138 miliardi all’anno in tasse e burocrazia

Vicenza – «Il giornalismo “deve essere molesto”, cioè “fare le pulci al potere”, essere un grimaldello nel fianco del potere amministrativo, politico, giudiziario, svegliare l’attenzione che c’è o ci dovrebbe essere nell’opinione pubblica. “Fanno sorridere le affermazioni di alcuni rappresentanti istituzionali sui giornalisti», ha commentato Paolo Borrometi (volto di Tv2000) evidenziando che «il giornalismo che non racconta non fa il proprio dovere e non si prende la responsabilità di aiutare a decidere da che parte stare». Intervenendo alla tavola rotonda “Comunicatori molesti”, organizzata dall’associazione Netone nella sede romana della Federazione nazionale della stampa italiana, Borrometi ha ricordato che «il ruolo del giornalista è fondamentale» e che «il giornalismo deve essere davvero il cane da guardia della democrazia […] Se per essere giornalisti, bisogna prendersi qualche epiteto poco carino, rivendico di essere un pennivendolo.»

Come contestare le nobili parole di Paolo Borrometi? Tuttavia costui dimentica i gatekeepers; ovvero le persone responsabili di una porta, di solito per identificare, contare, controllare, etc, il traffico o il flusso attraverso di essa. Ed uno dei tanti gatekeepers è il direttore responsabile di una qualsiasi testata giornalistica. Tale funzione non è, come comunemente si crede, una tappa della professione giornalistica che si conquista per l’autorevolezza con cui si è svolto il mestiere, bensì un incarico fiduciario dell’editore che, in quanto proprietario del “mezzo”, ne affida la responsabilità a colui che tra l’altro svolgerà la funzione di gatekeepers dando una linea editoriale (politica) piuttosto di un’altra. Un altro gatekeepers è il capo redattore che fa filtrare una notizia piuttosto che un’altra. E non ci si deve scandalizzare di ciò. È ovvio che chi paga voglia tutelare i propri interessi. Altra cosa sono gli editori-direttori; una categoria sempre più numerosa. Eugenio Scalfari o Indro Montanelli sono gli esempi più autorevoli. 

L’«immagine» del professionista slegato da tutti che non siano i propri lettori, è dunque una figura “mitica” riservata a pochi. Spesso più che “cani da guardia della democrazia”, i giornalisti sono  “i chihuahua del potere”. Quello che segue è il discorso che John Swinton, l’allora redattore-capo del New York Times, pronunciò in occasione di un banchetto con i suoi colleghi presso l’American Press Association:

«In America, in questo periodo della storia del mondo, una stampa indipendente non esiste. Lo sapete voi e lo so pure io. Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che se lo facesse esse non verrebbero mai pubblicate. Io sono pagato un tanto alla settimana per tenere le mie opinioni oneste fuori dal giornale col quale ho rapporti. Altri di voi sono pagati in modo simile per cose simili, e chi di voi fosse così pazzo da scrivere opinioni oneste, si ritroverebbe subito per strada a cercarsi un altro lavoro. Se io permettessi alle mie vere opinioni di apparire su un numero del mio giornale, prima di ventiquattr’ore la mia occupazione sarebbe liquidata.

«Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza, e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Lo sapete voi e lo so pure io. E allora, che pazzia è mai questa di brindare a una stampa indipendente? Noi siamo gli arnesi e i vassalli di uomini ricchi che stanno dietro le quinte. Noi siamo dei burattini, loro tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri. Noi siamo delle prostitute intellettuali.» [Fonte: Richard O. Boyer e Herbert M. Morais, Labor’s Untold Story, United Electrical, Radio & Machine Workers of America, NY, 1955/1979]

John Swinton pronunciò queste parole nel 1880 e la speranza che nell’ultimo secolo e mezzo la situazione possa essere migliorata può derivare solo dall’affinamento delle tecniche di propaganda che, attraverso i giornali e l’ancora più potente televisione, fanno credere al popolo che esista libertà di stampa, di espressione e di informazione. Vi preghiamo di ricordare questo discorso ogni volta che accendete il televisore ed ogni volta che sfogliate un quotidiano e vi preghiamo anche di farlo leggere a quante più persone possibili perché solo la consapevolezza ci può aiutare a migliorare la situazione. 

Questo spiega in parte anche la crisi mondiale dell’informazione mainstream, alla quale si aggiunge la disinformazione prodotta ad arte dai “servizi” dei vari Stati. Una contro-informazione che ha via via sconcertato e confuso l’opinione pubblica mondiale la quale produce sempre più numerose aspirazioni all’autogoverno. Ad esempio, per la sola Germania sono riscontrabili nelle spinte centrifughe presenti in Baviera, nello Schleswig-Holstein e nelle regioni storiche della Frisia Orientale, della Franconia e della Lusazia e delle varie differenze regionali e dialettali presenti su tutto il territorio, si capisce bene come anche la categoria dei “tedeschi etnici” sia in realtà un costrutto assolutamente artificiale e che la “nazione tedesca” nel suo complesso poggi i propri piedi su un piedistallo assai più fragile. Dunque per conoscere questi fenomeni bisogna ricorrere a un’informazione “di nicchia” considerata, a torto, “minore”.

