Breaking News

È il sistema che dobbiamo cambiare

Vicenza – Secondo alcuni osservatori i politici si dovrebbero cambiare con la stessa frequenza dei pannolini. Infatti, tendono a sporcarsi con le stesse sostanze. Le vicende: Mose, ponte Morandi, Tav/Tac, Alitalia, ex Ilva di Taranto, i terremotati che dopo anni vivono ancora in baracche, gli scandali delle banche popolari, la totale mancanza di protezione-manutenzione del territorio per cui basta un acquazzone più intenso del solito che fa franare mezzo paese, la nostra produzione industriale che è calata di più del 20%, il reddito pro-capite di circa l’8%, 300mila giovani in larga parte laureati emigrati, la natalità che è crollata in assoluto al livello più basso nel mondo.

Tutto questo e molto altro ancora non fa che rafforzare questa impressione diventata oramai popolare. Di più: le lotte tra fazioni partitiche per ottenere di governare furono ben formulate dal russo Michail Pavlovič Tomskij: «Un partito al potere e tutti gli altri in prigione». Così, sul continente europeo, il totalitarismo è il peccato originale dei partiti. 

Il sistema dei partiti in Italia aveva già creato a suo tempo la nascita del fascismo. Difatti non bisogna dimenticare che gli italiani, non volendo in proprio assumersi i rischi e gli oneri di decidere effettivamente del proprio destino, hanno creduto più «furbo» affidarsi al «Duce» in quanto superuomo che aveva la preparazione ed il carisma per decidere il meglio per tutti. Tramontato questo siamo ripiombati nella pseudo democrazia degli stessi partiti che per sopravvivere cambiano nome, ma non il loro modo di essere e operare. E ancora, esattamente come oggi per supposto interesse o per ignavia, ci si affida rinunciando al controllo, all’élite sovranazionale apolide per le decisioni vitali che ci riguardano.

Siamo anche guidati e distratti da una ideologia che ci è così familiare e tanto pervasiva che non la riconosciamo nemmeno come una ideologia. Si chiama consumismo ed è stato realizzato con l’aiuto di abili pubblicitari e di esperti di marketing, da una cultura disegnata dalle corporate celebrity e dai media che ci fa sentire come destinatari di beni e servizi e non come artefici di una realtà politica. Siamo tutti bloccati in un sistema di trasporti, di urbanistica e di energia che pur volendo fare delle buone scelte le rendono quasi impossibili. È un modo di fare che si diffonde come una macchia d’olio attraverso i sistemi politici, che sono stati sistematicamente fatti prigionieri dalle lobby e dalle campagne finanziarie, fino al punto che i leader politici non ci rappresentano più, e lavorano invece per chi inquina e li finanzia.

Un tale sistema di potere, anche se detto liberal-democratico, rappresentando interessi delle élite che lo esprime, tende a rendersi definitivo, non delegittimabile, non resistibile nemmeno culturalmente, plasmando e imponendo un pensiero unico più o meno apertamente obbligatorio. Tende, cioè, a farsi autocratico; similmente a come qualsiasi grande attività imprenditoriale tende a farsi monopolio ponendosi sopra il libero mercato.

Al contrario, in uno Stato come si deve, il rapporto tra diritti e doveri dei cittadini è equilibrato. Nessun diritto senza doveri, nessun dovere senza diritti. Chi deve sopportare le conseguenze di una decisione, dovrebbe poter partecipare alla sua realizzazione. In Svizzera, per esempio, in primo luogo sono una democrazia consensuale, non una democrazia maggioritaria. In secondo luogo, il federalismo consente differenti soluzioni: un grande vantaggio rispetto a un modello centralista che non ammette varianti. In terzo luogo, ci sono molti mandati da assegnare, soprattutto a livello comunale, dove deve iniziare l’integrazione del cittadino. 

Malgrado molti partiti si dichiarino federalisti, possiamo provare che non è vero. Una cosa che purtroppo la Lega Nord a suo tempo, e tutti gli altri politicanti non hanno mai spiegato, è che il federalismo si basa due princìpi fondamentali:

  1. La sovranità che tramite il voto i cittadini conferiscono ai rappresentanti, è inferiore alla sovranità che riservano per se stessi sui fatti.
  2. Gli oneri che il “foedus” implica devono essere inferiori (o quanto meno uguali) ai benefici che se ne ricavano.

