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Statua di Girolamo Savonarola, a Ferrara (Foto Daderot - CC BY-SA 3.0)
Statua di Girolamo Savonarola, a Ferrara (Foto Daderot - CC BY-SA 3.0)

Politica, estremismo malattia infantile

Vicenza – Più volte ho scritto che l’Italia è un paese di destra, che si mostra nelle due forme: reazionaria e conservatrice. Entrambe discendono da una lunga storia economica e politica che ne ha sagomato i profili. Gli italiani sono i depositari di una grande civiltà che, nella sua decadenza politica, ha dovuto subire l’ingerenza amministrativa straniera. Questa circostanza ha costruito uno spirito diffidente verso la dimensione pubblica e gonfiato a dismisura quella privata. Se dovessimo dar retta a quanto dicevano all’inizio del ‘700 i viaggiatori d’oltralpe che si avventuravano per la penisola, noi saremmo un popolo di briganti, di cittadini scorretti. Insomma, un paese di ladri.

Però, nella penisola, ci sono anche stati momenti di grande rinascita civile e morale, un rigoglio che ha visto di nuovo l’Italia in testa a tutte le nazioni. E’ fiorito qui da noi, forse anche più che in altre parti d’Europa, un purismo radicale che ci ha riempito di santi, di eretici, e di sovversivi. Una bella e pericolosa tradizione che ha sconvolto talvolta il dormiente spirito italico.

Sicché l’animo reazionario, che ambiva ad ottenere vantaggi sui concorrenti sociali, e quello conservatore che, sebbene simulasse attenzione verso le classi disagiate, non avrebbe mai spartito parte della sua ricchezza con loro, furono erosi ciclicamente dai furori del radicalismo nostrano. Una ciclicità che dimostra l’inasprimento periodico dell’abuso privato, e l’endemica stagnazione della risposta civile. Per brevi periodi, però, la società italiana è stata scossa da folle al seguito di monaci pazzi e sognatori di mestiere.

Se ci chiedessimo, oggi, che cosa ha impedito l’affermarsi delle dottrine radicali, sicuramente dovremmo rispondere la lotta interna e fratricida, l’estremismo formale che ha invalidato ogni risultato pratico. L’ultima, in ordine di tempo, speranza rinnovatrice dello spirito italico, è il Movimento di Grillo. E ultimi, e non solo in ordine di tempo, a minare la compattezza del messaggio pentastellato, sono i puristi della rivoluzione a 5 stelle.

Certo, è dura! E’ duro dover sopportare questa finzione di democrazia, questa partecipazione sotto tutela, queste strategie che si aggiornano all’improvviso. Ma è pur vero che finora gli obiettivi non sono stati messi in discussione, e non sto parlando di obiettivi che non dipendono totalmente dal M5S.

Certo, interrogare Rousseau solo per voto confermativo fa incazzare, ma sarebbe peggio fare la fine di Cameron, che chiede al popolo di uscire dalla Ue, e non saper più gestire il risultato. Sarebbe peggio se le attuali dirigenze (espressione non di Rousseau e delle simpatie territoriali, ma sempre più di un’ossatura di fedelissimi) cominciassero a fondere i nostri programmi con quelli della casta e votassero provvedimenti a svantaggio del popolo.

C’è sempre qualcuno pronto ad esaltare i valori della democrazia quando questa gli consente di farsi largo tra i concorrenti politici e sociali, e altrettanto pronto a denigrarla quando questo lo mette all’angolo in un dato consesso. Per conto mio la democrazia è un valore, ma tra soggetti eguali; non lo può essere se viene utilizzata a pretesto dell’abuso. E finché i rappresentanti a 5 stelle si taglieranno lo stipendio, finché porteranno a termine il programma e non perderanno la bussola della politica pentastellata, io non lascerò il Movimento.

Chi si lamenta di aver dovuto sopportare il governo con la Lega, con cui si è dovuto barattare il consenso per raggiungere risultati pratici, e col Pd, con cui per lo stesso motivo si è dovuto barattare il potere dei ministeri, per ora, non ha capito la missione di cui ci siamo caricati. Diventare cittadini reali, senza sognare strategie puritane e orizzonti incorrotti, passa per la strada del compromesso. E poi questa storia l’ho già sentita. La sinistra è stata piena di sogni e di scissioni, che alla fine nascondevano più che altrove l’onnipresente lotta di classe, e il crudo interesse privato.

Giuseppe Di Maio

8 Commenti

  1. Giannantonio Zanolli

    Grazie per la cortesia di aver pubblicato per esteso il suo intervento del maggio 2019 : una testimonianza preziosa e puntuale che conferma la mia opinione ( anche ) su questo partito e cioè che il sistema di potere esistente ( capitalismo neoliberista ?) onnivoro e onnipresente , riesce ad occupare ogni spazio, compreso quello da far apparire come a lui contrario e che ai più deve sembrare l’opposizione, l’alternativa, l’anti sistema.
    Il sospetto è che spesso il ” salvatore della patria ” venga progettato e costruito a tavolino per interpretare un ruolo secondo un copione scritto e il gioco riesce così bene da essere ripetuto ogni volta sia necessario pilotare il dissenso su binari morti.
    Non le porto esempi, ma riuscirà da solo a verificare la apparizione intermittente di ” eroi ” cantati dalle muse che alla fine, dopo il gran clamore, spariscono dietro le quinte con le tasche piene.
    A chi ha avuto fiducia rimane l’amaro.

