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È legittimo non pagare le tasse?

Vicenza – Tra le dichiarazioni dell’ultima ora di Giuseppe Conte (incaricato di formare il nuovo governo) c’è anche questa: «Diminuire la pressione fiscale è un obiettivo che siamo assolutamente determinati a perseguire. Allo stesso modo vogliamo migliorare i risultati nel contrasto all’evasione: devono pagare tutti perché tutti paghino meno.» È una promessa che fanno tutti i governi, salvo poi a disattenderla.

La continua dialettica tra potere e cittadini porta a riscoprire, pur se lo esprime in maniera rinnovata e trasformata, il vecchio diritto di resistenza, mettendo in discussione il tema dell’obbligo politico che si trasforma, dalla accezione assolutizzata di obbedienza, in una accezione diversa, che in qualche modo si definisce come impegno politico, come esigenza “civile” (morale?) di partecipazione.

Si tratta di un impegno che si gioca tra l’accettazione del principio democratico, e quindi di quegli ordinamenti che tali siano fino in fondo, e la decisa convinzione che il princìpio democratico correttamente inteso esiga una attenzione costante all’operato governativo, una partecipazione continua che si definisce non solo attraverso il consenso ma anche attraverso il dissenso.

Quest’ultimo si esprime in maniera varia a seconda della disponibilità al dialogo che le forze politiche – che si considerano peraltro elette democraticamente dalla base – hanno con società sempre più caratterizzate dall’emergere di una varietà di soggetti che reclamano il riconoscimento della loro soggettività politica e lanciano l’idea di una democrazia radicale nella quale si possa realizzare una piena partecipazione e un ordine senza gerarchia.

Prima di provare a rispondere a quanto indicato nel titolo, riteniamo necessario fare un breve giro d’orizzonte sul concetto di legalità-legittimità a disobbedire ad un ordine palesemente illegittimo. Comunemente si crede che la questione sia emersa con il famoso processo di Norimberga (dal 20 novembre  al 1° ottobre 1946) che mise sotto accusa i vertici del Terzo Reich hitleriano.

La storia, in realtà parte da lontano. Risale al quindicesimo secolo quello che viene comunemente indicato come il primo processo per crimini di guerra (ma siamo in tempo di pace): si tratta di un procedimento del 1474 contro il Landvogt Peter von Hagenbach. Questi era stato posto dal Duca Carlo di Borgogna (1433-1477, la storia ne parla attribuendogli gli epiteti di “terribile” e “temerario”) a capo di una città chiamata Reisach, posta sull’alto Reno, con l’ordine di ridurre alla sottomissione più totale gli abitanti della città fortificata. Sebbene la città non fosse in stato di guerra (infatti i crimini di cui si tratta vennero commessi prima della guerra tra la Borgogna e la coalizione alleata), i reati dei quali il governatore fu imputato vennero definiti come “crimini di guerra”.

Von Hagenbach mirava alla corona reale per la Borgogna e nutriva anche aspirazioni imperiali che, evidentemente, erano la spinta ed il fine delle sue azioni, infatti eseguì con scrupolo “l’ordine superiore” impartitogli instaurando un regime fondato sul terrore, dove non la legge, ma l’arbitrio, era lo strumento utilizzato per mantenere l’ordine nella città e non solo: infatti gli assassini, gli stupri, le confische e le tassazioni effettuate illegalmente, unite a tutta la barbarie generalizzata, danneggiavano anche gli abitanti delle terre vicine ed i mercanti svizzeri che si trovavano a transitare nella zona per recarsi alla fiera di Francoforte.

L’accusa contesta all’Hagenbach omicidio, stupro, spergiuro ed altre “malefacta”, compreso l’aver ordinato ai suoi mercenari tedeschi di uccidere liberamente gli uomini all’interno delle case per poter infierire su donne e bambini, e sostenne che l’imputato aveva “calpestato le leggi di Dio e dell’uomo”. La difesa fu centrata sul dovere di obbedienza agli ordini impartiti dal Duca di Borgogna cui il Landvogt non poteva opporsi né sottrarsi. Ma in quanto cavaliere, l’imputato avrebbe dovuto impedire la commissione dei crimini per i quali, invece, fu processato; di conseguenza venne privato del titolo di cavaliere e, in ottemperanza all’ordine del Maresciallo del Tribunale: “giustizia sia fatta”, venne condannato e punito con la morte.

