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L’Italia è fondata su inciucio e vergogna

Vicenza – Sin dal suo formarsi come Stato ad opera di casa Savoia il paese di Arlecchino & pulcinella ha avuto un susseguirsi di lotte, di guerriglie, di guerre. Si veda qui l’elenco di tutte le guerre dichiarate dall’Italia e conseguenti innumerevoli vittime. In nessun tempo questo reame fu oggetto di aggressione da parte di altri sovrani o Stati. Nemmeno una volta altri regimi le hanno dichiarato guerra, e la difesa dei sacri confini invocata per la partecipazione al massacro della Grande Guerra fu solo una ignobile bugia propagandistica.

Nel libro “Scritti politici” Emmanuel Kant (un filosofo tedesco del Settecento) scrive: «Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto […] non può uscire nulla di interamente diritto.» Così fu per tutti i Savoia re d’Italia, e così è stato per la repubblica nata dalla Resistenza.

La natura camaleontica dell’Homo Politicus Italicus la si è riscontrata con il primo scandalo politico-finanziario della Banca Romana che fu un caso di rilevanza nazionale. Fu al centro delle cronache italiane dal 1892 al 1894 ed ebbe come elemento centrale la scoperta delle attività illecite del governatore della Banca Romana nel decennio precedente. Furono coinvolti presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari e giornalisti. La banca venne liquidata dalla Banca d’Italia, istituita a seguito dello scandalo per riformare il sistema bancario. Le conseguenze politiche furono minime e già nel dicembre 1893 Francesco Crispi tornò ad essere presidente del Consiglio dei ministri per la terza volta.

Si ricorderà che il Regno d’Italia fu proclamato il 17 marzo 1861 con l’Unità d’Italia, mentre – secondo alcuni – il completamento del territorio nazionale avvenne al termine della prima guerra mondiale, considerata come la quarta guerra d’indipendenza. Ma già tre anni dopo con il discorso del bivacco Benito Mussolini, in veste di presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, alla Camera dei deputati in data 16 novembre 1922 dichiarava: «Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.»

L’insipienza del parlamentarismo italico proseguì con l’infruttuosa secessione dell’Aventino che produsse il discorso di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925 (detto anche discorso sul delitto Matteotti). Un intervento pronunciato come presidente del Consiglio dei ministri alla Camera dei deputati del Regno d’Italia. In questa allocuzione Mussolini si assunse “la responsabilità politica, morale e storica” di quanto era avvenuto in Italia negli ultimi mesi e specificamente del delitto Matteotti. La filippica è ritenuta dagli storici l’atto costitutivo del fascismo come regime autoritario, secondo quanto afferma anche Renzo De Felice, uno dei maggiori studiosi del fascismo.

Comunque la si pensi, si tratta di una inconsueta presa di responsabilità precisa; qualcosa che è paragonabile a quanto successe nel 1992 con il discorso in Parlamento di Bettino Craxi sulla vicenda passata alla storia come Tangentopoli, ovvero lo scandalo sul finanziamento del sistema politico, dove disse tra l’altro: «Non credo che ci sia nessuno in quest’aula  responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro.»

Queste prese di responsabilità sono diametralmente opposte alla coerenza etico-morale di Giovannino Guareschi che il 26 maggio 1954 entrò nel carcere San Francesco di Parma per uscirne il 4 luglio dell’anno successivo, dopo 409 giorni trascorsi sotto la più stretta sorveglianza. Fu l’atto che chiuse quella che il giornalista parmense aveva definito la vicenda del “Ta-pum del cecchino”: lo scontro con Alcide De Gasperi dalle colonne del “Candido” – settimanale diretto da Guareschi – che pubblicò due lettere (successivamente definite false) risalenti a dieci anni prima, in piena Seconda guerra mondiale, e firmate da De Gasperi, che ai tempi aveva trovato rifugio in Vaticano.

Due missive dirette al generale britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, chiedendo il bombardamento di alcuni punti nevralgici di Roma, come l’acquedotto, «per infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano» nei confronti di fascisti e truppe tedesche. Fu considerata una diffamazione a mezzo stampa. Singolare questione della storia dell’Italia repubblicana, la cui costituzione all’articolo 21 tutela la libertà di stampa. Giovanni Guareschi ironicamente commentò: «Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione.»

Fatta salva la posizione di “Giovannino”, con questo background etico-morale appare difficile sperare nella “rivoluzione” per la democrazia diretta che è stato un cavallo di battaglia del M5S, tanto che ha ottenuto un ministro per questo compito: Riccardo Fraccaro, sia pure a mezzo servizio con il  dicastero dei rapporti con il Parlamento. Con il governo Conte 2 è rimasto Fraccaro, ma è scomparso il Ministero per la democrazia diretta.

Eppure c’è una vecchia battaglia da alcuni incominciata formalmente nel 1998 e subito persa, perché l’interlocutore era la partitocrazia (LN, Luca Zaia [Veneto] e Attilio Fontana [Lombardia] compresi. I cinque stelle all’epoca non esistevano), che non ne aveva interesse.

Nondimeno la nascita del M5S quale movimento antipartitocrazia aveva attizzato molte speranze. Tanto che subito furono contattati più esponenti di tale formazione politica: Beppe Grillo che rispose telefonicamente ad un attivista di Alessandria: «ma non si può…!»; ed anche il ministro Fraccaro recentemente visitato a Roma da un esponente pistoiese non ottenne alcun risultato ma solo belle parole. Insomma l’eterogeneità dei componenti di questo organismo politico non ha sortito alcun effetto significativo. Al contrario ai nostri giorni ha resuscitato quella moribonda “Casta” che voleva abbattere.