Pierre-Joseph Proudhon – considerato il padre del federalismo moderno – scriveva: «Tutti i partiti senza eccezione, nella misura in cui si propongono la conquista del potere, sono varietà dell’assolutismo […] Il governo sull’uomo da parte dell’uomo è la schiavitù […] Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore e un tiranno: io lo proclamo mio nemico.». 

È stupefacente che, preso atto di tutto ciò, ci siano ancora soggetti che si autodefiniscono federalisti, autonomisti e indipendentisti, che in Veneto si sono coalizzati ne Partito dei Veneti (in realtà una decina di sigle abbastanza anemiche per quanto riguarda gli aderenti) per concorrere alle elezioni regionali del 2020. Sul loro presunto riformismo abbiamo già argomentato qui. 

La nostra analisi politica del loro programma politico elettorale, è che si tratta di un cumulo di amenità dove tra l’altro hanno la pretesa di trattenere il 90% delle imposte e tasse, e di far partecipare “democraticamente” i veneti per mezzo del referendum consultivo. Scrivono testualmente a pag. 14 (qui): «La Regione può quindi indire un referendum regionale consultivo sull’indipendenza proprio in nome del principio internazionale di auto determinazione. Referendum che diventa vincolante qualora la maggioranza si dovesse esprimere a favore dell’indipendenza. In tal caso vi sarebbero tutti i presupposti perché il nuovo Stato proclami la sua indipendenza in base al diritto internazionale e a quel punto il Presidente della Regione può procedere con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza e annunciare al mondo intero che il Veneto si costituisce in Stato indipendente.»

Fanfaluche! Il referendum consultivo per l’autonomia del Veneto svoltosi nel 2017 ha avuto il 98% dei voti favorevoli, ma non s’è vista ancora l’autonomia. Figuriamoci l’indipendenza. E a nulla valgono le esperienze della Catalogna dove nella Generalitat de Catalunya era stata eletta una maggioranza con il mandato di effettuare un referendum per l’indipendenza, e la Spagna (ancora franchista nei modi) ha incarcerato e condannato pesantemente i capi della “rivolta indipendentista” con il silenzio dell’UE e del resto del mondo. Si aggiunga che in Catalogna, i cittadini favorevoli all’indipendenza della regione dal resto della Spagna stanno diminuendo. Lo rivela un sondaggio commissionato dalla Generalitat ed eseguito dal Centre d’Estudis d’Opiniò (CEO) prima della sentenza del 14 ottobre ai leader politici catalani. 

Nel Partito dei Veneti sembra che non abbiano mai analizzano il fatto che in primo luogo ci vuole un progetto politico-istituzionale innovativo: come sarebbe il Veneto indipendente prefigurato da questo partito? Che giustizia e che ordine pubblico adotterebbe? Come si finanzierebbe? Chi lo riconoscerebbe? C’è poi da considerare che le elezioni non sono altro che uno spettacolo realizzato con grandi mezzi per nascondere il fatto che tutti i candidati seri dell’opposizione ne sono esclusi. Vedasi la raccolta firme che il PdV non effettuerà per il vantaggio competitivo offerto da un personaggio assai disinibito. Malgrado inneggino alla realizzazione di un sistema istituzionale simile a quello svizzero, si guardano bene dal constatare, per esempio, che la democrazia diretta (che non si esercita con il referendum consultivo) non è caduta all’improvviso sulla testa degli Elvezi. È il frutto di una storia complessa, direttamente legato ad altri aspetti della politica svizzera quali il federalismo e il senso del consenso, non dall’esasperata contrapposizione partitica. 

Recentemente Leonardo Facco ha scritto: «L’Italia non ha proprio alcun futuro, colpa dell’ignavia degli oppressi […] Il mio amico Hans Hermann Hoppe mi ha insegnato che “invece di trattare gli uomini politici con rispetto, bisognerebbe trattarli per quello che sono: non solo ladri, ma assassini di massa”. Concordo, ma per farlo ci vogliono uomini e donne con la spina dorsale, che in Vitellonia non esistono. Fino a quando gli oppressi avranno il cattivo gusto, accompagnato da tanta codardia, di abbassare continuamente le braghe e porgere fantozzianamente le terga agli oppressori, l’Italia non uscirà da nessuna crisi. La rana sta bollendo, la temperatura dell’acqua, adesso, è decisamente alta!»

