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"Concilio cadaverico", Processo al cadavere del papa Formoso (Dipinto di Jean-Paul Laurens, 1870)
"Concilio cadaverico", Processo al cadavere del papa Formoso (Dipinto di Jean-Paul Laurens, 1870)

Che paese…

Vicenza – Alla caduta dell’ordine romano l’Italia era una comunità di proprietari che si governava con senati locali dipendenti dall’Urbe. L’instabilità economica e politica che seguì le migrazioni germaniche costruì un sistema rurale, angusto e litigioso, spesso subalterno a monarchie straniere. Il risorgere delle città e dei senati, confermò una tradizione politica fondata sulla proprietà privata.

Una stagione fugace, che presto sprofondò nel mero particolare e lasciò l’Italia ancora una volta in mano ai forestieri. Da qui, la nascita del lungo periodo in cui abbiamo sofferto il disprezzo degli altri popoli, e l’invidia per le loro conquiste. Quando finalmente arrivò l’unità della penisola, si compì secondo la volontà di una classe dirigente concentrata esclusivamente sull’interesse privato. Ciò che è sorto, è il paese politico che abbiamo la sventura di abitare.

Se dovessimo desumere da questo scarno tratteggio il carattere del popolo italiano, non sbaglieremmo a definirlo diffidente del potere, incapace di slancio collettivo, completamente assorbito dalle proprie vicende. E la sua classe dirigente? Peggio! E’ da essa che ha imparato l’irresponsabilità tipica delle amministrazioni italiche: che ha imparato a deridere i probi, a derubare gli assenti, a processare i morti, a punire i vinti. Sì, quella comminata a papa Formoso è l’antesignana di tutta la giustizia nostrana.

Una giustizia corrotta, superba del suo potere di contestare i valori, e di applicarli solo a danno dei deboli. Vigliaccheria e slealtà assurte quasi a emblema nazionale. E pensare che, ancor oggi, noi Italiani giudichiamo intelligente chi di queste ne fa uso spregiudicato. Lo Stato che abbiamo costruito con un colpo di mano – nostra precisa espressione – è nato già vecchio, senza idea né approvazione: un intreccio di tane per progetti domestici, ognuno di essi risoluto a pesare sul lavoro e approfittare del celebrato genio nazionale.

E’ da qui che è sorta l’impostura, allevata tra lo struscio delle tonache e il tintinnìo delle questue, la menzogna di essere al servizio del paese, quando invece si serve spudoratamente solo se stessi. E’ da qui che nascono le smanie per la “civiltà giuridica”, le bocciature degli sforzi contro la corruzione, le restaurazioni di vitalizi e prebende.

Credete che, se ci fosse stata una salda maggioranza parlamentare, i superpagati giudici della Consulta si sarebbero ricordati dell’art. 25? No, i sacerdoti della casta, che proteggono la Carta a suon di quattrini avrebbero taciuto. Avrebbero protetto la sola ragione per cui esiste questa galera chiamata Italia: il proprio vantaggio sociale sopra una moltitudine di ignari grassati. E poi gli ignari, spartiti in tifoserie ignoranti, forzati a ratificare la loro schiavitù e scegliere le proprie catene. Che ne sarebbe dell’alta Corte se un partito rivoluzionario prendesse per sbaglio il sopravvento?

Eppure basterebbe così poco per capire, anche prima di poter selezionare un popolo elettore. Quanti, tra i leader di centrodestra – Dio Patria e Famiglia -, che si riempiono la bocca di tradizione e lealtà, hanno i loro nuclei familiari regolari? Nessuno. Quanti tra quelli del fu centrosinistra progressista, hanno invece una vita familiare ispirata a un asfittico ideale piccolo borghese? Tutti.

Dunque, gli uni e gli altri, ladri e codini in un paese che non esiste, lo riempiono di menzogne con la foga delle omelie domenicali, mentre il nostro vicino di sedia non capisce una sega. Matteo, Matteo… Mattia? Allora non ci resta che invidiare. Sognare altri paesi in cui vengono predicati e garantiti tanto i meriti quanto gli indennizzi sociali, in cui viene rispettata la regola. Fuggire, dalla ferocia di questa democrazia barzelletta, lasciare questo bel territorio aggredito da cazzari e cialtroni affamati e governato dalle congregazioni private.

Giuseppe Di Maio

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