La questione – che l’opinione pubblica quasi non conosce, imbambolata com’è dai mezzi di [dis]informazione di massa – è che dal 1990 (Legge 142/90) esistono gli Statuti dei Comuni, delle Province e delle Regioni. Tali strumenti sono l’equivalente di una piccola Costituzione dell’ente. L’illegittimità di detti Statuti risiede nel fatto che ad elaborarli e deliberarli è la stessa partitocrazia mediante i propri “rappresentanti” eletti in tali istituzioni. Quis custodiet ipsos custodes? Al cosiddetto popolo sovrano non è chiesto di approvarli. Del resto nemmeno la Costituzione nata dalla Resistenza lo fu.

Quando “rappresentanti” del M5S furono eletti negli Enti Locali – malgrado molti di essi siano stati ampiamente informati – nulla fecero in proposto, e quando provvidero alla parziale modifica degli statuti non si comportarono da innovatori. Un esempio per tutti: il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, eletto la prima volta in quota pentastellata. I grillini, probabilmente per la loro eterogeneità, inesperienza o insipienza, non comprendono affatto gli strumenti della democrazia diretta; credono siano i Meetup o la piattaforma Rousseau. Ma ci sono altri strumenti:

  • le istanze
  • le petizioni
  • l’iniziativa popolare di delibere
  • i referendum (senza quorum) abrogativi o di revisione delle delibere
  • l’elezione diretta da parte degli elettori, contemporanea alle elezioni dei Consiglieri, di un Procuratore Civico, il quale svolge un ruolo di garante dell’imparzialità e del buon andamento della pubblica amministrazione comunale, provinciale, o regionale segnalando, anche di propria iniziativa, gli abusi, le disfunzioni, le carenze ed i ritardi dell’amministrazione nei confronti dei cittadini.
  • il Recall. Un’elezione di richiamo (chiamata anche referendum di richiamo o richiamo rappresentativo) che è una procedura mediante la quale, in determinate condizioni, gli elettori possono rimuovere un funzionario eletto alla carica con un voto diretto prima della scadenza del mandato di tale funzionario.

Se questi strumenti – che ci sono, ma sono stati edulcorati dalla partitocrazia – e la cui funzione di deterrenza non va sottovalutata fossero operanti in ogni ente locale, la cosiddetta opinione pubblica avrebbe coscienza di sé, e mano a mano che raggiungesse dimestichezza con la vera democrazia diretta, opererebbe quella rivoluzione che continua a sperare sia fatta dai partiti politici che non ne hanno interesse.

Il dilettantismo e l’insipienza degli aderenti al M5S si riscontra anche nella questione del conflitto d’interessi. Infatti, dopo che per anni i mass-media ci hanno informato e arronzato sul conflitto d’interessi di Silvio Belusconi con la sua Forza Italia, i grillini non si sono accorti del conflitto d’interessi di Casaleggio padre e figlio (qui e qui), proprietari del movimento penta stellato (nominano o promuovono o espellono chi vogliono loro, mentre Beppe grillo è per sua stessa ammissione solo un megafono) e della piattaforma Rousseau. Due soggetti concepiti come un’azienda che produce utili.

Con molta probabilità il M5S finirà presto la sua parabola replicando la scomparsa del Movimento dell’Uomo Qualunque, nato nel 1944. Alla faccia della Historia magistra vitae! La domanda conclusiva potrebbe essere: le stesse considerazioni possono valere per l’infinitesimamente più insignificante Partito dei Veneti, o per quelle formazioni che perseguono l’autonomia del Veneto?

Enzo Trentin

Un commento

  1. Giannantonio Zanolli

    All’elenco degli strumenti democratici possibili pubblicato nell’articolo, aggiungerei le assemblee dei cittadini praticate in molti paesi, tra cui Baviera, Svizzera, USA, ma anche in Italia.

    – Landsgemeinde praticata nei cantoni svizzeri di Appenzello interno e Glarona,
    letteralmente l’assemblea della comunità , è una delle forme più semplici e più antiche della democrazia diretta svizzera. Una volta all’anno, tutti gli aventi diritto di voto di un cantone si riuniscono per l’elezione del governo (Appenzello interno), per l’approvazione di modifiche costituzionali e legislative, nonché per stabilire l’aliquota fiscale (Appenzello interno e Glarona). Il voto avviene tramite alzata di mani.

    – Dallo Statuto del comune di Ortisei del 2005:
    Articolo 40 (Assemblee dei cittadini)
    ” Una volta all’anno viene convocata l’assemblea dei cittadini, durante la quale la giunta comunale riferisce sull’attività amministrativa.
    In ogni caso l’assemblea dei cittadini deve tenersi prima dell’approvazione del piano urbanistico.”

    -” town meeting ” per esempio a New York alcune migliaia di cittadini hanno partecipato e deciso in assemblea fisica la destinazione d’uso dello spazio lasciato dal crollo delle Torri Gemelle.
    Oggi le assemblee fisiche possono avvalersi con buon vantaggio degli strumenti telematici ed essere partecipate anche a distanza.

    – ” deliberative poll ” :
    In Mongolia nel caso ci sia la necessità di fare una modifica alla Costituzione, si procede con il sorteggio di 800 persone comuni che arrivano nella capitale dopo viaggi di intere giornate.
    Queste persone si riuniscono nel Parlamento, ascoltano i relatori e parlano per un paio di giorni del tema.
    Alla fine deliberano la soluzione ottimale dimostrando che il popolo quando è messo in condizioni di poter partecipare responsabilmente riesce a risolvere ogni problema.

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