puntando, per esempio, sull’utilizzo della struttura dell’ufficio elettorale comunale, al quale tutti per diritto sono iscritti. Da qui sottoporre a sorteggio l’equivalente degli “aristocratici” (i migliori). La riforma potrebbe consistere nell’iscrizione a un preciso “compartosu base volontaria dei candidati. In tal modo le persone che non hanno tempo o voglia da dedicare alla Res Publica o si sentono inadeguate al ruolo, verrebbero auto-escluse preventivamente. Mentre (e questo è determinante) le persone da includere nel sorteggio esprimerebbero così un preciso impegno. Infine per constatare la rispondenza all’incarico per loro sorteggiato, i candidati all’estrazione a sorte dovrebbero superare aprioristicamente un apposito esame da parte di una Commissione i cui componenti (magistrati, docenti di diritto amministrativo e quant’altro affine) sono anch’essi estratti a sorte.

Di questo orientamento sono degli autorevoli cattedratici. Per esempio Michele Ainis, che da molti anni si occupa di democrazia diretta, e già nel 2012 scriveva: «Forse erano di destra Aristotele e Platone che legavano la democrazia al sorteggio? Era un fascista Montesquieu, quando osservava che il sorteggio rende concreta l’idea dell’uguaglianza?». Altrove si rileva come l’idea fosse già sperimentata  nell’antica Atene, e secoli dopo anche a Venezia.

Con l’introduzione del Recall a tutti i livelli come funzionerebbero le istituzioni? Intanto osserviamo qui un elenco dei paesi che lo praticano e dei funzionari che l’hanno subito. Se la revoca anticipata vale per il governatore della California (Gray Davis destituito il 7 ottobre 2003 per eleggere il candidato repubblicano Arnold Schwarzenegger), può applicarsi pure a un qualsiasi parlamentare o Consigliere comunale, provinciale, regionale, come a qualsivoglia burocrate. Al Parlamento spetterebbe sempre il compito di scrivere le leggi e decidere la sorte dei governi; rispetto alla situazione attuale ci sembra una bella semplificazione. 

E, aggiungiamo che il ricorso agli istituti di partecipazione popolare così concepiti non è necessariamente da esercitarsi in modo compulsivo, giacché la loro primaria funzione risiede nella deterrenza. Infatti, i rappresentanti, sapendo che l’esercizio della sovranità popolare potrebbe smentirli in qualsiasi momento, con tutta probabilità, prima di deliberare, si chiederebbero: «davvero questa delibera o legge incontrerà il favore della maggioranza degli elettori? O rischiamo che questi ultimi ci smentiscano e facciano da soli?»

Infine, iniziare dai Comuni non solo appare più facile e praticabile, ma anche più proficuo considerato che l’elettore potrebbe così prendere dimestichezza con la democrazia reale, modificando, migliorando e/o implementando via via il nuovo sistema.

Enzo Trentin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *