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Viene da chiedersi, talvolta, se i quasi tre secoli trascorsi dall'epoca di Voltaire non siano passati invano...
Viene da chiedersi, talvolta, se i quasi tre secoli trascorsi dall'epoca di Voltaire non siano passati invano...

L’età della ragione

Vicenza – E’ una delle controindicazioni del suffragio universale e forse della democrazia: la partecipazione di tutti i cittadini al voto rende scadente l’elettorato. Tanto scadente che il dibattito politico, sempre alla ricerca del consenso, non segue più le preferenze basate su precisi orientamenti economici e sociali, ma sulle emozioni che le pance, le pelvi… il culo del popolo, riescono a produrre. Purtroppo si sa: le emozioni sono transitorie e troppo spesso contraddittorie, cosicché la loro incessante ripetizione e l’incertezza che si tirano dietro, rendono tutto il panorama civile schiavo di un eterno presente, senza vera evoluzione.

In questo panorama, dove non si discutono le logiche dei veri interessi, all’elettorato viene proposta l’elezione dei sentimenti. Chi per primo ha prodotto quest’invasione emozionale della politica sono state le destre, con la triade ideologica, Dio, Patria e Famiglia, la cui difesa non dipendeva da motivi razionali, ma da radici tribali, ancestrali. Le sinistre, che hanno rappresentato nei secoli recenti dell’umanità lo spirito illuministico, oggi si sono arrese ad una proposta oscura che anch’esse fondano sulle emozioni, quasi a fotografare con un sentimento la loro storia politica.

Tutti i partiti parlano di cose irrazionali. Al partito “dell’amore”, per esempio, Berlusconi ha fatto seguire la denuncia “dell’invidia” sociale. Il che si potrebbe leggere come un’esortazione ad accettare di buon grado sia la disuguaglianza naturale che quella creata dalla “furba” illegalità; ma anche peggio: cioè, marchio di disonore per chi dichiara spudoratamente di non avere più risorse personali per sopravvivere, se non quelle messe a disposizioni dalla politica e dalla collettività. A queste proposte istintive, la sinistra risponde con la messa all’indice “dell’odio”. Cioè con la condanna di una reazione legittima alle paure e alle ingiustizie che i miseri sono costretti periodicamente a sviluppare.

Insomma, sia gli uni che gli altri cercano di calmare le reazioni del popolo contestando l’emozione naturale che la loro stessa politica ha provocato, accaparrandosi viceversa il consenso di chi non si trova nelle condizioni sociali da doverla provare. E quando le emozioni hanno bisogno di essere rigenerate – siccome si sono allontanate troppo dalla pratica politica – allora si deve trovare un avatar, un ventriloquo che riproponga il “sentiment”, ma che eviti accuratamente di mettere a nudo i rapporti sociali – meno che mai quelli economici – dell’elettorato a cui si riferisce.

Un altro cavallo di battaglia della repressione “rive gauche” è il politically correct, ovvero il controllo costante delle reazioni alle ingiustizie. E’ noto che la malafede muove sempre richiami al comportamento quando si vede efficacemente contraddetta nel merito. Il politicamente corretto, non consente di dire sempre la verità, di esprimere il proprio parere, di reagire adeguatamente ad una illegalità, ad un abuso; condanna chi non accetta di buon grado un licenziamento ingiusto, chi si sfoga sui social come all’osteria, chi tira improperi a un ladro del pubblico erario se lo incontra per strada. Il politicamente corretto non reputa il vaffanculo grillino un’azione fondamentale della politica.

Invece noi siamo di diverso parere. Noi crediamo che mandare a quel paese il padrone della democrazia, dell’informazione, e dei tribunali, sia un atto meritorio ed emancipativo. Noi crediamo che l’odio sia il grado iniziale di ogni comprensione. Crediamo che “l’Io si affermi opponendosi”, come avrebbe detto il filosofo tedesco “Fichte”, e si afferma come soggetto politico se manda a ‘fanculo i suoi aguzzini che non vorrebbero vedere smascherato il loro imbroglio. A noi non basta che l’Italia non si leghi, noi desideriamo che inizi l’età della ragione, che l’Italia riconosca i propri nemici, e s’illumini di stelle.

Giuseppe Di Maio

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