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Priorità del governo: sicurezza e accoglienza

Torri di Quartesolo – Con la partecipazione al governo del Partito Democratico, temevo fosse nominato ministro dell’Interno un fautore del principio  «gli immigrati sono, sempre, una risorsa …» (Kyenge). L’incarico alla dottoressa Lamorgese,”Grand commis” dello Stato, mi ha un po’ tranquillizzato. La nomina, poi, a Sottosegretario di Variati ha rafforzato in me l’idea  di una gestione del dicastero orientata sì all’accoglienza, ma con una logica di realismo.

Ricordo infatti che egli ha vissuto in prima persona, da sindaco e presidente della Provincia, le difficoltà legate sia all’ordine pubblico in genere che alla ospitalità e integrazione degli immigrati. Sul secondo tema, ritengo che le missioni Mare nostrum/Triton/ Themis, pur con le migliori intenzioni, abbiano purtroppo “costruito un’autostrada” pericolosa e molto sfruttata dai trafficanti di esseri umani. Risulta infatti che dal 1/1/2016 al 26/11/2016 arrivarono in Italia 171.070 immigrati, ma furono recuperate 4.207 salme. Sono dati di Frontex, che ritengo inferiori ai valori reali perché si basano soltanto sui casi accertati.

E, purtroppo, quelli  che hanno potuto raggiungere il nostro paese sono spesso finiti in condizioni di sfruttamento, nella malavita, in prigione o a elemosinare davanti i centri commerciali. Va ricordato che in quel periodo gli altri paesi dell’Unione Europea non hanno fatto la loro parte e lasciato che ci arrangiassimo. Oggi, con la situazione che si è determinata in Libia, siamo di nuovo in una situazione di emergenza. In ogni caso non dobbiamo assolutamente lasciare le persone perire in mare.

In merito poi alla doverosa integrazione degli immigrati nella nostra società, desidero riportare le regole del centro “Olavina Halli” (Villaggio dell’Amore)   di Mangalore (Karnataka – India). Esso fu fondato nel 1974 dalla Suora Friulana Amelia, che lo ha poi guidato trent’anni, per accogliere  ogni persona bisognosa, al di là della propria casta, religione e convinzione politica. Esso è impostato su due “regole” essenziali:

  • L’amore di ciascuno per i propri fratelli, perché la comunità deve essere  una grande e unica famiglia. Quindi gli autosufficienti aiutano chi è invalido, chi non può mangiare o alzarsi o lavarsi da solo.
  • Chi è in grado di lavorare ha un compito preciso, che consiste nel tenere pulito il villaggio e i dormitori, accudire gli animali, lavorare la campagna…

A Vicenza si è cercato sviluppare l’impiego degli immigrati nei lavori socialmente utili, affrontando i vincoli imposti dalla legge (ad esempio la disponibilità volontaria). È ovvio, ma “repetita iuvant”, che l’integrazione comporta doveri per chi ospita (assistenza sanitaria, condizioni decorose…), ma anche per chi è ospitato. E le risorse del nostro paese non ci consentono  di mantenere persone in grado di lavorare, ma non che accettano la logica del lavoro.

Sono un “foresto” che si è trasferito, ancora ragazzo, a Vicenza (ora abito a Torri di Quaretesolo). Ho quindi conosciuto le profonde trasformazioni di questo territorio e sono particolarmente critico su alcuni aspetti della situazione odierna: la distruzione del territorio ad esempio. Non accetto però i giudizi, ascoltati spesso nei programmi televisivi di Lerner & Santoro, che la maggioranza dei Veneti siano interessati solo agli “schèi”  e, oggi, diventati perfino razzisti e fascisti.

Ho sempre ritenuto che questa analisi, tanto categorica quanto superficiale, sia  anche offensiva. Temo invece avesse ragione Massimo Cacciari, quando affermava che «se a Sinistra ci saranno ancora preconcetti di questo tipo, essa sarà nel Veneto destinata a estinguersi ». Con i limiti di ogni semplificazione, ritengo invece ci sia, in gran parte dei Veneti, l’esigenza di buona amministrazione, sicurezza , adeguata accoglienza degli immigrati e di constatare, finalmente, azioni realistiche per perseguirle.

È pure vero che molti di loro detestino i “nullafacenti”. Riporto un esempio che ritengo emblematico. All’uscita dei fedeli dal Santuario di Monte Berico una giovane extracomunitaria si è accostata a una signora anziana. Non ho capito il colloquio iniziale, ma ho sentito poi quest’ultima dire a voce alterata: «Mi go laorà par pì de trénta ani e gavéa famèja. E ti te vé par carità?». [Ho lavorato per oltre trent’anni e provveduto alla famiglia. E tu elemosini?].

Ricordo anche di non aver notato nelle persone presenti  alcun disappunto riguardo la frase detta dall’anziana signora. Concludendo, non voglio comportarmi da “mosca cocchiera” e proporre facili soluzioni; ritengo però che chi è al governo debba agire concretamente perché i cittadini non siano costretti  a vivere una situazione di perenne  emergenza.

Daniele De Antoni Migliorati

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