Saltando piè pari il tempo ed altre citazioni, osserviamo il caso Hass e Priebke, cui per similitudine può essere associato il caso Adolf Heichman. La nozione dell’ordine illegittimo per il diritto è rilevante per la valutazione della colpevolezza tanto di Karl Hass quanto di Eric Priebke. A sua volta tale illegittimità va valutata e definita alla luce del diritto internazionale di guerra, convenzionale e consuetudinario, in quanto essa conteneva e contiene le regole applicabili alla condotta delle operazioni belliche.

Tanto nel processo di Norimberga quanto in quello qui esaminato, furono evidenziati due parametri che escludono l’esimente dell’obbedienza all’ordine superiore: la gravità dei fatti e la manifesta contrarietà dell’ordine alle norme di diritto internazionale. La “mensrea” del subordinato: questo, infatti, non si limitava ad eseguire l’ordine ma lo condivideva e, dunque, aveva un atteggiamento di compartecipazione attiva.

Il secondo parametro assume particolare rilevanza soprattutto quando il sottoposto non è un soldato semplice ma un ufficiale di rango elevato, come è stato il caso di pressoché tutti i procedimenti per fatti compiuti durante il secondo conflitto mondiale. Insomma par di capire che tanto più gerarchicamente in alto si colloca il personaggio (o i personaggi) nella scala del potere, e tanto più grave è il suo comportamento che legalizza le “malefacta”. E senza approfondire il fatto che, in democrazia, gli eletti non sono altro che dei delegati.

Fatte queste premesse sulla legalità-legittimità e tornando alle tasse, osserviamo come nella oligarchica Repubblica di Venezia, detta anche “Dominante”, ci fosse una sorta di proto federalismo. Infatti nel Comune di Caltrano (costituitosi già verso il 1200) si era deciso di darsi un logico bilanciamento fra diritti e doveri in funzione del bene comune e della sostenibilità economica. Vedasi “Leges et statuta communis Cartrani – Gli Statuti di Caltrano del 1543”, scritto da Alan Sandonà per l’Editrice Veneta.

All’epoca (1543) la situazione era veramente difficile. Dall’inizio di quel secolo guerre ed invasioni avevano interessato il Vicentino riducendo i più alla pura sopravvivenza legata alla “terra”. Vicenza mirava a spuntare il massimo dal “contado”. A sua volta Venezia necessitava di risorse per sostenere i conflitti in cui era impegnata. Una realtà in grado di ridurre le libertà e gli spazi di manovra dei cittadini caltranesi. Ma gli “Statuti” rappresentarono un antidoto a questo rischio. Essi erano importanti perché prevedevano l’elettività delle cariche da parte dell’assemblea cittadina, tutelavano il patrimonio comune tramite l’uso civico, sanzionavano i trasgressori, fissavano multe e tasse. Tante. Insomma si rileva l’importanza per i circa ottocento caltranesi dell’epoca a fissare essi stessi l’onere dell’appartenenza alla “Serenissima”. Su quest’ultimo versante (essere di “proprietà” di…) la differenza con l’oggi non è poi così stridente. Semmai vorremmo porre l’attenzione sugli Statuti per l’autonomia degli Enti Locali che anche oggi ci sono,  ma sono stati edulcorati dalla partitocrazia.

Ma ritorniamo alla domanda iniziale e consideriamo ora come nei paesi autenticamente democratici i cittadini hanno gli strumenti per determinare o ridursi le tasse. Lo hanno fatto (e continuano a farlo) i californiani che nel 1978 tagliarono a metà le imposte sulla proprietà fondiaria, avviando con due anni d’anticipo la “rivoluzione” reaganiana, che doveva drasticamente diminuire il carico fiscale su tutti gli americani, e lanciare così il boom economico liberista.

