Lettere e Opinioni

Un vero leader non cerca il consenso, lo crea

Vicenza – Abbiamo più volte segnalato come esista tra la popolazione una sorta di fiume carsico che aspira all’autogoverno o autodeterminazione o secessione che dir si voglia. Ma più volte queste aspirazioni sono state fatte proprie, senza apprezzabili risultati, da formazioni di volta in volta pseudo autonomiste-federaliste-indipendentiste. Questi movimenti o partiti politici si sono sempre distinti per la conflittualità dei loro presunti leader che non hanno esitato a sfruttare la militanza, e soprattutto per la mancanza di un serio progetto politico-istituzionale che serva a far intravvedere a quale nuovo soggetto politico istituzionale i cittadini potrebbero aderire.

Ancora per le imminenti elezioni regionali in Veneto avremo questi presunti leader che andranno a caccia di voti per progetti irrealizzabili, ma quanto costoro siano disorientati, offuscati e smarriti ce lo insegna Martin Luther King laddove predicava: «un vero leader non cerca il consenso, lo crea.»

Non è un caso che da più parti e a cura di più persone e organizzazioni si cominci a pensare al superamento delle elezioni, con tutto il loro circo mediatico, cominciando a prefigurare l’elezione per sorteggio. Patricia Brand, Catherine Guanzini e Libé Vos sono tre donne che con tenacia e passione hanno realizzato una ricostruzione storica originale. Un progetto che offre un viaggio nel tempo nella nota località termale svizzera di Yverdon-les-Bains. Tramite una ricostituzione storica, il pubblico ha qui potuto rivivere un’elezione svoltasi quasi 250 anni fa. Una procedura molto complessa, in cui il sorteggio era in primo piano.

Se Yverdon-les-Bains ha accresciuto il proprio patrimonio democratico sperimentando un modello partecipativo autoctono, nel Comune di Sion è stato fatto proprio un modello di sorteggio creato in Oregon. In quest’ultimo Comune del Canton Vallese, si sono fatti precursori, nell’ambito di un progetto del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica al fine di coinvolgere dei cittadini estratti a sorte. Qui tempo addietro furono invitate 2.000 persone per prendere parte al progetto che portò alla formazione di un “panel di cittadini”, incaricato di elaborare un rapporto su un quesito sottoposto poi a votazione federale il 9 febbraio 2020.

La morale della favola è che nessuno elegge più equamente del sorteggio ma tutto questo non è ancora entrato nelle aspirazioni di alcuni sedicenti autonomisti, federalisti e indipendentisti veneti.  Si consideri che ai giorni nostri c’è un’acuta crisi dei mezzi d’informazione che è anche una crisi della democrazia. Tra politica e i mass-media c’è sempre stata una relazione stretta e simbiotica. La politica fornisce ai media contenuti di rilievo. In cambio, i media danno pubblicità ai politici.

Il panorama mediatico si è però ristretto. La fine di questo andamento non è ancora in vista, ma il calo delle vendite dei giornali cartacei è preoccupante. Ciò può avere gravi conseguenze per una democrazia che in Italia  è sempre stata precaria; non solo manca il contro bilanciamento degli strumenti di democrazia diretta, molti giornali (comprensibilmente) altro non sono che “la voce del padrone”, ovvero il brusio del potere economico che condiziona la politica attraverso la partitocrazia.

Di soluzioni ce ne sono; mancano i veri leader. Charlie Papini ha scritto: «Secondo la visione politicamente corretta e più in voga, una più stretta integrazione politica è buona – basti pensare a come si pronunciano i leader europei dopo la Brexit – mentre la disintegrazione di uno Stato e la secessione è male.» 

