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(Foto di Simone Casadei - CC BY-NC-SA 2.0)
(Foto di Simone Casadei - CC BY-NC-SA 2.0)

L’ideologia dei veneti

Vicenza – La prima volta che presi la parola tra i vicentini riuniti, fu in un incontro col poeta Fernando Bandini e il senatore della Lega Giuseppe Ceccato, che chiacchieravano di nostalgie identitarie nella biblioteca civica. Mi fecero parlare. Alla fine, un mio collega di lavoro, un democristiano d’antan con leggera balbuzie, mi sussurrò nell’orecchio: “Ma a te, che te ne frega, se sei d’Avellino?”

Qualche tempo dopo fui accolto nella sede del PRC locale di via Fontanelle, un buco messo a disposizione a buon prezzo dall’ultimo artigiano del centro storico, una specie di san Giuseppe falegname che pensava meraviglie dei nostri litigi ecumenici attorno al tavolo. Quando fu il tempo delle candidature per le comunali, a Lonigo era sorta una piccola tragedia. Un bravo ragazzo calabrese pareva destinato a essere il capolista della nostra Rifondazione Comunista. “Non mi pare opportuno” — disse un’insegnante di un prestigioso istituto locale. “Di questi tempi, un calabrese? Rischiamo di non prendere nemmeno un voto.”

Il partito degli eguali, non solo a Lonigo, evaporò sotto i colpi della temperie leghista e della dittatura dei numeri della destra. Non restò che farmi disapprovare nelle riunioni condominiali, dove il registro fu identico a quanto poi mi accadde nelle riunioni politiche: difficile prendere la parola, dopo 30 secondi mi interrompevano, dopo 45 me la toglievano – eh, mica puoi parlare sempre tu! Sì sì, facce toste, che profittavano spudoratamente della forza del numero, che minacciavano una magistratura asservita allo strapotere delle testimonianze; e vaffancùlo alle maggioranze, come avrebbe detto un Benigni ancora non del tutto asservito.

Finché, quando è stato il tempo, sono transitato nel partito degli onesti. Se ti presenti in certi posti con l’aria di impacciato osservatore, insomma di interessato uditore, vieni assalito da una tempesta di sorrisi, strette di mano, e ogni sorta di agevolazioni. Non ne parliamo poi se si viene a sapere della tua provenienza esotica: tutti, sanno qualcosa del tuo paese, o hanno un parente, un amico che c’è stato. Però il tempo passa. E alla fine diventi quel rompicoglioni che vuole assolutamente parlare. E con la velocità con cui sei stato accolto, così sei contestato ed espulso.

Se ti prendi una vacanza e fai di nuovo una capatina tra gli eguali, che nel frattempo ai Chiostri hanno invitato Bersani, rischi ormai di essere l’unica voce stonata. E dopo aver legnato per bene il principe delle metafore, e messo a nudo ben più d’una delle sue contraddizioni, il più eguale della prima fila, con i carboni accesi sotto il culo, si sente in diritto di toglierti la parola. Hai parlato a sufficienza, ci sono anche gli altri.

Gli onesti fanno pochi convegni e conferenze. Quando a volte ne capita qualcuna, un intervento che volesse esporre un punto di vista compiuto è quanto di peggio possano auspicare. Essi non hanno alcuna idea condivisa della democrazia, ognuno pensa di essere il Napoleone della verità. “Sì, vabbè, ma qual è la domanda?” Et verbum caro factum est, ma con l’accento giusto. E io il mio col passare del tempo l’ho incrudito, per civetteria, per reazione. E purtroppo, qui, non è quello giusto.

E’ duro essere messo a tacere da uno che poi si prende il triplo del tuo tempo. D’ora in poi mi affido a qualcosa di obiettivo. Mi cronometro. Ecco, così scopro che invece di riuscire a parlare solo due minuti come credevo, spesso non supero i 60 secondi. E c’è pure qualcuno che mi fa segno, chiudendo il pugno della mano: stringi! Non mi resta che lamentarmi di non avere il nonno di Abbiategrasso, come diceva De Mita al congresso DC del febbraio del 1989.

Ma a me basta il congressino regionale, dove gli interventi me li scrivo; dove tento anche qualche captatio benevolentiae, ma con lo stesso accento. E allora c’è sempre qualcuno, inesperto di retorica, che rileva un’eccezione. La scorsa volta, uno che dal fondo della sala s’è inventato moderatore, ha preteso che il mio intervento non fosse troppo lungo sebbene avessi letto appena tre righe. Ma come avrebbe potuto prevederlo? Non ci conoscevamo nemmeno. “Vabbè, ma da adesso tre minuti!” Ecco, paróni a casa nostra! O no?

Una mia reazione adeguata, lo so, sarebbe malamente censurata, secondo lo schema dell’uno/due: uno provoca, un altro o più d’uno reprimono la reazione. Difatti non c’è nessuno che prende le mie difese e, sebbene ci sia qualche pia donna, o qualche pio uomo, che mi commisera in disparte, non sono del tutto sicuro che essi segretamente non approvino l’ingiustizia. E prima della compieta, gli argomenti più alti della politica sono, manco a dirlo, quelli identitari: restare puri e non mischiarsi in regione col PD (argomento trattato come una riedizione della razza Piave); oppure mischiarsi, ma lottare per dare al Veneto l’autonomia.

E allora permettetemi (si fa per dire) una generica e generale invettiva, dello stesso tipo di quelle che ricevo quotidianamente. Vicentini e veneti non fatevi illusioni: che siate eguali o onesti, liberali o socialisti, cristiani o atei, voi, avete una sola ideologia, quella che la Lega ha preso in prestito per fare politica, cioè il trucco padano per generare la disuguaglianza. Esattamente quello che mente sulle intenzioni, che droga i criteri della competizione, che decide sull’inclusione, e che segnerà, si spera, l’itinerario del declino.

E “…non avete vergogna a sapervi – nel vostro odio – addirittura superbi, se non è questa che una valle di lacrime.” (Pasolini)

Giuseppe Di Maio

Un commento

  1. Giannnatonio Zanolli

    Benvenuto tra i ” rompicoglioni ” dei senza partito.
    La situazione più ” onesta ” , senza guri ( !) senza vincoli identitari, senza programmi predefiniti, senza Garante degli altri, senza tessere e votazioni truccate.

    “I partiti sono un meraviglioso meccanismo in virtù del quale, in tutta l’estensione di un paese, non uno spirito dedica un’attenzione allo sforzo di discernere negli affari pubblici, il bene, la giustizia, la verità. Ne risulta che – eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze fortuite – vengono decise e intraprese soltanto misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità.
    Se si affidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non saprebbe immaginare nulla di più ingegnoso.”

    ( Simone Weil )

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