    • Giannantonio Zanolli

      Grazie per la cortesia, ma il link sembra sia stato rimosso ( così dice Fb a cui comunque non sono iscritto ).

      • Giuseppe Di Maio

        Incontro Regionale M5S Veneto – 4 maggio 2019

        Un partito verticistico, con uno statuto che afferma il principio del capo (Capo politico), e nega le strutture di base (attivi, cellule e sezioni). Il Garante non è stato votato, il Collegio dei probi viri è una struttura designata dai vertici. Lo strumento di democrazia è proprietà privata, le candidature alle primarie sono soggette a filtri imperscrutabili e delatori. Il sistema è perforabile, insicuro, e interpella solo per voto confermativo. Tutto fa pensare alla difesa di un progetto ossessionato dalla sfiducia nel popolo e nella democrazia. L’assemblea è composta da individui isolati e da cordate autopromozionali di conniventi che si contendono le nomine con il “vinca il più simpatico”. L’asprezza della lotta politica interna e fratricida, è mille volte più intensa di quella esterna e contro gli altri partiti. Non c’è un laboratorio di idee, si pretende invece che i suggerimenti popolari e i progetti di legge spontanei bastino a formare da soli l’orizzonte politico. Di certo si suppone che le idee precedano la filiazione al partito. I malumori per i cambi di marcia del vertice sgraditi alla base si possono esprimere solo sui social. La posizione pragmatica post ideologica e bipartisan porta a una condizione intellettuale che rinuncia a decifrare e risolvere la contraddizione sociale.
        Questi i mali che a mio parere affliggono il Movimento.
        E andiamo a discuterli sommariamente.

        Per molto tempo, forse sparlando, ho sostenuto che il M5S rappresentasse una catarsi per lo spirito italico, un rinnovamento periodico del sentimento civile come nei tempi migliori della nostra civiltà. Ho sostenuto che il progetto del Movimento era un progetto di democrazia compiuta, una rivoluzione dei rapporti politici, una risistemazione delle dimensioni pubblica e privata. Ma forse l’avevo caricato di troppe valenze, di troppe missioni, come di certo ha fatto in buonafede la maggior parte di noi. Evitando una precisa linea…

      • Giuseppe Di Maio

        ideologica, e affidandosi alla pratica concreta di un innato senso di giustizia, il Movimento è stato una rete a maglie non selettive che ha permesso di includere numerose, e spesso incompatibili, speranze e ambizioni politiche. Ma quando le tante contraddizioni interne sono state risolte a colpi di autorità ed espulsioni, non si è reso un buon servizio alla sovranità popolare: si è interrotto nel Movimento il progresso della sua missione principale: la restituzione del potere decisionale al popolo, la riqualificazione dell’organo maggiore della democrazia.

        Lo Statuto di un partito è il risultato delle sue idee, ma soprattutto della contingenza dei problemi politici. Fino a che si è parlato di non-Statuto, si sarebbe potuta tollerare qualsiasi regola, poiché era di certo transitoria, quasi un dileggio di quelle spente e trasgredite di alcuni partiti sedicenti democratici. Ma quando si è preteso comporne uno, l’Assemblea degli iscritti ha funzionato da cane di pezza asservito al progetto della propria emarginazione. E chissà! Forse a ragion veduta. Poiché le tante e discordi anime imbarcate nel mare magnum dei consensi a 5 stelle avrebbero di certo fatto naufragare la giovane esperienza del Movimento. Una per tutte, la legge elettorale frutto della votazione on line (il democratellum), si è trascinata appresso la convinzione che il proporzionale a tutti costi fosse la radice della democrazia. Una convinzione che abbiamo pagato cara ancor prima dell’approvazione della legge Rosato. E da allora, o forse anche prima d’allora, lo Statuto che è stato elaborato tratteggia tutta la sfiducia nella democrazia e nell’assemblea “sovrana” degli iscritti. Da allora la rete dei quesiti messi a votazione è stata preceduta da campagne di informazione che hanno vincolato al parere dei vertici, con documenti e video che hanno dimostrato il giusto e l’ingiusto, di modo che il voto esprimesse solo il grado di fedeltà dell’Assemblea ai portavoce.

