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W il partito dei veneti… ma anche no!

Vicenza – Sabato 19 ottobre, al Palageox di Padova, i partecipanti a dieci sigle di movimenti sovranisti, nazionalisti, autonomisti, indipendentisti, al grido di: “Autogoverno!” hanno sancito la nascita del Partito dei Veneti, e ne hanno sottoscritto il manifesto politico. I toni sono entusiastici e promettenti, tuttavia in altri ambienti indipendentisti veneti qualcuno ha obiettato, e Alessandro Morandini ha scritto dell’inutilità del PdV.

Prontamente un terzo: Eugenio Fracassetti è corso a sostenere: «Non mi piacciono le critiche al neonato Partito dei Veneti (…) Sarebbe invece necessario che tanti “leoni della tastiera” specie se anche loro veneti, capissero gli sforzi, forse ingenui ma pur sempre genuini e onesti, di tanti giovani che tentano – democraticamente – di tirarsi fuori, e tirare fuori il Veneto, da un kafkiano e ormai secolare vicolo cieco. Sarebbe quindi giusto non mettere sempre e solo in primo piano il pessimismo, spesso interessato, quando si parla delle speranze di un popolo frustrato dalla storia e della politica, e sarebbe invece opportuno appoggiare con una sana dose di ottimismo e di proposte gli sforzi di chi in questi giorni ha fondato il Partito Dei Veneti nella considerazione che… Non se pol far de manco!»

Sia Eugenio Fracassetti che gli aderenti al PdV in un ambiente di partitocrazia non tengono in alcun conto quanto scriveva Moisei Ostrogorski, (“La democrazia ed i partiti politici”, 1902) e fondano l’ennesimo partito per contrastare i partiti. Ostrogorski elabora la tesi che il moderno partito politico è come una macchina centralizzata al servizio del leader, e della quale il leader non avrebbe potuto fare a meno per raggiungere i suoi scopi. Le conferme si trovano in tanti personaggi contemporanei dal duo Marin-Rocchetta a Bossi a Di Pietro, da Renzi a Salvini solo per far qualche esempio e non allungare troppo la lista. Ed anche nel vissuto dei principali protagonisti del PdV si possono rilevare oggettive similitudini. In quest’ambito due sono le persone che attirano l’attenzione più di altre.

L’avvocato veneziano Alessio_Morosin, persona molto nota per il suo compulsivo attivismo nell’entrare e uscire da movimenti e partiti come se si trovasse nella porta girevole in uso presso alcuni grandi alberghi, da ultimo è il fondatore del partito Indipendenza Veneta. Fonti riservate affermano che egli è conscio della disinvoltura dell’altro protagonista del PdV; ma pare che sia incline ad auto-illudersi che l’eventuale sua elezione in Consiglio regionale veneto potrà sopire le sue riserve etico-morali. Insomma, analogamente a Enrico IV di Borbone re di Francia: «Parigi [Venezia nel nostro caso] val bene una messa!»

Dell’altro protagonista: Antonio Guadagnini abbiamo già trattato ampiamente; ma è qui necessario rilevare che senza l’esenzione dalla raccolta firme che costui garantisce, probabilmente il PdV non si presenterebbe. Non ribadiremo mai abbastanza che Guadagnini non onorò la sua firma in calce ad un patto politico liberamente sottoscritto. Eppure la firma è una cosa talmente importante che persino in epoche di analfabetismo diffuso si pretendeva una croce a suggello degli impegni assunti. Questo Consigliere regionale si fece forza dell’Art. 1, Comma 3, Legge Regionale n. 5 del 16 gennaio 2012 che sancisce come i Consiglieri regionali rappresentano l’intera Regione senza vincolo di mandato. 

E allora, stante questa Legge Regionale, perché l’ elettore dovrebbe votare il proprio “rappresentante” per perorare le cause politiche che gli stanno a cuore, se colui che ha contribuito ad eleggere non si sente (per legge illegittima) vincolato ad alcun mandato? In tal forma non si eleggono “rappresentanti”, ma solo “padroni”! Degli altri esponenti non vale parlarne, poiché aderendo condividono gli stessi valori etico-morali dei predetti. Come ebbe a dire il vecchio socialista Rino Formica: «la politica e sangue e merda». E di queste cose ce n’è in abbondanza nel PdV, a dar retta a Giovanni Dalla Valle che ha pubblicato il 19 ottobre una lettera aperta dove ha ricevuto molte autorevoli conferme e nessuna smentita. 

