Breaking News
Pierre-Joseph Proudhon
Pierre-Joseph Proudhon

Democrazia diretta difficile da conservare

Vicenza – «Ho percorso i corridoi più oscuri del governo e ho scoperto che è la luce che temono». Questa frase di Edward Snowden appare in un’intervista rilasciata a Glenn Greenwald in occasione della presentazione del suo libro che il Italia è uscito a cura dell’editore Longanesi, il quale ha scelto per titolo: “Errore di sistema”. Il libro diventa, in alcuni momenti, una misurazione del battito cardiaco della democrazia: «In uno Stato autoritario i diritti derivano dallo Stato e sono concessi al popolo. In uno Stato libero i diritti derivano dal popolo e sono concessi allo Stato. Nel primo i popoli sono soggetti ai quali viene soltanto permesso di possedere una proprietà privata, ottenere un’educazione, lavorare, pregare e parlare poiché è il loro governo a consentirglielo. Nello Stato libero i popoli sono cittadini che si mettono d’accordo per essere governati secondo un patto consensuale che deve essere periodicamente rinnovato ed è costituzionalmente revocabile.» 

Non siamo in grado di dire con quanta consapevolezza Edward Snowden ha definito la sostanza del federalismo. Né se abbia letto Pierre-Joseph Proudhon che è considerato il padre del federalismo moderno sostenendo: «Con l’accentramento, il cittadino e il Comune sono privati di tutta la loro dignità, le interferenze dello Stato si moltiplicano e gli oneri del contribuente crescono in proporzione. Non è più il governo che è fatto per il popolo, è il popolo che è fatto per il governo. Il Potere invade tutto, si occupa di tutto, si arroga tutto, in perpetuo, per l’eternità, per sempre. È così che il sistema di centralizzazione, di imperialismo, di comunismo, di assolutismo – tutti questi termini sono sinonimi – scaturisce dall’idealismo popolare; è così che nel patto sociale, concepito alla maniera di Rousseau e dei giacobini, il cittadino si dimette dalla sua sovranità e il Comune, e sopra al Comune il Dipartimento e la Provincia, assorbiti nell’autorità centrale, non sono altro che agenzie sotto la direzione immediata del ministero.» (Pierre-Joseph Proudhon, “Del principio federativo” (1863).

Proudhon in “Nuove osservazioni sull’unità italiana“, del 10 dicembre 1864, prosegue: «Tutti i partiti senza eccezione, nella misura in cui si propongono la conquista del potere, sono varietà dell’assolutismo, […] Il governo sull’uomo da parte dell’uomo è la schiavitù, […] Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore e un tiranno: io lo proclamo mio nemico. […] più i diversi gruppi di un Paese, isola, penisola, continente, avranno sviluppato la propria indipendenza, più, per la natura delle cose, ci sarà libertà fra le città e i loro abitanti. Al contrario, più le diverse parti di un territorio saranno dipendenti le une dalle altre e si comanderanno mutualmente, più ci sarà tendenza all’autocrazia (o, in forma repubblicana, all’oligarchia. Ndr), che sarà definitivamente sconfitta solo con una divisione forzata del Paese, a imitazione della divisione naturale degli Stati più liberi. Là dove l’indipendenza dell’individuo e del gruppo incontra meno ostacoli, si manifesta il più forte impulso al progresso; là dove, al contrario, un centro domina le parti, si incontrano immobilismo e arretratezza…» 

Da queste premesse anche al cittadino più remissivo non sfuggirà che la democrazia rappresentativa non è sovranità popolare, libertà, uguaglianza; come recita la Costituzione italiana. Senza l’esercizio facile, tempestivo e deliberativo della democrazia diretta, è solo esposta all’oligarchia. Tuttavia, anche laddove la democrazia diretta è operante da quasi due secoli, in Svizzera, ci fu un momento in cui questa venne meno e fu faticoso ripristinarla. Infatti, il consigliere federale e ministro degli esteri Marcel Pilet-Golaz, nel giugno 1940, dopo l’invasione repentina della Francia da parte delle truppe tedesche, invitò la popolazione in un discorso alla radio ad adattarsi al nuovo ordine europeo. L’anno prima, il 1939, e sino al 1952, i membri del governo guidarono la Svizzera in modo autoritario, forti dei pieni poteri, al di fuori dell’ordine costituzionale.  

