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L’oscurantismo democratico

Vicenza – Forse ce l’aveva anche con me, Alessio Mulas, che ha speso un’intera pagina di svalutazioni contro chi desidera una patente di cittadinanza e vuole sottoporre a test d’esame il diritto al voto. Ma sarebbe darsi troppa importanza. “L’intellettuale dissidente”, interessante quotidiano on line, ha ospitato un suo lungo articolo che sviluppa il tema del suffragio universale. Ogniqualvolta i sentimenti esondano dalla cruda trattazione del tema, la ragione diventa serva della volontà nonostante l’erudita opinione.

L’autore porta a suo favore aneddoti antichi e moderni in difesa del sistema democratico. Parla della lealtà del greco Aristide che per rispetto della democrazia scrive sul coccio di un contadino analfabeta e disinformato il nome della propria ostracizzazione; di Alberto I del Belgio che difende il suffragio universale maschile per amore delle classi popolari. E quando i sentimenti (amore e lealtà in questo caso) prendono il posto della ragione, o avvalorano la giustezza del ragionamento, io sono portato a sospettare il raggiro.

Ed eccoci alla rivoluzione francese, al laboratorio di tutta la politica contemporanea. L’autore contrappone l’errata previsione (non si sa di chi, forse delle classi agiate intimorite) del popolo come “giocattolo del giacobinismo”, perché il popolo invece si dimostrò conservatore eleggendo un parlamento di monarchici e repubblicani moderati, alla faccia dei rivoluzionari che ne avevano sostenuto il voto. La stessa cosa è successa poi quando al popolo si volle sostituire la “classe”, giacché la medesima “sublimazione degli infimi” dovette fare i conti con la realtà di un popolo reazionario, che col tempo ha rigurgitato tutte le speranze della rivoluzione d’ottobre.

Il popolo reale è tutt’altra cosa. Esso non è il pretesto teorico per sovvertire l’abuso dei dominanti, né è semplicemente reazionario e conservatore giacché fatica a perdere le sue sicurezze. Ma è invece ignorante, incapace d’immaginare la complessione di una società. Ed è il luogo del rancore, la cloaca dove il dominante deposita il suo pensiero, dove la tradizione e l’opportunità finalmente offerta dalle rivoluzioni schiudono la possibilità ai progetti privati di conseguire la rivincita sociale. Un popolo così non può essere preso a fondamento del sogno della società futura, un popolo così è ferocemente ancorato al passato e si fa beffe di ogni santo emancipatore.

All’inizio del ‘900 i rivoluzionari hanno imposto alle classi conservatrici la partecipazione del popolo alla politica, ed esse hanno chiuso il secolo con la sua estromissione dagli affari reali dello Stato. Tutto questo è stato possibile con l’affievolimento della cittadinanza e la manomissione del consenso. Ora, con la coscienza dei meccanismi della mistificazione, si fa strada la pretesa di una classe dirigente di qualità, perciò di un elettorato altrettanto qualificato. Ed ecco che si rifanno avanti i neo-oscurantisti, cioè proprio i difensori del suffragio universale.

E’ bene ricordare che a noi non dispiace solo il popolo di Salvini: superstizioso, ignorante, reazionario; a noi non piace nemmeno il suo speculare antemurale: ottuso, conservatore, convenzionale. Noi – poiché è di un “noi” che tratta Alessio Mulas – preferiamo un popolo cosciente dei meccanismi della democrazia, e degli argomenti che ad essa sono sottoposti. Noi che annunciamo una patente di cittadinanza non vogliamo che la democrazia sia trasformata nello strumento di asservimento delle classi non abbienti. Non desideriamo che attraverso il suffragio universale sia avallata solo la volontà delle oligarchie sociali.

Il popolo di cui abbiamo bisogno è quello che ha capacità di cittadinanza, cioè principalmente quella di cogliere la qualità morale dei suoi rappresentanti, l’abilità di vincolare i candidati a precisi obblighi istituiti da un elettorato attento. Il fantasma di una generica epistocrazia (il governo degli esperti) che Mulas evoca, non c’entra un fico secco con tutto questo, poiché la volontà generale non è solo sterile competenza, ma anche sogno e volontà. Il test dei requisiti minimi per esercitare la capacità democratica è indispensabile tanto per decifrare la mistificazione quanto per comporre la volontà generale; eleva la qualità della politica, e alla fine anche del popolo.

Chi prefigura una patente di voto, vuole un popolo capace; lo vuole selezionare, non escludere. Poiché con la patente di cittadinanza non si attenuano i diritti di chi momentaneamente non l’ha conseguita. Ciò a cui mira è stanare il cittadino dal suo angolo privato e forzarlo alla dimensione politica, uno spazio in cui sia difficile diventare strumento degli interessi dominanti. Chi difende il suffragio universale, vuole invece un popolo squalificato, governabile attraverso l’ignoranza, e capace solo di recepire messaggi irrazionali; si adopera a mantenere l’inutile diritto alla scheda elettorale proprio come un giorno si adoperava a non concederlo.

Giuseppe Di Maio

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