        Lo scollamento base–vertice, che…

      • Giuseppe Di Maio

        Lo scollamento base–vertice, che si vorrebbe saldare con il laboratorio democratico Rousseau, lascia il territorio in balìa di comitati elettorali, di cordate autopromozionali costantemente in guerra tra loro. I problemi della collettività e della regione si esauriscono come pretesto efficiente per selezionare la classe dirigente; l’ostentazione di onestà diviene un esercizio distintivo della lotta politica che reca in sé tutti i connotati del suo opposto. Pur mancando di una precisa linea ideologica, e benché ci si affidi alle sensibilità e alla spontaneità, non c’è agone politico in cui venga evocata la linea dell’ortodossia più del Movimento: “Non sei d’accordo con queste regole? Allora devi allontanarti.” Un esercizio “ad excludendum” puerile e spesso disonesto, che ha tenuto lontane troppe buone energie dall’attivismo a 5 stelle. E la dimostrazione che le denunce di eresie e la titolarità dell’ortodossia era lotta fratricida, sta nella continua epurazione dell’attivista avversario. Quando poi, gli stessi feroci inquisitori sono stati capaci di costituire un altro partito all’indomani delle mancate certificazioni e dopo le sonore bocciature del vertice.

        E allora eccoci: non riesco a capire come l’Assemblea del Movimento possa sopportare oltre l’imperscrutabilità delle decisioni del cosiddetto Staff. Se le candidature devono essere sottoposte al vaglio di un ufficio elettorale, allora bisogna conoscere i criteri decisionali. Bisogna che ogni scelta sia accompagnata da un documento esplicito, altrimenti dovremo pensare che essi, non si sa chi, siano incapaci di comporlo, o peggio, che vogliano con questo dimostrare la proprietà privata del M5S, un’eventualità che io non sopporterei e con me molti altri non appena diradato l’equivoco. A volte sembra che non Rousseau, ma un’oscura trama di contatti e di delazioni, estranei alla cultura della democrazia, della pubblicità e degli streaming, sia il vero collante del Movimento, la linea che innerva ogni decisione,…

      • Giuseppe Di Maio

        dalla politica internazionale alla candidatura di un consigliere comunale.

        Io credo nella proprietà pubblica dello strumento di emancipazione popolare dalla tirannia delle minoranze dominanti. E perciò nella proprietà pubblica di Rousseau e del Partito. Credo in un’organizzazione di intonazione gramsciana che possa prendere ciò che offre di meglio la tecnologia e la rete, cioè la discussione in tempo reale dei problemi e delle idee, ma con la coscienza che la democrazia on line è solo capace di contare le idee, non di farle nascere. Così com’è incapace di testare l’aderenza dei rappresentanti politici agli interessi generali, e com’è incapace di collaudare le loro virtù morali. Auspico la creazione di laboratori politici territoriali che siano formativi e non mere passerelle preelettorali, dove possa aver fine la dittatura del “portavoce”, secondo l’idea democratica del “mandato politico” invece che della “delega” populistica o demagocica. Mi aspetto di poter prevedere le scelte politiche dei miei rappresentanti, e mi aspetto che smettano di trincerarsi dietro le tante “sensibilità” del Movimento. Mi aspetto cioè che il partito che nascerà sia il luogo dove venga decifrata la contraddizione sociale e dove vengano disposte le strategie per combatterla e risolverla. Continuare nel mantra della prassi post-ideologica che permette tutto e il contrario di tutto è una scusa non più sostenibile. Auguro infine, che questo incontro sia a tutti gli effetti costituente di un nuovo ordine e non ricostituente di quello vecchio.

        Giuseppe Di Maio

  2. Giannantonio Zanolli

    ” la democrazia è un valore tra soggetti uguali ” …

    Da apartitico e da non votante non entro mai nelle questioni interne ai vari partiti ( non lo hanno fatto quegli uomini di partito che la cultura di sistema definisce ” Padri Costituenti” – con la scrittura dell’articolo 49 che ad oggi non regolamenta in alcun modo le associazioni partitiche ), però in forza della attuale evidenza storica mi permetto una piccola considerazione.
    Il tema della e-Democray sviluppato da tentativi interessanti ( Partito Pirata, Podemos, Confederazione Elvetica, California, Madrid, Barcellona ) indica che ci saranno di sicuro sviluppi in questa direzione .
    Per quel che riguarda il Movimento citato nel pezzo, constato che il diritto di votare a chiamata estemporanea e plebiscitaria su questioni predeterminate da pochi, su una piattaforma unica, centralizzata e verticalizzata, posseduta, gestita e controllata da pochi privati individui, a fotocopia del sistema piramidale dominante nazionale, in piena conformità ad una idea di partito nazionale centralizzato, con risultati certificati in modo dubbio e senza trasparenza su modi e tempi..
    ..mi sembra molto funzionale ad una furbesca ed avanzata strategia manipolatoria più che alla reale democrazia.
    Altra cosa sarebbe una rete di piattaforme territoriali, di proprietà diffusa, a gestione e controllo periferico e multiplo, federate.. in cui l’input politico parta veramente dal basso, dal cittadino, dal territorio.
    Certo parlo da esterno.
    Mi scuso e non me ne voglia.
    Apprezzo comunque il suo impegno.
    Cordialità.

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