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Il potere, testa pinna e coda

Vicenza – Nella nostra nazione essere comunista rappresentò dal ’48 in poi un disvalore funesto. Per molto tempo chi lo era aveva difficoltà a studiare, a trovare lavoro, e persino ad emigrare. Con l’inizio degli anni ’60 questo svantaggio si attenuò. Ma nelle classi gregarie e in genere reazionarie il disvalore si mantenne vivo, fino a quando Berlusconi con la discesa in campo non lo resuscitò. Sono famose le sue invettive contro i “poveri comunisti”, definitivamente cacciati dal governo e costretti allo scontro nelle piazze.

Parallelamente a questa esclusione pregiudiziale ne era stata costruita un’altra, quella della “mancanza di cultura di governo”, di cui furono accusati: il PCI negli anni ‘60, dai partiti di centro; Berlusconi e la Lega dai partiti della tradizione; il M5S da tutti gli avversari. Ad ogni terremoto politico l’establishment ha tacciato il nuovo venuto di inabilità a governare, anche se il biasimo ai pentastellati è diventato un triste leit motiv che dura da troppo tempo, nonostante essi abbiano dato prove magistrali del contrario. Perché? Perché il Movimento non ha dato ancora segnali di essere rifluito nel sistema, di aver fatto compromessi sostanziali, di aver favorito amici, spartito potere e denari.

Così come il comunismo, anche, diciamo… “l’incapacitismo”, è un difetto imperdonabile nel giudizio popolare. Ecco il perché delle continue accuse gratuite e infondate al M5S, per quanto gli unici dimostratisi incapaci siano stati solo i servi dei lobbisti e i tanti improponibili politici nostrani. Ricordiamo quelli senza diploma al ministero dell’Istruzione, quelli del tunnel di neutrini alla Ricerca Scientifica, quelli “dell’abbiamo una banca” alla Giustizia etc, e tutti gli altri impresentabili, impreparati e incompetenti che hanno affollato i banchi del governo.

Ma con quest’accusa si nascondono verità fondamentali, cioè: che la democrazia non è una faccenda governata dalla tecnica, ma invece dalla volontà; che l’amministrazione pubblica non è un congresso privato riservato a pochi esperti, ma è interesse di tutti coloro che abbiano un minimo di capacità civica. Questa è la democrazia compiuta, e non il populismo attuale, che invece è fondato sul suffragio di un popolo elettore totalmente squalificato e su un governo di oscuri tecnocrati e specialisti asserviti agli interessi dei potenti.

Il nuovo corso imposto dalla liberazione della volontà popolare attraverso l’inevitabile governo a 5 stelle, comincia a scuotere tutta la classe dominante. La prima a temere la rivoluzione pentastellata è l’informazione serva di regime. Essa ha blandito la Lega di Salvini contro i 5 stelle, ora persino la Meloni contro Salvini. Poi le lobbies sfrattate dai vantaggi dei decreti ad hoc, e infine tutto il comparto pubblico, dai semplici dirigenti ai boiardi di Stato. Sempre più su, fin dove spunta il faccino lombardo del presidente della Corte Costituzionale che, dopo aver dichiarato l’illegittimità retroattiva della spazzacorrotti, adesso si schiera dalla parte di una giustizia dal volto umano, bocciando i processi troppo lunghi.

Peccato che il volto umano diventi arcigno solo con la povera gente, quella senza santi né avvocati, quella senza partito. Poiché il suo partito, da socialista qual era è diventato liberal, e s’interessa di questioni civili e non sociali, delle politiche di genere, gender e d’accoglienza, dell’inizio e del fine vita. Ecco perché il suo partito non riusciva a mostrarsi in piazza e perché nessuno lo seguiva.

Ma ad un certo punto quel partito si è scelto l’avversario, il suo giusto nemico. Col quale ha cominciato una tiritera di contrapposizioni fasulle allo scopo di mettere fuori gioco i 5 stelle. Fino a che non si è persino clonato. E, un partito senza piazza, la piazza l’ha trovata gridando: Bologna non si lega. Una specie di “Allah u akbar”, un chicchirichì tutto ormonale senza spiegazione e senza idea. Un nulla rappreso a cui Gruber, Formigli, Sardoni, Merlino, Floris ed altri, hanno fatto da megafono, lisciandolo a più non posso, e suggerendo persino le risposte.

Adesso la sardina del PD già parla della sua e di quelle degli altri come “narrazioni”. Racconti contrapposti tra cui scegliere il più simpatico: “l’erotico romantico o l’erotico tamarro”, testuale sardiniano. E la sardina semper ridens, detta la deontologia dei 5 stelle, intellige l’agenda del governo, e ne boccia i provvedimenti. Boccia la giustizia, aggiungendo “ismo”, boccia la guerra al vitalizio e stabilisce altre priorità. Se avesse parlato Zingaretti non avrebbe fatto meglio. Siamo in attesa di cosa dirà ancora il ventriloquo, ma mettiamo in guardia la povera gente che nemmeno questo, qualunque cosa nascerà, sarà il suo partito.

Giuseppe Di Maio

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