La Confederazione giunse più preparata al secondo tragico appuntamento della guerra mondiale, avendo predisposto buone riserve e programmi efficienti d’emergenza e di razionamento alimentare. Il “Piano Wahlen” (elaborato da Friedrich T. Wahlen) si volse con successo alla conversione della maggior parte possibile di terreni incolti, paludosi o boschivi in terreni agricoli (i quali ultimi salirono, dal 1938 al 1946, da 126.000 a 216.000 ettari). Si allestì un’economia di guerra, basata sull’autarchia, sulla produzione di prodotti succedanei, su una rete efficiente di produzione e di ripartizione nel territorio, che venne organizzata con ferrea disciplina.

Felice fu questa volta – al fine di prevenire tensioni fra le diverse regioni linguistiche – la scelta del comandante dell’esercito, che cadde sul colonnello vodese Henri Guisan, figura popolare di gentiluomo di campagna, conservatore, bravo ufficiale, il quale dispose di un esercito ben preparato ed equipaggiato, pronto ad attestarsi, nel caso, in un’estrema difesa sugli alti presidi alpini (il “ridotto nazionale”). Costui nel “Rapporto del Grütli”, del 25 luglio 1940 – in realtà un proclama – da neo generale espose la “volontà di resistenza” del popolo svizzero. L’eco del rapporto fu vasta, e valse grande popolarità a Guisan.

Naturalmente vi furono violazioni della neutralità svizzera anche se soltanto in ordine allo spazio aereo, e allarmi nel maggio del 1940 e nel marzo del 1943. Il momento parve tragico quando, caduta la Francia, la Svizzera si trovò a essere interamente circondata dalle potenze dell’Asse, e ancora più in seguito, quando con l’occupazione dell’Italia del nord da parte delle truppe germaniche, si trovò circondata da una sola potenza. La quale ultima, per le sue forniture (soprattutto di ferro, carbone, petrolio e generi alimentari), pretese contro partite sempre più esose. Ma difficile era sempre stato il rapporto della Svizzera su ambo i fronti belligeranti, sul tema importazioni ed esportazioni.

Allorché il 12 Aprile 2010, a Losanna, numerose personalità politiche e militari parteciparono a Pully (VD) e a Losanna alle commemorazioni ufficiali per il 50esimo anniversario della morte del generale Henri Guisan; questi fu stato definito dal consigliere federale Ueli Maurer «uno dei più grandi svizzeri del 20esimo secolo. Negli anni 1939-1945, questo capo militare riuscì a unire gli Svizzeri attorno alla volontà comune di vivere liberi»,  sottolineò il capo del Dipartimento federale della difesa prendendo la parola durante il culto protestante svoltosi nella cattedrale di Losanna, dov’erano riunite un migliaio di persone. Cinquanta anni prima, il 12 aprile 1960, 300.000 persone avevano assistito al passaggio del convoglio funebre che accompagnava alla tomba il generale, morto il 7 aprile. All’epoca, il vodese era considerato un vero eroe popolare e l’incarnazione della volontà di resistenza della Svizzera durante il secondo conflitto mondiale. 

«È facile oggi criticare determinate sue decisioni», ha rilevato più recentemente il presidente del Consiglio di Stato vodese Pascal Broulis, in riferimento alle contemporanee messe in questione dell’immagine del generale. In un periodo difficile – ha sottolineato – «l’uomo Guisan ha saputo trovare il modo di dialogare con il popolo e di unirlo attorno ad una convinzione comune. […] Egli ha soprattutto espresso un messaggio forte: la Svizzera non abbandonerà la lotta», un messaggio che secondo il consigliere di Stato vodese «resta d’attualità. […] Dobbiamo mantenere la rotta e credere nella nostra forza», ha dichiarato Broulis ai presenti, fra i quali alcuni ex consiglieri federali e allora presidente del Consiglio nazionale Pascale Bruderer.

Quando la Seconda guerra mondiale finì, i consiglieri federali avevano gustato il piacere di governare in modo autoritario e non volevano privarsene. Solo nel 1949 – 70 anni fa – gli elettori riuscirono a rimettere al loro posto i governanti di Berna, con una maggioranza risicata del 50,7% di sì all’iniziativa popolare “ritorno alla democrazia diretta”. Eppure una critica fu sollevata nel 1943 dal giurista austriaco Hans Nawiasky-Link fuggito dalla Germania. Secondo il professore di diritto pubblico zurighese Andreas Kley, l’accusa non era infondata. «Il Consiglio federale poteva intervenire sulla Costituzione, sulle leggi e sulle ordinanze e non era più vincolato alla Costituzione federale. Poteva ricorrere al diritto di emergenza in ambiti di competenza dei Cantoni, e non doveva attenersi alle libertà fondamentali.»

