8 settembre 2007, il V-Day di Bologna (Foto di Piero Tasso, da Wikipedia)
8 settembre 2007, il V-Day di Bologna (Foto di Piero Tasso, da Wikipedia)

Razzolare bene e predicare male

Vicenza – Spesso dimentichiamo che il M5s al governo è una conseguenza della predicazione di Beppe Grillo nelle piazze e nei teatri italiani. Dimentichiamo, cioè, che il Movimento è nato dalla costanza di una comunicazione, che nel quinquennio tra il 2013 e il 2018 lo fece divenire egemone. Ciò che produsse l’egemonia fu l’occupazione del web, dei social, furono le dirette piene, zeppe di contenuti, le immagini delle piazze gremite, dei cittadini elettori chiamati ad essere protagonisti.

I partiti politici erano terrorizzati, e tuttora lo sono. Ma ora cominciano a gustare il sapore della riconquista. Il loro terrore nasce dalla coscienza che il Movimento sia un reale pericolo per la classe dirigente, e dalla coscienza che esso sia un potente mezzo per rifondare la regola a scapito del trucco, un mezzo per mitigare sostanzialmente la lotta di classe.

Purtroppo la verità è funzione del potere, e chi riceve la maggioranza dei voti ed evita di prendere il potere è destinato a sparire. Di Maio e colleghi all’indomani del 4 marzo 2018 si sono sentiti promossi dal popolo, e hanno immediatamente acquisito uno sterile contegno istituzionale. Si sono confusi con la lunga teoria dei grigi predecessori che sono passati nei telegiornali e nelle case degli italiani. E hanno dimenticato che il consenso non viene dalle cose realizzate, ma da quelle sognate e fatte desiderare.

I grillini hanno rieletto i vertici Rai e non hanno occupato nessuna rete nazionale, perché contrari alla lottizzazione, né al contrario hanno fatto leggi contro il monopolio dell’informazione. La conseguenza è stata che da ogni rete televisiva ogni giornalista ha tirato un sospiro di sollievo, e si è sentito libero di sputtanare il M5s e le sue politiche.

Il Tg3 è un manifesto contro il fascismo, il populismo, e l’incapacità a governare del Movimento; il Tg2 è divenuto una succursale del Messaggero che punta le telecamere sulla monnezza e sui topi di Roma; il Tg1 un inutile neutro, attento alle gesta di Salvini e alle dichiarazioni di tutte le opposizioni.

L’onestà non si deve confondere con la lealtà. Essere leali in politica è come mettere le perle ai porci. E i grillini, fuori dallo stile dell’opposizione, dalla missione di denuncia sociale e civile, sono spariti nella considerazione della gente. Tutto ciò che c’era da dire contro l’alleato Salvini e contro gli attuali partners di governo, gli resta in gola strozzato dalla lealtà.

Non appena il M5s produce timidi tentativi per scrollarsi dal fondo schiena il peso delle menzogne degli “amici”, essi lo minacciano di tradire i patti. Quando invece poteva esserci un programmino sulle reti nazionali con uno share stellare: una mezz’ora quotidiana che avesse smascherato tutte le fake news dei giornali e degli amici imbroglioni.

La classe dirigente italiana, che sorge – come diceva Pasolini – dalla “borghesia più ignorante d’Europa”, si adopera a opprimere e a mantenere a distanza il popolo più analfabeta. Essa teme che il vantaggio sociale, che le viene dall’aver truccato la regola, le possa venir meno con la sua restaurazione. E’ alleata dell’apparato mediatico che in tutti questi anni ha pompato la Lega in funzione antigrillina, e che ora esalta la contrapposizione destra/sinistra, in mezzo a cui viene schiacciato il vaso di coccio di un Movimento post-ideologico. Da parte sua il M5s ha prodotto delle brillanti individualità, ma si è dimostrato incapace di costruire o, selezionare, una vera dirigenza alternativa.

Giuseppe Di Maio

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