Durante una lezione tenuta in Francia una decina d’anni fa Hans-Hermann Hoppe (intervistato da Paul Belien) ebbe a dire: «I burocrati dell’Unione europea dicono che la prosperità economica è aumentata enormemente con una maggiore unificazione politica. Tuttavia, in realtà, l’integrazione politica (centralizzazione) e l’integrazione economica (mercato) sono due fenomeni completamente diversi. L’integrazione politica prevede l’espansione territoriale dei poteri di uno Stato di tassare e regolamentare la proprietà. L’integrazione economica è l’estensione della divisione interpersonale e interregionale del lavoro e della partecipazione al mercato. In generale, più piccolo è un Paese e i suoi mercati interni più è probabile che esso opterà per il libero scambio.»

Come dargli torto, pensando a “Città Stato” come Singapore, Monaco, Hong Kong, Liechtenstein o il vicino San Marino? La loro prosperità – come dimostra anche ogni indice economico – è senza precedenti e superiore rispetto a quella di centinaia di classici “Stati Nazione” contemporanei e “sovrani”. Citiamo ancora H.H. Hoppe: «Inoltre, le ridotte dimensioni contribuiscono alla moderazione. In linea di principio, tutti i governi sono controproducenti nel tassare e nel regolare i proprietari di immobili privati e i percettori di reddito di mercato. Un piccolo governo, tuttavia, ha molti più vicini. Se tassa e regola i propri sudditi visibilmente di più rispetto ai suoi vicini è destinato a soffrire perché la gente “voterà con i piedi”: se ne andrà a vivere e a lavorare altrove. E non è necessario andare lontano per farlo.»

Le lezioni dell’economista tedesco, inoltre, ripescano esempi straordinari anche dal lontano passato, a dimostrazione che piccolo è bello e funzionale: «Le Fiandre medievali erano prospere. Contrariamente alla ortodossia politica degli eurocrati contemporanei, proprio il fatto che l’Europa avesse una struttura di potere altamente decentralizzata di innumerevoli unità politiche indipendenti spiega l’origine del capitalismo nel mondo occidentale. Non è un caso che la libertà e la prosperità per prima fiorirono in condizioni di estremo decentramento politico: nelle “Città Stato” dell’Italia settentrionale, nel sud della Germania, e nei Paesi Bassi secessionisti.» 

Per H.H. Hoppe, sbaglia chi presume che unità politiche più grandi (e paradossalmente un unico governo mondiale) implichi mercati più ampi e maggiore ricchezza. «È falso – spiega Hoppe – Più grandi sono i territori più bassi sono gli incentivi del governo nel continuare ad essere liberale, poiché la gente perderà la possibilità di votare con i piedi. Durante l’intero processo europeo e, in effetti, in una unificazione mondiale, abbiamo assistito ad una crescita costante e drammatica del potere fiscale e di regolamentare l’esproprio da parte del governo. Alla luce della teoria sociale ed economica e della storia una argomentazione molto forte può essere fatta per la secessione.»

Con queste premesse, la speranza è che sia Catalogna che la Scozia possano disgregare gli Stati che oggi le inglobano, ed è una speranza che aleggia da tempo anche nei territori veneti. Che è bene chiarire non sono solo quelli compresi nella Regione Veneto, ente amministrativo dello Stato italiano. Lo Stato non è una entità divina che ha il diritto di determinare l’affiliazione politica di noi cittadini, e come per ogni altra industria, i fornitori dei servizi statali sono soggetti alle leggi fondamentali dell’economia con rispetto alla competizione, al monopolio, e all’azione umana.

Per esempio? Il già citato Liechtenstein è un paese di circa 38.000 persone; con 160 chilometri quadrati di superficie non è molto densamente popolato. Per fare una comparazione, Monaco ha circa la stessa popolazione ed è 80 volte più piccolo. Il principato può vantare forse il più alto PIL pro-capite e i più alti salari medi del mondo, ma contrariamente alla credenza popolare, il settore finanziario contribuisce solo per il 24% al PIL del Liechtenstein e per il 16% della forza lavoro. Il 27% del PIL è in servizi non finanziari, l’8% nell’agricoltura, e il 37% nell’industria, poiché il Liechtenstein è un luogo popolare per la produzione altamente specializzata e di nicchia. Alcuni significativi esempi comprendono Hilti, uno dei leader globali nella produzione di utensili elettrici; Ivoclar, uno dei più grandi produttori di prodotti dentistici, attraverso cui il Liechtenstein è diventato il maggiore esportatore mondiale di denti falsi; e anche la ben conosciuta impresa di gioielli Swarovski ha molte attività nel principato.

