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“Houston, abbiamo avuto un problema”

Vicenza – “Houston, abbiamo avuto un problema”. La frase è diventata celebre. Fu pronunciata da Jim Lovell, uno dei tre astronauti della navicella Apollo 13, decollata l’11 aprile 1970, per annunciare il guasto che impedì l’allunaggio e rese difficoltoso il rientro sulla Terra. Furono dei perdenti di successo. Una cosa che non si può dire per i protagonisti dell’intera scena politica italiana. 

Per comprendere quanto le odierne vicende parlamentari siano fuori luogo è sufficiente prendere atto di quanto il politico inglese Edmund Burke (1709-1797) a suo tempo disse: «Il Parlamento non è un congresso di ambasciatori di opposti e ostili interessi, interessi che ciascuno deve tutelare come agente o avvocato; il Parlamento è l’assemblea deliberante di una Nazione, con un solo interesse, quello dell’intero, dove non dovrebbero essere di guida interessi e pregiudizi locali, ma il bene generale.»  

Sotto il profilo della politica interna, dal 1861 in poi vi sono stati 131 governi in 158 anni di storia dell’Italia, invece dei prevedibili 31. Questo dato è indicativo dell’alto fermento interno della politica partitica italiana che porta a due risultati: incapacità di dare senso compiuto alle riforme per adeguare il Paese alle nuove esigenze e ininfluenza in politica estera. Comprensibile, dunque, che da tempo siano nati soggetti politici che puntano all’indipendenza e all’autodeterminazione di alcune aree dello stivale, e almeno dell’unico popolo storicamente riconoscibile – quello veneto – ivi residente.

Max Weber dal canto suo ebbe a scrivere: «la politica consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà, da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. È perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile…». Purtroppo, però, si deve prendere atto che la cultura politica di coloro che oggi si dichiarano indipendentisti, e che temporaneamente si camuffano da autonomisti, non è diversa da coloro che appartengono alla partitocrazia dominante.

Fare politica è un servizio alla collettività, non una professione: «I 246 membri del Consiglio nazionale e del consiglio degli Stati della CH dedicano al mandato parlamentare una parte del proprio tempo di lavoro. Generalmente oltre al ruolo di parlamentare, svolgono anche una attività professionale. Il fatto di assumere compiti e mandati pubblici in quanto attività accessoria viene definito in Svizzera sistema di milizia». Lo si può leggere a pagina 30 dell’opuscolo “La Confederazione in breve. 2014”. 

Anni di sacrifici e di lotte non hanno ancora lasciato spazio all’autonomia dei veneti, né è servito un referendum (nel 2017, e per giunta “consultivo”) ad affrancare gli “schiavi fiscali” italiani, e nemmeno alla sostituzione di una classe politica corrotta e inetta con una diversa rappresentanza politica che invece appartiene alla stessa educazione politica. Si confronti, per esempio, il neonato Partito dei Veneti, che nel proprio programma politico-elettorale, a pagina 11, si ripropone d’introdurre i referendum consultivi negli Statuti degli Enti locali (che peraltro ci sono già) come accentuazione della democrazia partecipativa.

Qui è necessario constatare che una nuova classe dirigente, e non dominante, nasce quando si affermano nuove idee, o quando la storia imbocca nuove vie. Ai giorni nostri quelli che attendono di sostituire i predecessori, prendendone il posto, non sono una nuova classe dirigente anche quando parlano e straparlano di democrazia diretta o addirittura d’indipendenza. Sono semplicemente la continuazione della precedente. Il senso di vuoto che si vive in molte parti d’Italia lo si deve al non identificare nulla di nuovo, di efficiente ed efficace per l’esercizio facile e tempestivo della democrazia diretta come deterrente alla democrazia rappresentativa. 

Tutto questo con il risultato che una credibile proposta per l’indipendenza priva di un progetto istituzionale innovativo, e soprattutto concertato a priori, non esiste. Rimandano ad un imprecisato futuro la sostanza che dovrebbe consentire all’uomo qualunque, alla casalinga, al pensionato, all’imprenditore di conoscere i vantaggi che darebbe l’indipendenza. A queste condizioni l’Abracadabra “indipendenza” servirà solo ai disinvolti perdenti di successo per vestire, ancora una volta, i panni di Quisling. E con questo stendiamo un velo pietoso sull’autonomia che è ancora da venire nonostante un referendum (consultivo) dall’esito plebiscitario. 