A parte ciò, il lettore più coscienzioso e attento potrà consultare il programma politico del PdV qui, nel quale a pagina 5 sono contenute due “chicche” che dovrebbero far riflettere:

a.1) si insiste sul residuo fiscale della Regione Veneto, che sino a ieri era stato esaltato in 22 miliardi “succhiati” da Roma, ma che ora sono ridimensionati a 16 miliardi l’anno, perché è evidente che la crisi ha morso anche a Nord-Est. Tuttavia si tace che per quel gettito, un Veneto autonomo (o anche indipendente) dovrebbe mantenere lo stesso gravame fiscale oramai diventato persecutorio, e non certo favorevole al rilancio della libera impresa. Quella che in fin dei conti paga le tasse.

a.2) si pretende la trattenuta del 90% delle imposte e tasse ben sapendo che la partitocrazia non lo concederà mai. Semplicemente non ha interesse a farlo.

b) a pagina 11 si parla testualmente di: «sviluppo della “democrazia partecipativa” anche attraverso la revisione degli Statuti comunali e degli enti locali per consentire la convocazione dei referendum consultivi sulle principali scelte amministrative.» e qui c’è da scompisciarsi dalle risa, perché non è necessaria alcuna revisione in tal senso: i referendum consultivi esistono già in detti Statuti. Sull’efficacia, poi, del referendum consultivo (un vero furto di democrazia) c’è da verificare com’è andato a finire quello per l’autonomia di Veneto e Lombardia del 2017: perso nel porto delle nebbie!

c) a pagina 14 si arriva anche ad affermare che la Regione Veneto può indire un referendum consultivo per l’indipendenza proprio in nome del princìpio internazionale di auto-determinazione. Referendum che diventa vincolante qualora la maggioranza si dovesse esprimere a favore dell’indipendenza. Orbene, questo tipo di referendum consultivo (peraltro) è stato bocciato dalla Corte costituzionale nel 2014. Cosa fa pensare al PdV che la Corte e la partitocrazia ritornerebbero sulle loro decisioni? Non è detto!

d) a pagina 16, titolano di voler essere “indipendentisti” e “autonomisti” e che tale volontà può essere manifestata con il voto politico… ma ignorano volutamente gli esiti della Catalogna, dove tale voto (malgrado l’ampia partecipazione popolare, sconosciuta in Veneto) non ha comunque raggiunto il 50%, e dove la grande autonomia di cui la regione godeva, è oggi commissariata. 

Insomma, in questo programma politico non ci sono soluzioni credibili. Ci sono solo un’infinità di mirabolanti promesse elettorali che fa assomigliare il Partito dei Veneti ad un Prof. Dulcamara alla stregua di un qualsiasi altro partito italiano. E questa è partitocrazia di cui…”se pol far de manco!”.  

Al contrario non si parla di come portare la democrazia ai cittadini, affinché possano avere voce in capitolo per risolvere i problemi che li riguardano direttamente nella vita di tutti i giorni: questo è l’obbiettivo della democrazia diretta, che non è in contrasto con la democrazia rappresentativa bensì un complemento, e una deterrenza alle possibili derive della partitocrazia.

Tanto per capirci, nella capitale di Taiwan, Taipei, dal 2 al 5  Ottobre 2019, un gruppo di attivisti, esperti e politici di diversi paesi hanno lanciato la Lega internazionale delle città democratiche. L’iniziativa è stata lanciata nel corso dell’ottavo Forum mondiale per la democrazia. Oltre a Berna, Taipei e Taichung, tra le città fondatrici figurano la capitale finlandese Helsinki, Brno (Cechia), Metz (Francia), Città del Messico, Tunisi, Anyang (Corea del Sud) e Kashiwa (Giappone). 

La lega delle città si è dotata di una Magna Carta di 20 punti, che servono da base per orientare le città nei loro sforzi volti a dare più voce in capitolo ai loro abitanti. Ciò significa condividere il potere e le competenze decisionali con i cittadini. Le città  si sono impegnate ad attuare tutti i 20 punti, che ha indicato a Taipei lo svizzero Bruno Kaufmann, tra i promotori di questa iniziativa con l’americano Joe Mathews. Durante i lavori di fondazione della lega, Sindaci, rappresentanti delle città e specialisti hanno dato una visione d’insieme dei diversi campi, strumenti e formati della democrazia urbana dei cittadini. 

Probabilmente in Italia non avremmo necessità di tutti i 20 punti discussi in Oriente, considerato che in armonia con la Carta europea delle autonomie locali, la legge 8 giugno 1990, n. 142, denominata «Ordinamento delle autonomie locali», la Legge 3 agosto 1999, n. 265, e il “Testo Unico Delle Leggi Sull’ordinamento Degli Enti Locali” approvato con Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, se non ci fosse stata la partitocrazia che ha edulcorato gli strumenti di democrazia diretta previsti introducendo il referendum consultivo, che peraltro nel suddetto Decreto Legislativo non è specificamente indicato. 