Nello stivale italico i movimenti politici indipendentisti si rilevano in più aree, e con caratteristiche diverse. Alcuni più o meno integrati nel sistema istituzionale italiano, altri decisamente alternativi. Il “Partito dei Veneti” nasce dall’unione di alcuni movimenti che da anni si battono sul territorio a difesa degli interessi dei Veneti e del loro diritto all’autogoverno. Movimenti che affermano di aver deciso di mettere da parte rivalità e particolarismi e fare un passo in avanti. 

Essi sostengono: «siamo riusciti cosi a dar vita all’alternativa, l’unica, che i Veneti hanno al sistema partitocratico italiano. Siamo infatti fermamente convinti che il Veneto, per restare al passo con un mondo in costante cambiamento, debba autogovernarsi. Ciò significa in primo luogo avere la totale disponibilità delle proprie risorse economiche perché solo in questo modo ci saranno le condizioni per uscire dall’isolazionismo a cui lo Stato centralista ci ha relegato.

«Vogliamo, infatti, connetterci con tutti gli attori globali che non guardano più agli Stati nazionali come primi interlocutori, ma direttamente ai territori dove si produce ricchezza a benessere. Come? Facendo fruttare i propri “particolarismi” e trasformandoli in una preziosa risorsa sociale ed economica. Su queste premesse abbiamo realizzato quello che è un vero e proprio “Plano di rinascita”, l’unico in grado di tracciare una strada chiara che conduca il Veneto alla prosperità che ogni buon padre di famiglia auspica per i propri figli.

«Il micidiale mix di tasse e burocrazia ha superato la soglia dei 138 miliardi di euro; a tanto ammonta il costo che grava ogni anno sui bilanci delle imprese italiane, penalizzando, in particolar modo, le realtà di piccola e media dimensione.

«Uno spaccato, quello fotografato dall’Ufficio studi della CGIA, che fa rabbrividire: a fronte di un gettito complessivo annuo di 81,2 miliardi di euro di tasse versate all’erario, il costo annuo sostenuto dalle nostre imprese per la gestione dei rapporti con la Pubblica Amministrazione è di oltre 57 miliardi. In buona sostanza “tasse & burocrazia” costituiscono un giogo da 138,3 miliardi di euro all’anno, pari a quasi 8 punti di Pil, che zavorra le aziende e frena l’economia del Paese.»

“Il Governo – sostiene il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – dovrebbe riflettere su questi dati e cominciare a lavorare per ridurne l’impatto. Se, a causa della situazione dei nostri conti pubblici, abbattere il carico fiscale in misura significativa non appare per nulla semplice, una drastica riduzione della cattiva burocrazia, invece, potrebbe essere ottenuta a costo zero, o quasi”.

Come? Prosegue Zabeo: “Riducendo il numero delle leggi attraverso l’abrogazione di quelle più datate, evitando così la sovrapposizione legislativa che su molte materie ha generato incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza dei tempi ed adempimenti sempre più onerosi, facendo diventare la burocrazia un nemico invisibile difficilmente superabile”.

Secondo “ The European House – Ambrosetti”, infatti, la produzione legislativa del nostro Paese non ha eguali nel resto d’Europa. In Italia, si stima vi siano 160.000 norme, di cui 71.000 promulgate a livello centrale e le rimanenti a livello regionale e locale. In Francia, invece, sono 7.000, in Germania 5.500 e nel Regno Unito 3.000. Tuttavia, la responsabilità di questa iper legiferazione è ascrivibile alla mancata abrogazione delle leggi concorrenti e al fatto che il nostro quadro normativo negli ultimi decenni ha visto aumentare esponenzialmente il ricorso ai decreti legislativi che, per essere operativi, richiedono l’approvazione di decreti attuativi. Questa procedura ha aumentato a dismisura la produzione normativa in Italia…”.»

E a questo proposito il “Partito dei Veneti” cosa propone? A pag. 11 del suo programma dichiarano testualmente di voler sviluppare la “democrazia partecipativa” attraverso la revisione degli Statuti comunali e degli enti locali per consentire la convocazione di referendum consultivi sulle principali scelte amministrative. Diciamola pure tutta: il buon Erasmo da Rotterdam, se avesse potuto vedere quel che i politici italiani (compresi alcuni sedicenti autonomisti-indipendentisti) sono riusciti a fare, più che “L’elogio della follia” avrebbe scritto, con maggior diletto, “L’esaltazione dell’imbecillità”, una dabbenaggine bestiale e stupida che di divino, come la pazzia, non ha assolutamente nulla. 

Enzo Trentin

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