Diventa allora un apprezzabile ma vuoto esercizio intellettuale il punto di vista giuridico di un indipendentista veneto quale è l’avvocato veronese Vittorio Selmo: «Sul decr. leg.vo 212/2010 di abrogazione del r.d.l. 3300/1866 conv. In legge 3841/1867 di annessione dei Territori Veneti allo Stato Italiano:

a) L’art. 5 Cost. Ital. dispone solo un decentramento amministrativo per gli enti regionali che fanno parte del territorio italiano, senza nominare le regioni, con la conseguenza per cui alle regioni, o meglio ai territori sui quali insistono amministrativamente, ma non più facenti parte del territorio politico italiano, non può applicarsi lo stesso art. 5 Cost. sul decentramento amministrativo.

b) Non è dimostrato in alcun modo che il decr. leg.vo 212/2010 abbia ecceduto, ovvero abbia disposto in senso incompatibile con i limiti della legge delega.

c) Il decr. leg.vo 212/2010 è stato applicato con effetto utile per l’abrogazione di tutte le altre normative con esso elencate. Perciò non vi è una ragione giuridica per cui solamente l’abrogazione del r.d.l. 3300/1866 e la legge di conversione 3841/1867 dovrebbe fare eccezione.
d) Non esiste nell’Ordinamento italiano la previsione legale di resurrezione di una legge abrogata, tanto meno mediante “emendamento” di un preteso errore nel disporla. Mentre potrebbe essere riproposta la legge abrogata, tuttavia con ciò riconoscendone la sua precedente avvenuta abrogazione.

e) Le leggi successive al decr. leg.vo 212/2010, dispositive di norme concernenti comunque i Territori dichiarati non facenti parte dello Stato Italiano, sono da considerarsi inefficaci, tanto come quelle che disponessero norme su altri territori esteri e, in ogni caso, non hanno alcun effetto sanante del presupposto abrogativo del decr. leg.vo 212/2010.

f) L’elenco delle regioni di cui all’art. 131 Cost. It. ha scopo e contenuto esclusivamente amministrativo, non già ricognitivo di una loro sottostante territorialità politica?»

Insomma per alcuni le terre venete sarebbero già indipendenti dallo Stato italiano. Ma come si governerebbero? Chi amministrerebbe la giustizia e secondo quali Codici? Chi provvederebbe all’ordine pubblico e alla difesa? Come sarebbe tutelata la proprietà privata e la libera impresa? Quale sarebbero il Welfare? La pubblica istruzione? Il sistema fiscale colpirà la proprietà privata o come in certi paesi (pochi in verità) sarà ridotta al minimo o assente? Come verrebbero orientati i rapporti internazionali? Come e chi provvederebbe alla vitale questione energetica? I governanti pro tempore (vedi qui) sarebbero scelti mediante elezioni o sorteggio? Tutto questo solo per evidenziare alcune delle questioni totalmente sottaciute da coloro che si propongono come autonomisti sulla via dell’indipendenza.

Si consideri che la giustizia in Italia (ma anche in UE, come dimostra il caso della Catalogna) è alquanto singolare, specie se si tiene presente la recente crisi del Consiglio superiore della magistratura oramai [volutamente?] scomparsa dalle cronache dei principali mezzi d’informazione. Nondimeno anche se non esistesse questa congiuntura, non ci sarebbe comunque da star allegri: il “Potere” ha sempre potuto contare sulla magistratura nei momenti decisivi della storia.

Né i sedicenti indipendentisti, sinora, hanno elaborato delle linee giuda di un innovativo patto sociale che comprendesse le tre indicazioni fondamentali: 

  1. la spontaneità delle leggi [dal basso, dalle reali esigenze delle persone];
  2. lo spirito di cooperazione [ricostituendolo in alternativa alla demenziale, imperante, competitività]; 
  3. il rispetto della reciprocità degli interessi, e soprattutto rispondendo efficacemente all’antico quesito: Quis custodiet ipsos custodes? [«Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»]. 

Il referendum di iniziativa dei cittadini è una soluzione molto interessante. Ma chi lo propone? Eppure l’idea che i parlamentari eletti possano essere revocabili prima della scadenza del mandato (recall election) è una buona cosa. Il grande vantaggio di Internet è che le persone possono cercare informazioni alternative. È fantastico quel popolo che decide di assumersi le proprie responsabilità. Che un testo di legge possa essere pensato e criticato dal popolo è un’ottima ipotesi.

Al giorno d’oggi non è più possibile mandare i militari per strada, perché grazie, ancora una volta, al flusso delle informazioni, se ne accorgono subito tutti. Un partito che se ne va e un altro che lo sostituisce non rappresentano – nel panorama odierno – una innovazione. Cos’è cambiato sinora? Quale grande rivoluzione democratica c’è in tutto questo? Eppure tutti questi movimenti sono il segno che i popoli ne hanno le scatole piene.

Oggi abbiamo l’impressione che la nostra civiltà stia avanzando alla cieca. Ci s’impegna sempre meno ad acculturare il cittadino a pensare, e sempre più di creare un consumatore che paga. Impariamo sempre meno cose. Qualcuno dice che non dovremmo fare i dettati, studiare la grammatica, etc., ma se non lo manteniamo in attività il cervello comincia a rattrappirsi.

Enzo Trentin

2 Commenti

  1. Giannantonio Zanolli

    Segnalo questa proposta di Statuto Comunale con la speranza che piaccia a qualcuno e magari lo adotti (.. in Veneto).
    È un totale rifacimento di quello di Vignola con aggiunta di altre possibilità .
    Complimenti per il lavoro.
    G.Zanolli

    https://farfalleorgoniche.blogfree.net/m/?t=6119246

  2. OTTIMA DISAMINA

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