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L’ospedale Alto Vicentino, a Santorso
L’ospedale Alto Vicentino, a Santorso

Se non ci fosse il Welfare State…

Vicenza – Una domanda che si sente spesso è: se non lo facesse lo Stato, chi penserebbe ai poveri? Lo Stato sociale o Stato assistenziale o Stato del benessere (in inglese moderno Welfare State), è una caratteristica dei moderni Stati di diritto che si fondano sul principio di uguaglianza. Il Welfare State è il complesso di politiche pubbliche messe in atto da uno Stato che interviene, in un’economia di mercato, per garantire l’assistenza e il benessere dei cittadini, modificando in modo deliberato e regolamentato la distribuzione dei redditi generata dalle forze del mercato stesso. Il welfare comprende pertanto il complesso di politiche pubbliche dirette a migliorare le condizioni di vita dei cittadini. L’espressione («Stato del benessere»), è entrata nell’uso in Gran Bretagna negli anni della Seconda guerra mondiale. 

Che questo Stato assistenziale, in Italia, diventi ogni giorno di più costoso e inefficiente è cosa che qualsiasi cittadino sperimenta tutti i giorni. Ovvero il primo malato d’Italia è proprio la Sanità. Lo rileva l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che pubblica una classifica della “spesa sanitaria pubblica procapite annuale“, calcolata in dollari Usa, dei principali Paesi europei aggiornata ad inizio 2019 (a destra).

Come si vede la tesi abbastanza diffusa, secondo la quale la Sanità italiana è tra le migliori al mondo, è offuscata dai dati di cui sopra che, impietosamente, dimostrano che lo Stato italiano spende per la “salute” dei cittadini molto meno di quanto spendono tutte le principali nazioni europee, ad esempio la Germania spende 2.511 dollari in più procapite all’anno, l’Olanda 1.798 in più, la Francia 1.596, il Belgio 1.275 e via dicendo. Anche guardando alle percentuali di “incremento” di questa spesa sociale la classifica non cambia, perché l’incremento delle risorse per la Sanità nel nostro Paese è solo dello 0,2% all’anno, molto inferiore agli incrementi registrati dalle altre nazioni. 

Questo comporta che spesso per curarsi o curarsi meglio gli italiani devono pagare di tasca propria, molte volte ricorrendo alla sanità privata. Inoltre si accentua il secolare divario tra le regioni ricche del Nord e quelle più povere del Sud nelle quali si è costretti a curarsi di meno e meno efficacemente. Sicuramente questi dati sono influenzati anche da vizi nostrani, corruzione negli appalti, strutture inefficienti o superate, ospedali costruiti ma inutilizzati, assenteismo, burocrazia regionale, spreco di medicinali, evasione del ticket ecc., che influiscono negativamente sulla spesa sanitaria, ma quando si vedono nazioni come la Germania e la Francia spendere quasi il doppio di noi per curare i loro cittadini (tra l’altro ospitano molti più stranieri di noi!) vuol dire che il primo malato d’Italia è proprio la Sanità, tanto che c’è chi si domanda: dove andrà a finire il welfare? Quale ruolo giocherà il Terzo settore dopo la sua riforma? Come superare il dilemma della “coperta corta”, che antepone l’impennata della domanda sociale ai tagli alla spesa pubblica? 

Insomma c’è chi cerca di veicolare l’idea che prima dei giorni nostri non ci fossero istituzioni equivalenti, e che imperasse la barbarie. In realtà nel medioevo tra coloro che rimediavano c’erano le Fraglie o Gilde. La Fraglia (“fratellanza”) e la Gilda (termine di origine incerta) erano praticamente le corporazioni delle arti e mestieri. Una associazione tra tutti coloro che esercitavano una determinata professione. In Veneto e nei territori facenti parte della Repubblica di Venezia sono attestate a partire dal XIII secolo nelle città di Venezia, Padova, Vicenza, e si confondevano con le confraternite religiose. 

Queste corporazioni di arti e mestieri si occupavano di tutti gli interessi dei propri associati e offrivano una garanzia di qualità curando la loro formazione. L’associazione si riuniva in un “capitolo”, che aveva sede in genere nella chiesa della contrada in cui tendeva ad abitare chi praticava un certo mestiere. Possedevano un altare o una cappella dedicata al santo protettore e partecipavano alle processioni. A capo della Fraglia erano eletti dei gastaldi, mentre i massari ne amministravano il patrimonio e riscuotevano i contributi degli iscritti. 

Tutti davano vita ad associazioni per la tutela collettiva degli interessi individuati: oltre alle corporazioni, fioriscono così società delle «torri», le consorterie nobiliari che gestiscono i patrimoni in comune, le società di milites per tutelare vecchi privilegi e, elemento più dinamico di ogni altro, le società militari di quartiere, di «popolari» (non popolani) che sentono ormai insopportabili i privilegi (prima consuetudini non contestate) dei cavalieri e dei loro consoli, prima rispettatissimi. 