Il Liechtenstein ricorda molto da vicino la civiltà comunale, nata e fiorita nell’Italia centro-settentrionale a partire grosso modo dall’anno 1.000.  Il Liechtenstein è una delle ultime monarchie funzionanti in Europa, con la Casa regnante in grado di esercitare un potere quasi completo in tutto il Principato. Il Sovrano, attualmente al potere è il Principe Hans-Adam II, e al contrario che in molte altre monarchie, detto potere viene trasferito di padre in figlio non al momento della morte del padre, ma un po’ di tempo prima, così da permettere al successore di imparare dal suo predecessore mentre questi è ancora al lavoro. Il reggente corrente, il Principe Alois, sta ora effettivamente guidando il paese, nonostante suo padre abbia il potere di intervenire e annullare le sue decisioni.

Tuttavia, nonostante il potere costituzionale della Famiglia regnante, il Liechtenstein è anche una democrazia. Secondo le parole del Principe Hans-Adam: «Noi della Casa regnante siamo convinti che la monarchia del Liechtenstein sia una partnership tra il popolo e la Casa regnante, una partnership che dovrebbe essere volontaria e basata sul rispetto reciproco.» 

Tutto questo esiste nel contesto di una democrazia diretta, quindi ogni disaccordo tra la casa regnante e il parlamento può essere risolto con un voto popolare. Hanno bisogno solo di 1.000 firme per dare il via a un referendum nazionale, o di 1.500 se la proposta popolare implica un cambio nella costituzione.

Il principe può porre il veto su ogni referendum, a meno che si tratti di uno fra due specifici tipi di referendum: il primo tipo è un referendum per far dimettere il principe, nel qual caso la casa reale deve eleggere un nuovo principe, e il secondo tipo è un referendum per far dimettere l’intera casa reale e abolire completamente la monarchia. Se la popolazione dà il via a uno di questi due tipi di referendum il potere di veto del principe è annullato.

Inoltre il Liechtenstein ha 11 municipalità, cui spesso ci si riferisce come villaggi o comunità, con una popolazione che è compresa pressappoco tra 280 e 6.000 persone. Questi villaggi hanno un notevole grado di autonomia, e sono in grado di approvare molte delle proprie leggi, e riscuotere le proprie tasse: per esempio, l’imposta nazionale sul reddito è pari all’1,2%, ma il livello medio di tassazione è intorno al 17,8% includendo le tasse sul reddito dei villaggi.

Ora viene la parte davvero interessante: ciascuno di questi villaggi ha il suo proprio sistema di democrazia diretta, con i referendum che di solito richiedono le firme del 5% degli elettori locali eleggibili per prendere il via. Dopo la riforma costituzionale del 2003, i villaggi hanno ottenuto il diritto di secedere. Persino il piccolo Planken con i suoi 280 votanti potrebbe vedere riconosciuta la propria indipendenza a seguito di un voto popolare.

Tutto ciò ha avuto inizio da sua Serena Altezza Principe Hans-Adam II, che è sceso personalmente per le strade del Liechtenstein per raccogliere le firme per indire un referendum costituzionale. La riforma costituzionale del 2003 ha dato anche ai cittadini del Liechtenstein il già menzionato diritto di dimettere il principe della casa regnante, tra l’altro. Questo per segnalare la pochezza di certo indipendentismo veneto che, subornato da alcuni pseudo leader, mena vanto del referendum consultivo per l’autonomia (peraltro non ancora pervenuta, e quando ci sarà risulterà insoddisfacente) e non è nemmeno in grado di fare proposte istituzionali copiando dall’esistente. Insomma, come diceva Peter Ferdinand Drucker: «Se i leader non sono in grado di rompere con il passato, di abbandonare le logiche di ieri, non saranno in grado di cercare il domani.»

Enzo Trentin

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