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Matteo Renzi
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Liti in famiglia nella politica italiana

Vicenza – Nel confronto tra Renzi e De Mita, del 28 ottobre del 2016 (il peggior rimbrotto pubblico che il buffoncello di Rignano s’è preso prima di cadere in disgrazia dell’elettorato), il vecchio saggio di Nusco gli disse: “Caro mio, le esperienze politiche non si sommano, due culture stanno l’una all’altra in maniera dialettica. Se le metti insieme per forza, ne provochi il silenzio”. Ecco la storia del Pd dalla sua creazione alla scissione (incompleta) di Italia viva. La creazione del Pd, prodotto in effetti di una politica asservita agli obblighi della riforma maggioritaria del porcellum, è ridicola dal suo apparire.

Ridicolo fu il creatore che, nel proposito antiberlusconiano, da un lato schiacciava ed estrometteva dalla politica Rifondazione Comunista e, dall’altro, epurava il centro da personaggi ingombranti e pericolosamente collusi con l’intelligenza, come De Mita. Fu chiaro che ciò che nasceva doveva avere vita difficile. Fu chiaro che, annullando le idee, il Pd dovesse diventare il luogo infruttuoso di una guerra tra bande. Più di dieci anni di agonia, in cui il progetto maggioritario del suo creatore si infrange contro un paese fortemente reazionario e, in misura minore, conservatore.

Dieci anni in cui è stato illuso il popolo della sinistra “buona fede”, e lusingato quello della destra moderata (il pericoloso ossimoro berlusconiano), con continui lanci di reti in mezzo agli italiani reazionari che hanno visto in Renzi il continuatore delle garanzie e delle indennità del Silvio nazionale. All’interno del partito, la barbarie. Il partito senza idee, in perenne ricerca di padroni, è assalito da arrembanti di ogni tipo. Si fanno avanti fenomeni di ecumenica ignoranza, raschiature di botte delle due culture assemblate. Il partito si romanizza, dimostrando fino in fondo che tutta l’operazione è una consorteria elettorale e parlamentare.

Tutti sanno che questo governo è nato dai problemi di Renzi e del Pd – se non ne avessero avuti adesso l’Italia sarebbe in mano al centrodestra o addirittura solo in quelle di Salvini. E tutti sanno che Renzi voleva assolutamente evitare il voto, come anche il Pd senza l’aiuto dei renziani. Ciò che è nato stavolta, è un combinato tra la volontà pentastellata di continuare la sua rivoluzione, le paure elettorali dei suoi alleati e, chissà, forse nato anche dalle ambizioni politiche del suo premier. Ma ora, dopo averlo fatto nascere, ognuno segue il proprio piano. Ognuno cerca di guadagnare consenso dal potere che ha di ricattare l’esecutivo.

Il M5S sogna di fare cose mai viste in Italia: rivoluzione ecologista, modernizzazione della funzione pubblica, redistribuzione più equa della ricchezza; il Pd cerca di targare a tutti i costi qualche provvedimento popolare e fare gli sgambetti ai 5 stelle; Renzi dal suo orticello fa la voce grossa ai danni del governo quanto un Salvini del Conte I; e Salvini che continua indisturbato la sua campagna elettorale con le critiche all’esecutivo da cui, però, finalmente si è estromesso. Conte, ormai così potente da poter resistere senza partito d’appoggio, ha buon gioco a proporsi come l’unico attore dalla parte degli italiani, uno dei pochi con una certa competenza, il solo con una specchiata onestà.

Dopo il 4 marzo, dopo lo straordinario successo dei 5 stelle, ogni partito ha pensato a come riconquistare le posizioni, a come fregare i voti al Movimento. Salvini, ad esempio, è riuscito a fregarli alleandosi con loro, e Renzi adesso vorrebbe ripetere l’impresa. Il confronto tv per entrambi doveva valere a decidere chi fosse l’erede della destra moderata, chi dovesse insidiare i 5 stelle al centro dello schieramento parlamentare.

Ma sono due strateghi senza idee, due capibanda senza programma, se non quello di intascare il più possibile con la politica. Ancora una volta De Mita ne ha smascherato le intenzioni e le capacità. Peccato che i suoi giudizi sembrino esiti di liti in famiglia, peccato che, nonostante la sua dimestichezza con le geometrie di partito, non sia mai riuscito a prevedere la ricomparsa di questi figuri sulla scena politica italiana.

Giuseppe Di Maio

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