Nella città di Venezia risalgono all’XI secolo, c’erano anche le Scuole o Schole. Le Schole erano confraternite laiche, che sceglievano un santo protettore e alle quali aderivano cittadini di ceto medio. I patrizi aderivano solo alle Schole Grandi. Nella ricorrenza del giorno in cui si celebrava il santo protettore di una confraternita, veniva tenuta una processione. Nel giorno di San Marco (25 aprile) ogni Schola si recava in corteo nella Basilica, esponendo il proprio stendardo. 

Dal 1261 la Repubblica istituì due magistrature che, fra le varie mansioni di controllo delle merci, avevano anche il compito di approvare le Mariegole (Madre Regola), ossia gli atti istitutivi delle Scuole stesse. Le Schole erano presiedute da un Guardian Grande. Il Capitolo era l’organo che riuniva tutti i confratelli. La Banca e Zonta era l’organismo con incarichi direttivi, tipicamente composto da una quindicina di persone. 

Nel Cinquecento prenderanno forma anche le Accademie. Il nome di una località di Atene dove Platone iniziò il suo insegnamento nel 387 a.C.; passò poi a indicare la scuola filosofica stessa anche quando essa si trasferì ad Atene con il complesso delle dottrine di Platone e dei suoi continuatori. Erano ovviamente dei circoli elitari per “Siori” facoltosi. Nella sola Venezia se ne contavano centocinquanta. Per esempio, l’Accademia degli Uniti fu una delle prime. Aveva come simbolo una catena d’oro, col motto latino Vicissim nectuntur (sono legati assieme). Per statuto, sin dal 1551, ebbe come finalità la divulgazione della cultura e il bene della comunità, poiché si impegnava in difesa dei poveri, degli orfani, delle vedove, di ogni sorta di miserabili. Istituiva anche un comitato di avvocati per patrocinare gratuitamente i meno abbienti. 

Sempre a sostegno dei bisognosi sorsero i Monti di Pietà. Essi possono essere inquadrati nella tradizione delle fondazioni religiose cristiane del medioevo che, attraverso gli ordini militari (in primo luogo i Templari), non soltanto avevano sperimentato una inedita combinazione di vita religiosa e azioni civili e militari, ma avevano avviato la prima attività bancaria dell’Occidente, erogando crediti ed impiegando il plusvalore delle loro attività economiche per finanziare gli avamposti combattenti, e per il soccorso agli indigenti. 

Assistenza ed economia sono complementari. Le prime istituzioni paragonabili ai Monti di Pietà sorgono a Londra 1361, e in Castiglia 1431. Si tratta di un’istituzione finanziaria (tuttora esistente) senza scopo di lucro. Anche in Italia sorsero nella seconda metà del XV secolo su iniziativa di alcuni frati francescani, allo scopo di erogare prestiti di limitata entità (microcredito) a condizioni favorevoli rispetto a quelle di mercato. L’erogazione finanziaria avveniva in cambio di un pegno: i clienti, a garanzia del prestito, dovevano presentare un pegno che valesse almeno un terzo in più della somma che si voleva fosse concessa in prestito. La durata del prestito, di solito, era di circa un anno; trascorso il periodo del prestito, se la somma non era restituita il pegno veniva venduto all’asta. 

Il Monte di Pietà di Vicenza fu il primo fondato nella terraferma veneta al tempo della Serenissima. Venne creato dal Comune di Vicenza e ufficialmente aperto il 12 giugno 1486, circa un mese dopo l’espulsione degli ebrei dalla città decretata dal doge Marco Barbarigo. La contemporanea istituzione del banco dei pegni fu nella chiesa di San Vincenzo, che da allora divenne proprietà del Monte. Nel 1492 però – anche se i mutuatari, più o meno spontaneamente, avevano sempre dato qualcosa in più al momento della restituzione del pegno – il banco entrò in crisi. Venne allora rifondato su basi più pratiche da Bernardino da Feltre, cui fu affidata la riforma degli Statuti. Bernardino sostenne la necessità del prestito remunerato e invitò gli abbienti a depositare il loro denaro nelle casse del Monte, questa volta con l’applicazione di un tasso del 5%, comunque di molto inferiore a quello praticato in precedenza dagli ebrei o dai nobili vicentini, che si aggirava intorno al 15-20%. Nel tempo, a promuoverne la fondazione di Monti di Pietà furono in alcuni casi gruppi di privati cittadini – nella maggior parte dei casi -, o altre istituzioni di beneficenza esistenti nelle località dove successivamente furono istituite le Casse di Risparmio. 