Lo fanno periodicamente i cittadini svizzeri; non i politici ancorché democraticamente eletti. Il popolo svizzero stabilisce le tasse che può prelevare lo Stato. Per esempio domenica 16 dicembre 2007, in più di un Cantone (Obvaldo, Ginevra, Uri) tramite referendum si sono diminuiti o hanno modificato le tasse. Ma con ciò non si deve intendere che i cittadini cercano sempre di diminuirsi le imposte. Infatti, il 4 marzo 2018 i cittadini svizzeri si sono espressi sui due oggetti seguenti: il Decreto federale sul nuovo ordinamento finanziario 2021, e l’Iniziativa popolare “Sì all’abolizione del canone radio-televisivo”. Per quest’ultimo la maggioranza ha votato per assumere il carico fiscale.

In Italia può sorprendere, sembrare strabiliante, ma in Svizzera è del tutto normale che il popolo abbia il potere di accordare o meno allo Stato la facoltà di imporre delle tasse, e persino di avere l’ultima parola sulle aliquote e tariffe. La sovranità popolare è infatti intrinseca nel sistema elvetico di democrazia diretta. Esercizio, quest’ultimo, che fa orrore ai politicanti “de noantri”. Dunque, malgrado la Costituzione italiana (mai votata dal popolo) sancisca che non è possibile indire referendum su materie tributarie (art. 75, Comma 2), e che la sovranità appartiene al popolo, appare palese che ci si trova di fronte a materia legale, ma illegittima. Anche i campi di sterminio nazisti erano legali!

Quis custodiet custodes? Da confrontare con l’altra frase analoga della «Repubblica» di Platone, III, 13, «sarebbe certo ridicolo che il custode avesse bisogno d’un custode». Insomma un palese conflitto di interessi, poiché chi impone la tassazione in Italia sono i politici supportati dai burocrati, e il “pagamento” delle tasse da parte degli uomini politici o dei dipendenti statali rappresenta in realtà una finzione giuridica. Infatti costoro pagano le imposte solo in maniera figurativa, attraverso un artificio contabile, ma in concreto neanche un euro entra nelle casse dello Stato. Se non fosse così, il governo avrebbe a sua disposizione un metodo infallibile per debellare definitivamente l’evasione fiscale e ottenere un boom di entrate: assumere tutti i lavoratori autonomi come dipendenti pubblici! In verità se si comportasse in questo modo lo Stato fallirebbe dopo pochissimo tempo, e questo mostra che gli statali non pagano le tasse ma le consumano. In definitiva, la crescita del numero e dei redditi dei lavoratori privati fanno sempre aumentare le entrate dello Stato. Al contrario, la crescita del numero e degli stipendi dei lavoratori pubblici fanno sempre aumentare le uscite dello Stato.

In conclusione una “resistenza non violenta” risulterebbe più che lecita, soprattutto se non trascuriamo ciò che oramai è un filone di letteratura che documenta in materia di “malefacta” degli aderenti alla partitocrazia italiana, i quali si elargiscono privilegi a non finire (per sé, famigli e sodali di partito), tanto da essere oramai comunemente definiti «La Casta». Né, a nostro modestissimo avviso, i cittadini-elettori-contribuenti potrebbero essere perseguiti più di tanto, laddove mettessero in atto forme di “resistenza passiva”, come quelle realizzate dai tedeschi durante l’occupazione della Ruhr (1923-24), o dalla resistenza danese all’occupazione nazista nel corso della seconda guerra mondiale.

Quanto alla “resistenza passiva”, essa offre spesso la falsa impressione che questa è una sorta di “metodo del far niente”, in cui il resistente accetta il male quietamente e passivamente. Ma nessuna affermazione è più lontana di questa dalla verità. Perché, mentre il resistente nonviolento è passivo nel senso che non è fisicamente aggressivo verso il suo avversario, la sua mente e le sue emozioni sono sempre attive, costantemente cercando di persuadere l’avversario che egli è nel torto. Questo metodo è passivo fisicamente, ma fortemente attivo spiritualmente. Non è non-resistenza passiva al male, è invece attiva resistenza nonviolenta al male. Un po’ quello che cerchiamo di fare noi, qualche volta, con l’informazione.

Enzo Trentin

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