E a questo punto bene farebbero gli ambienti sedicenti federalisti, autonomisti e indipendentisti a guardare al sorteggio. In Svizzera si è arrivati a discutere dei limiti della democrazia diretta in modo particolarmente aspro, e sotto lo sguardo critico internazionale dopo l’iniziativa popolare “contro l’immigrazione di massa”. È per questo che in Germania, il partito al governo CDU rifiuta di introdurre votazioni popolari a livello nazionale. Per questo dei politologi elogiano la democrazia rappresentativa, parlamentare, partitica. 

Invece, alle origini della democrazia, 2400 anni fa, c’era un processo che contrastava questo: il sorteggio dei decisori. Anziché consultare tutti su tutto (democrazia diretta) o trasferire l’intero potere decisionale ad “élite” elette (democrazia rappresentativa), ci sarebbe un campione di cittadini che dovrebbe lavorare in rappresentanza di tutti. Questo sistema è efficiente, spazza via tutte le critiche diffuse, secondo cui le dimensioni attuali delle nazioni sono troppo grandi. Ma l’estrazione a sorte è nemica del potere. Perciò questa idea grandiosa nell’antica Grecia scomparve rapidamente, né la partitocrazia ha interesse a trattare l’argomento. Ecco perché sarebbe necessaria una proposta di Costituzione Federale da parte dei sedicenti federalisti, autonomisti, e indipendentisti veneti. Costoro, infatti, non dovrebbero trascurare che per secoli nella Repubblica di Venezia le élite venivano incaricate mediante sorteggio. 

I partiti politici sono considerati da noi come un elemento essenziale di qualsiasi governo che rispecchi il volere della comunità, ma George Washington e altri fondatori degli Stati Uniti condividevano l’opinione dei veneziani e invero di tutti i primi repubblicani, cioè che la rivalità dei partiti era un male e portava alla rovina della libertà. Come i veneziani, i padri Fondatori degli USA cercarono di evitarla con vari accorgimenti. Del resto l’usanza di mettere i nomi dei cittadini qualificati in una borsa o in un’urna e di estrarli alla cieca era diffusissima nelle città-stato italiane del tardo Medioevo. 

In molti Paesi, alcuni denunciano la crescente disgiunzione che esisterebbe tra i politici e le istituzioni da un lato e il popolo dall’altro. Chiedono così un intervento diretto dei cittadini nelle decisioni. I cittadini estratti a sorte sono consapevoli della loro responsabilità: rappresentano tutti, non si tratta solo delle loro preferenze personali, si tratta di esaminare le proposte di esperti, amministrazioni o lobbisti, valutare e proporre il miglior controllo possibile. Questo è un lavoro completamente diverso da quello dei politici eletti o da decisioni popolari su iniziative. 

Si potrebbe fissare chiaramente questa procedura, chiamiamola “Parlamento civico”. Settimana dopo settimana, 200 persone estratte a sorte di volta in volta formano insieme questo Parlamento di cittadini, ascoltano in sessione plenaria esperti e rappresentanti delle lobby, quindi lavorano nei loro rispettivi Jury e in piccoli gruppi, fanno domande, elaborano proposte di modifiche, affidano il compito di effettuare miglioramenti all’amministrazione. Alla fine c’è una chiara raccomandazione, una legge (o la sua abrogazione o il rifiuto).

Il risultato è molto diverso da quello attuale in Parlamento, che in ogni caso è rappresentativo! Perché il “Parlamento civico” è un “mini populus”, una (quasi) esatta miniatura di tutto il popolo. Tutte le scuole di pensiero, tutti gli ambienti, tutte le professioni, interessi artistici o hobby, in esso sono rappresentati proporzionalmente. Nessuno e niente è dimenticato. Eppure esso ha una dimensione tecnicamente e finanziariamente gestibile. In questo Parlamento civico potrebbe essere trattato tutto. Tutto ciò che interessa i cittadini, non soltanto ciò che ottiene il sostegno di centinaia di migliaia di cittadini. Si lavorerebbe con l’unico scopo di raggiungere buone decisioni, di risolvere veramente i problemi. Nessuno può trarre benefici personali, non ci sono discorsi elettorali, nessuna (vacua) promessa. La democrazia aleatoria è perfetta, una combinazione del meglio di quella parlamentare e di quella popolare.

Cui bono – chi avvantaggia? Quasi tutti. Ma non gli odierni detentori del potere. Se i partiti e i gruppi di pressione volessero ancora essere significativi, nella democrazia aleatoria dovrebbero riuscire a conquistare i favori del popolo per la loro visione del futuro in modo tale che i rappresentanti estratti a sorte, dopo un’attenta riflessione, si pronuncino proprio per essa. 

Enzo Trentin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *