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Pietre d’inciampo, parla il Comune di Schio

Schio respinge l’etichetta di città negazionista e antidemocratica. L’amministrazione comunale scledense interviene sulla questione delle pietre d’inciampo negate: “Troppi non hanno contestualizzato l’accaduto”

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Schio – L’eco sulla questione delle pietre d’inciampo ha portato Schio all’attenzione mediatica nazionale condannando una città intera. L’ondata di disprezzo che si è riversata su Schio è offensiva e moralmente inaccettabile, anche perché spesso proveniente da chi nulla sa della storia locale, o peggio, da chi si definisce pacifista ma poi ricorre senza freni alla violenza verbale. La città di Schio vanta una grande tradizione nella guerra di liberazione che culminò, dopo mesi di scontri durissimi, con la resa delle truppe naziste nell’aprile del 1945.

Solo il 2 maggio 1984, grazie al presidente Sandro Pertini, la città venne insignita della Medaglia d’Argento al Valor Militare per i sacrifici della popolazione e per la sua attività partigiana.  Come mai una medaglia solo d’argento e a oltre 50 anni dalla fine della guerra? Perché pesava e continua a pesare sulla città, il fatto ricordato come “l’eccidio di Schio”.

Il 7 luglio del 1945, a guerra finita, 54 persone detenute a vario titolo nelle carceri della città venivano trucidate da un commando partigiano (altre 17 restavano ferite ). Una pagina assolutamente dimenticata dai libri di storia, ma a Schio è una ferita ancora aperta. A lungo l’eccidio è stato un tabù: tutti volevano rimuovere ogni accenno alla guerra partigiana covando odi e rancori nel silenzio. Fino a quando, negli anni 90, la maggioranza (Dc e Psi), dopo interminabili discussioni in consiglio comunale, fece apporre una prima lapide a ricordo dell’eccidio, sostituita negli anni successivi, sempre nella mai spenta speranza di superare le divisioni ideologiche.

Animate dallo stesso spirito, nel 2005 le associazioni partigiane e dei familiari delle vittime dell’eccidio, sottoscrissero un patto di concordia civica, peraltro ancora oggi non unanimemente condiviso. Nel 2016 l’Anpi incluse Valentino Bortoloso nella lista dei partigiani meritevoli della Medaglia della Liberazione, successivamente revocatagli dal Ministero della Difesa proprio in quanto tra gli autori materiali dell’eccidio.

Nonostante i tanti sforzi di chi vorrebbe voltare pagina e consegnare definitivamente alla storia la memoria dei morti e la grande sofferenza patita a causa della guerra, ogni 7 luglio la città subisce ancora, dopo quasi 75 anni, sterili contrapposizioni ideologiche: anche nel 2019 le forze dell’ordine hanno dovuto presidiare in forze il centro cittadino, teatro di manifestazioni commemorative di segno opposto e tutt’altro che pacifiche. In questo contesto va letto quanto deciso il 25 novembre scorso dalla coalizione di liste civiche che governa la città.

Sulla mozione del PD avente a oggetto la collocazione di “pietre d’inciampo” a ricordo dei 14 deportati morti nei campi di sterminio, Alex Cioni, consigliere di opposizione (Fratelli d’Italia) ha proposto un emendamento finalizzato a estendere l’iniziativa del PD alle vittime dell’eccidio. Di fronte a una situazione delicata, resa pericolosa dall’improprio accostamento delle due proposte, la maggioranza ha ritenuto – forse ingenuamente – di doverle respingere per prevenire il riaccendersi di divisioni tuttora latenti.

Probabilmente, il rischio che la vicenda generasse strumentalizzazioni politiche di così vasta portata non è stato considerato con la dovuta attenzione. E questo costituisce un motivo di rammarico per l’amministrazione che non si riconosce in alcun modo nella definizione di negazionista e antidemocratica. Nemmeno si poteva prevedere che alla ribalta nazionale sarebbe finita solo la mozione del PD, elemento che di fatto ha falsato l’intera interpretazione dei fatti. Tuttavia, ciò che è accaduto, offre oggi l’occasione propizia per guardare con coesione al futuro e dare il via a una fase nuova di promozione del ricordo nel rispetto reciproco.

Resta il fatto che ci sono molti modi per ricordare le vittime e molte sono le lapidi presenti in città, a testimoniarlo; quello delle pietre d’inciampoè solo uno dei tanti e forse, nel nostro particolare contesto, nemmeno il più appropriato. La città, che non ha certamente perso la memoria dei propri valori, né dei nomi delle vittime delle atrocità della guerra e di quelle della Shoah in particolare, ha sempre ricordato il proprio passato e continuerà a farlo anche in futuro, con ogni mezzo.

Il portavoce del sindaco di Schio, avv. Marco Gianesini 

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