Un’altra istituzione assicurativo-finanziaria erano le Casse Peota. La peota è, in lingua veneta, una imbarcazione leggera, e anche il pilota di imbarcazioni. Queste sono state associazioni molto diffuse in Veneto. I soci erano prevalentemente i barcaioli che si autotassavano mediante una cifra da essi stessi determinata, che era una sorta di assicurazione contro la perdita o il danneggiamento delle imbarcazioni. Organizzate secondo consuetudine e senza fine di lucro non in forma societaria, di antica data o di recente costituzione, raccoglievano il piccolo risparmio spontaneo dei propri associati concedendo modesti prestiti al consumo ispirandosi alla mutualità. Più recentemente (1997 e dintorni) le mutate regole bancarie determinate dal Parlamento le hanno inglobate in una serie di vincoli che da un lato le ha snaturate, dall’altro – per merito di un’eccessiva burocrazia – ha fatto praticamente scomparire le poche sopravvissute. 

Della stessa valenza delle Casse Peota, intorno alla seconda metà dell’XIX secolo, nascono in Italia le Società di Mutuo Soccorso. Queste società operaie (SOMS) sono associazioni che originariamente videro la luce per sopperire alle carenze dello stato sociale ed aiutare così i lavoratori a darsi un primo apparato di difesa, trasferendo il rischio di eventi dannosi (come gli incidenti sul lavoro, la malattia o la perdita del posto di lavoro). Questa formula mai estinta, sta avendo aggiornamenti interessanti (si veda qui).

Il Monte dei Paschi di Siena, è ritenuta la più antica banca del mondo. Ebbe origine il 27 febbraio 1472, come “Monte Pio”, per volere delle Magistrature della Repubblica di Siena e fu espressamente istituito per dare aiuto alle classi più disagiate della popolazione. Tralasciamo in questa sede di accennare a come la partitocrazia dei nostri giorni l’abbia “spolpato”. Qui siamo nella cronaca dei nostri giorni non nella storia. 

Nell’Ottocento (accanto alle banche di credito ordinario) nacquero varie tipologie di banche che venivano incontro alle esigenze dei piccoli risparmiatori e dei piccoli imprenditori, trascurati dalle grandi banche. La prima categoria a nascere furono le Casse di Risparmio (in tedesco Sparkassen), specializzate nei depositi a risparmio. La prima nel mondo è considerata la Hamburger Ersparungkasse del 1775, in Italia la prima fu la Cassa di Venezia, Padova e Rovigo fondata il 12 gennaio 1822.

Nello stesso periodo nascono le banche popolari, sorte in Germania a opera dell’economista e uomo politico Franz Hermann Schulze-Delitzsch (1808-1883), In Italia vedono la luce per opera dell’economista e politico Luigi Luzzatti (nato a Venezia da una importante famiglia ebraica) che con la pubblicazione nel 1863 dell’opera “La diffusione del credito e le banche popolari“, spinse Tiziano Zalli a fondare l’anno seguente la Banca Popolare di Lodi e diede impulso all’inaugurazione e diffusione di molte altre banche popolari nei decenni successivi. 

Ai giorni nostri tutti hanno constatato come una certa politica abbia “aggredito” numerose banche popolari, lasciando sul lastrico centinaia di migliaia di piccoli risparmiatori. La stessa politica, attraverso la gran cassa dei mezzi di comunicazione e le prostitute dell’informazione controllati dal potere economico-politico, ha imbesuito l’opinione pubblica con il “progresso” che si sarebbe ottenuto attraverso la loro liberalizzazione e la globalizzazione. 

È importantissimo notare che nel 1933, negli USA, fu varata la legge bancaria nota come Glass-Steagall Act (dal nome dei suoi promotori, il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall). Fu la legge che istituì la Federal Deposit Insurance Corporation (Fdic) e introdusse riforme bancarie, alcune delle quali sono state progettate per controllare la speculazione finanziaria. La legge bancaria Glass-Steagall mirava a introdurre misure per contenere la speculazione da parte degli intermediari finanziari e prevenire le situazioni di panico bancario. 

Per comprendere meglio questo Act è necessario considerare che l’economia di finanza non produce nulla. Si limita a speculare. C’è chi la assimila all’usura medievale. E infatti, secondo lo storico Jacques Le Goff il tredicesimo secolo fu evidenziato con l’espressione “secolo della giustizia”, solo perché i canonisti avevano equiparato “il furto usurario” a un “peccato contro la giustizia”. 

Si tenga presente che generalmente l’usura si forma quando si è in presenza di un’economia mercantile e di antagonismi sociali. In chiave puramente etica l’usura è paragonata a una sorta di “furto”. Nel Codice Hammurabi (1792-1750 a.C.) si arrivava fino a 50-70% di interessi da riconoscere al creditore. Il Concilio Lateranense III (1179 d.C.), costatando che molti cristiani abbandonavano i loro mestieri per diventare usurai, condanna soltanto i veri e propri “professionisti” dell’usura, quelli che campavano facendo questo mestiere. 