Che il referendum consultivo sia un esercizio di democrazia fasullo lo si può constatare con gli effetti del  referendum per l’autonomia del Veneto (22 ottobre 2017) dove il 98% dei votanti (oltre 2,1 milioni) ha votato Sì, e solo l’1,9% ha votato No. La prova documentale che quanto propagandato nel programma del PdV in proposito di ampia maggioranza è una pia illusione. Quale autonomia è stata in grado di erogare il governo a trazione Lega rappresentata da Luca Zaia lo abbiamo visto: zero! Né miglior fortuna ci sarà con il governo facente capo alla rappresentanza giallo-fucsia. Progressista si fa per dire, naturalmente. Si tenga anche presente che nel 1981 Costantino Mortati, uno dei padri dell’attuale Costituzione italiana, ebbe a scrivere: «La posizione di organo supremo rivestita dal popolo in regime democratico non può in nessun modo conciliarsi con l’esercizio di una funzione subordinata, come quella che si sostanzia nell’emissione di pareri

Se ci fosse stato un partito autenticamente federalista e autonomista, almeno da tre decenni si sarebbe potuta promuovere la modifica degli Statuti comunali, provinciali, e regionale per introdurre ciò che è cosa normale in California e generalmente negli USA, in Liechtenstein e altrove, per non parlare della confinante e – da questo punto di vista – insuperabile Svizzera. 

Il sistema politico elvetico non è una democrazia diretta “pura”, in cui i diritti popolari – di referendum e di iniziativa – risalgono alla notte dei tempi. Nella Svizzera moderna, ossia nello Stato federale nato nel 1848, alla democrazia rappresentativa è stata affiancata quella diretta, che nel corso degli anni si è ancor più sviluppata. 

La democrazia diretta e democrazia rappresentativa non sono antagoniste, bensì complementari. Pur essendo componenti capitali del sistema politico svizzero, i diritti popolari non sono mai stati concepiti come sostituti del processo parlamentare, bensì come strumenti del popolo per controllare costantemente l’operato dei propri rappresentanti ed eventualmente bloccarne le decisioni (referendum) o obbligarli a decidere (iniziativa). 

Che il potere legislativo sia saldamente nelle mani del Parlamento svizzero è dimostrato dal fatto che la stragrande maggioranza delle leggi che emana non sono attaccate con un referendum. Inoltre, tra le leggi contro le quali è impugnato il referendum, rari sono i casi in cui il voto popolare sconfessa il Parlamento.

Da notare, comunque, che il referendum facoltativo ha un forte influsso sulle decisioni del Parlamento svizzero: quest’ultimo tende a trovare delle soluzioni di compromesso, suscettibili di raccogliere una maggioranza di consensi. Sostanzialmente i rappresentanti della CH prima di deliberare qualsiasi provvedimento si chiedono: «È giusto? È corretto? È in armonia con il “sentire” della maggioranza della cittadinanza? O rischiamo che la sovranità popolare ci smentisca e ci corregga?»

Un altro punto su cui il PdV è latitante: quando viene designato il Parlamento si pensa automaticamente al suffragio; ma quanto sono veramente democratiche le elezioni? Agli albori della democrazia, ad Atene, si eleggeva estraendo a sorte, e nella Repubblica di San Marco si andò avanti con la “Cabala del Doge” sino al 1797. Ai tempi nostri ci sono vari movimenti che vogliono ridar vita a questa vecchia prassi. Due giovani ricercatori di Losanna hanno ripercorso la storia delle elezioni mediante sorteggio in Svizzera. Si veda qui.

Sul fronte etico poi il bilancio è del tutto negativo. Nella lettera aperta di Giovanni Dalla Valle su indicata ci sono infiniti esempi e nessuna smentita. La posizione di ripulsa di questo psichiatra anglo-veneto è nei confronti di una sorta d’Armata Brancaleone attenta solo ai propri interessi personali. Una specie di congrega di psicopatici affetti da costipazione mentale; patologia per cui nessun Metamucil psichiatrico è ancora stato inventato. 

Per curare il proprio cervello dalla costipazione mentale bisogna lavorare sodo, intellettualmente ma anche emotivamente, cercando di diventare non solo una persona istruita, di ampi orizzonti e dotata di pensiero critico, ma anche un essere umano integro, onesto e auto-consapevole. E questo è esattamente ciò che nel PdV molti veneti non ravvisano. Quanto a Giovanni Dalla Valle, si sa: è uno…  psichiatra! 

Enzo Trentin

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