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Contagio di parole, parole contagiate

Vicenza – Quante parole pronunciamo ogni giorno di necessità, per chiamare, avvertire, chiedere, spiegare non meno che per gioco, snobismo, passatempo quando non per riprendere, replicare, aggredire con livore. In sogno i film della mente si snodano in parole, sono loro a condurre e a dare significati alle immagini. 

Tante parole le nostre che più spesso si incontrano con quelle degli altri e contravvenendo alle disposizioni di prevenzione, si danno la mano, si abbracciano, si baciano. Nessuna precauzione, né amuchina né quella di lavarsi spesso la bocca, le parole nella loro spericolata libertà al limite della licenziosità, alla fine si stancano e debilitate si contagiano, a loro volta diffondendo l’infezione. Guardando la Tv dall’informazione all’intrattenimento, dai talk show agli speciali, un’overdose di comunicazione di fronte al nuovo pauroso arrivato. 

Di quell’epidemia proveniente dal Catai (copyright del veneziano Marco Polo) un paese pressochè sconosciuto che ha colpito per primo in Europa il Lombardo-Veneto e proprio nel primo mese di un anno particolare, da tenere a bada, anno bisesto anno funesto ripetevano preoccupati i nostri vecchi. E di questa banale influenza che tanto banale non è se hanno chiuso scuole, ritrovi e perfino le chiese, le parole se ne occupano eccome. Gli allarmismi si confondono con le rassicurazioni potpourrì dei politici, dei virologi, categoria questa sconosciuta, degli informatori e degli opinionisti (e costoro da dove vengono?). 

La quarantena eco di un’antica parola quaresima ci fa rivivere i tempi del digiuno non per scelta ma per mancanza di cibo. E senza saperlo ci fa ritornare al Medioevo, ai tempi delle feroci invasioni, delle pestilenze, delle guerre. Mentre siamo circondati da immigrati provenienti non più dal nord ma dal meridione e da oriente con i cinesi già tra noi, tutti possibili untori non solo di oscure infezioni, il coronavirus ne è l’avanguardia, ma di recessioni culturali, sociali, economiche. 

Proprio su quest’ultimo tasto quello dell’economia, le regioni del nord più colpite si soffermano con terrore; il turismo, il lavoro, l’export, il Pil, gli investimenti segnano preoccupati il passo e quel che è peggio non si vede luce in fondo al tunnel. Il discorso, esaurita la carica di speranze e di futuro, contagiato da un ancora più oscuro veleno proveniente dal continente della paura, perde la testa. 

Le parole quali espressioni del pensiero e del modo di ordinare le idee prima di veicolarle verso l’esterno, con la mente in tumulto, un pronto soccorso preso d’assalto da incontenibili pazienti, sempre più oscure, frastornate. Va perciò contestualizzata la sia pur infelice uscita del governatore che facendo un improbabile confronto tra il suo popolo, igienista fino allo spasimo, con i mangiatori di sorci, da cui proviene e anche perciò si spiega l’infezione, si è lasciato sfuggire dichiarazioni alterate dalla febbre gialla. Non sorprende allora se anche le parole di scuse, pure infettate dal medesimo virus, non abbiano ottenuto l’effetto sperato. Le parole sono difficili da maneggiare, sempre, tanto più se contagiate.

Giovanni Bertacche

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