Non è un caso quindi se l’economia di finanza è da alcuni osservatori accostata all’usura. Infatti durante un periodo di carestia, usuraio è anche chi non esita a vendere i beni di prima necessità a prezzi esorbitanti, magari dopo aver tenuto la merce nascosta dolosamente, nell’attesa fiduciosa del rincaro dei prezzi. I giornalisti coscienziosi, quando fanno informazione, come dovrebbero reagire se gli editori sono spesso i cosiddetti poteri economico-politici? Eppure l’informazione critica è un elemento essenziale di ogni società democratica, ma purtroppo non può più essere data per scontata. 

Ritornando ai giorni nostri, la Federal Deposit Insurance Corporation aveva lo scopo di garantire i depositi, prevenire eventuali corse allo sportello e ridurre il rischio di panici bancari. La seconda misura prevedeva l’introduzione di una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. In base alla legge, le due attività non poterono più essere esercitate dallo stesso intermediario, realizzandosi così la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. 

A partire dagli anni Ottanta del XX secolo, l’industria bancaria ha cercato di convincere il Congresso USA ad abrogare il Glass-Steagall Act. Nel 1999 il Congresso, a maggioranza repubblicana, approvò una nuova legge bancaria promossa dal Rappresentante Jim Leach e dal Senatore Phil Gramm, promulgata il 12 novembre 1999 dal Presidente Bill Clinton, nota con il nome di Gramm-Leach-Bliley Act. La nuova legge ha abrogato le disposizioni del Glass-Steagall Act del 1933 senza alterare le disposizioni che riguardavano la Federal Deposit Insurance Corporation. Pletorico sottolineare quali sono le conseguenze riflesse nel paese di Arlecchino e Pulcinella. Esse sono all’ordine del giorno delle cronache giudiziarie a dimostrazione di quanto in premessa a questo intervento. 

Sempre in tema di assicurazioni (e qui concludiamo la nostra superficiale carrellata, perché un approfondimento occuperebbe un’intera biblioteca) sino alla seconda metà del XX secolo (1964-1970) hanno funzionato egregiamente anche le casse mutua di artigiani e commercianti, che non solo alimentavano la libera professione medica e davano servizi soddisfacenti, ma offrivano bilanci in attivo o quanto meno in pareggio. Poi anche qui entrò il Welfare State e i suoi burocrati con i risultati che tutti possono constatare. La chiusura della gestione liquidatoria della Cassa mutua provinciale di malattia per gli artigiani di Vicenza (come le altre analoghe) si deve alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n. 174 del 28/07/2007. Ma si è trattato del certificato di morte (dovuto alla liquidazione definitiva dei beni) per organismi che erano già da decenni inglobati nell’Inps, e nel servizio sanitario nazionale. 

Che ci sia una tendenza al cambiamento lo si rileva anche negli USA. Gary North scrive qui che la più grande catena al mondo della Grande distribuzione, Walmart, sta entrando nel mondo dell’assistenza sanitaria con prezzi competitivi. Questi, per ora, i servizi offerti:

  • Cure primarie; 
  • Servizi dentali; 
  • Consulenza; 
  • Laboratori e radiografie; 
  • Screening sanitario; 
  • Optometria; 
  • Otorino-laringoiatria;
  • Fitness & nutrizione; 
  • Formazione e iscrizione all’assicurazione sanitaria. 

Il lettore non ce ne voglia se in questo lungo intervento abbiamo omesso di elencare i meriti e le opere della chiesa. Con il Cristianesimo le sofferenze dei malati divennero un tema centrale, che rispecchiavano il Cristo, favorendo quindi in modo totalmente nuovo la solidarietà caritatevole tra gli individui. Il Primo concilio di Nicea nel 325 d.C. spinse la Chiesa cattolica a provvedere anche ai poveri, alle vedove e ai forestieri, stabilendo la costruzione di un ospedale in ogni città dotata di cattedrale. Una filosofia diventata oramai obsoleta grazie alla visione manageriale di politici sullo stampo del “Doge veneto” Giancarlo Galan, che realizzò in project financing gli Ospedali all’Angelo di Venezia-Mestre («…investire in sanità è remunerativo e il canone che l’Usl sta pagando non è certo vantaggioso per i cittadini»), e di Santorso.

Il canone del Project financing dell’ospedale di Santorso pesa come un macigno sui bilanci. Queste opere faraoniche, secondo alcuni osservatori, hanno ripetuto il vecchio “gioco” del parassitismo politico: privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Insomma tutto questo per sottolineare che noi “poveri” cittadini non dovremmo avere un gran danno dall’eliminazione o rivisitazione del Welfare State attuato dagli statalisti associati nell’odierna partito-burocrazia. 

Enzo Trentin 

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