Le iniziative popolari per la reintroduzione della democrazia diretta furono due. Nel 1949 il popolo e i Cantoni approvarono la prima iniziativa. Governo e parlamento rimasero scioccati. La seconda iniziativa fu ritirata. L’abolizione definitiva del regime dei pieni poteri avvenne nel 1952, sotto forma di controprogetto indiretto alla seconda iniziativa. (Fonte: Andreas Kley, Neue Zürcher Zeitung, 4 maggio 2015)

Se nel “paradiso” della democrazia diretta non sempre è stato facile esercitarla, non di meno altri paesi la esercitano: il Liechtenstein, la California, e in varia misura molti altri Stati. In California si è convenzionalmente d’accordo sul fatto che lì c’è il “Parlamento” più grande del mondo che chiama alle urne ogni due anni 15 milioni di elettori-deputati. Basta raccogliere le firme del 5% degli aventi diritto per promuovere una consultazione, varare, abolire o emendare leggi, diminuire le tasse, tagliare la spesa pubblica, elevare il salario minimo. L’8% per modificare la Costituzione.

Ci sono poi altri 17 Stati dell’Unione che possono cambiare la Costituzione approvando emendamenti per via referendaria e altri 21 (più il Distretto di Colombia) concedono ai loro cittadini il diritto di iniziativa per fare leggi e non soltanto per cancellarle. 15 Stati danno agli elettori ambedue questi poteri: quello legislativo e quello costituente e fra questi la California non è soltanto di gran lunga il più popoloso ma anche il più attivo, e i suoi abitanti i più entusiasticamente portati a servirsi di questa loro facoltà. Questa è democrazia diretta! In California, per esempio, un referendum popolare ha deciso che il giudice Aaron Persky non poteva rimanere al suo posto dopo che aveva dato solo sei mesi di carcere al violentatore (colto in fragrante) di una studentessa di Stanford. 

La grande maggioranza dei cittadini della California è convinta che lo strumento referendario (deliberativo, non il ridicolo consultivo di peninsulare utilizzo) sia “buono e giusto”. La pensano così anche quelli che, spesso, alle proposte referendarie votano no. Ma in quello Stato decadente, inefficiente e scialacquone che è l’Italia retta dalla partitocrazia, chi ha parlato – a sproposito, perché in questo senso non ha fatto nulla – è il M5S. Il necroforo politico che ha resuscitato la moribonda sinistra statalista, tassatrice e parassitaria che nemmeno l’autonomia concede. Figuriamoci il federalismo!

Alcuni sostengono che ci sarebbe il campo indipendentista da seguire, stimolare e appoggiare. Ma sembra che a nessuno dei sedicenti separatisti interessi seguire la tediosa implementazione di progetti rivolti a un futuro Veneto autodeterminato. Tutta roba che deve essere seguita nel tempo, che richiede progetti ben studiati, che esige messe a punto ricorrenti, etc. Al contrario alcuni partiti o movimenti indipendentisti manifestano una politica mossa dall’interesse personale di pochi pseudo leader, per i quali tutto ciò è superfluo e noioso. Meglio cercare di candidarsi – anche in compagnia di personaggi assai disinvolti – alle elezioni regionali del 2020.

È singolare come sia un attore padovano orientato a sinistra, Andrea Pennacchi che con il monologo “Carro allegorico” a mettere a nudo il tempo perso ad inseguire chimere partitocratiche, perché questa politica non crea più uomini di stato; ma parolai, performer, piccoli machiavelli da avanspettacolo, astutissime étoiles d’indépendance impegnate in qualsiasi alleanza e compromesso per non vedersi togliere la sdraio da sotto le terga mentre la nave affonda.

Gli autentici indipendentisti sono convinti che costoro si aspettano il applauso e il consenso dell’elettorato; ma – per esempio – il Partito dei Veneti in Consiglio regionale è supporter della Lega di Salvini. Questa formazione non solo è carente di progettualità e degli strumenti della democrazia diretta (che peraltro non chiede), sembra addirittura mancare dell’etica e della morale dei liberi cittadini sopra descritti.

Enzo Trentin 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *