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L'Airbus A340 preso in leasing... (Foto di David18172 - Wikipedia - CC BY-SA 4.0)
L'Airbus A340 preso in leasing... (Foto di David18172 - Wikipedia - CC BY-SA 4.0)

Col federalismo meno sprechi e mala gestio

Vicenza – Come incipit partiamo spiegando perché il federalismo è sparito dall’agenda politico-istituzionale. Innanzi tutto perché tutti i politicanti si guardano bene dallo spiegare che il federalismo si basa su due principi fondamentali descritti da colui che è considerato il padre del federalismo moderno, Pierre-Joseph Proudhon (vedi qui):

  1. La sovranità che tramite il voto i cittadini conferiscono ai rappresentanti, è inferiore alla sovranità che riservano per se stessi sui fatti. 
  2. Gli oneri che il “foedus” implica devono essere inferiori (o quanto meno uguali) ai benefici che se ne ricavano.

Se ci si pensa un po’ è il principio cardine della democrazia, perché così configurato il federalismo non è un “Patto” (che gli antichi mantenevano sino alla morte), ma un “Contratto” sinallagmàtico. Ovvero un’intesa vantaggiosa per le parti contraenti: i cittadini che votano, e i loro rappresentanti politici.

Se così fosse non avremmo Gaetano Intrieri, un consulente dell’ex Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli (M5S), che viene fermato per strada da tre sconosciuti che gli “consigliano” di lasciar perdere l’inchiesta che dimostra come l’aereo “personale” voluto da Matteo Renzi è costato 168 milioni e ne valeva molti meno, essendo un modello pieno di problemi che nessuno vuole più. Infatti, nel novembre 2011, Airbus  aveva annunciato di aver completato la produzione, e che nuovi aerei di questo tipo non sarebbero più stati costruiti.

Torniamo dunque alla necessità del federalismo: come può esistere un “contratto” in cui una delle parti – il settore pubblico – esercita unilateralmente lo ius variandi (il potere di modificare un contratto) contro il consenso dell’altra parte? La scienza di oggi afferma che “condivisione” e “cooperazione” sono elementi dominanti nei sistemi dell’ordine sociale naturale agli effetti della stabilità, della reciprocità e dell’utilità delle regole che la natura crea spontaneamente dal basso. Per questa ragione la via stretta del cambiamento da Stato a Federazione in Italia, dovrà essere legittimata da tre elementi concreti quali dominanti primari nel sistema istituzionale Federale per sostituire l’attuale inefficiente e oltremodo oneroso sistema di Stato:

  1. Sovranità assoluta degli individui e dei popoli; 
  2. Referendum deliberativi di iniziativa popolare senza quorum; 
  3. Modello Federale delle istituzioni di governo.

Se e quando la “Sovranità del popolo” (Art. 1, Comma 2 della Costituzione vigente) sarà effettiva, uno degli istituti giuridici è il “Referendum di iniziativa popolare senza quorum”, la cui sola minaccia di deterrenza consentirà allo Stato di scomparire progressivamente per lasciare il posto alla Federazione, e alla sovranità popolare.

Purtroppo a sostenere questa visione istituzionale sono rimasti in pochi, e tra questi l’Unione federalista, a suo tempo fondata da Gianfranco Miglio, e oggi retta dalla presidenza di Paolo Bonacchi, intellettuale e scrittore, e dal segretario generale Giancarlo Pagliarini, ex ministro del Bilancio e della programmazione economica. 

Nell’Unione federalista si “Proclama per l’emancipazione dalla sottomissione alle leggi fatte o legittimate dai rappresentanti”. Si sostiene che per tutti i cittadini di qualsiasi colore politico: “La Sovranità popolare e i referendum deliberativi e legislativi di iniziativa popolare senza quorum, permettono di affermare negli Statuti dei Comuni, della Regione e nella Costituzione italiana, che la Sovranità appartiene al popolo e non può essere alienata, limitata, violata o disattesa dai rappresentanti eletti nelle istituzioni. E che il popolo può sempre delegare ai rappresentanti la parte minore della sua sovranità, ma deve restare libero di modificare le regole della delega”.

In questo modo nell’ordine sociale la “Democrazia rappresentativa” verrebbe bilanciata dalla “Democrazia diretta” e questa sarebbe comunque prevalente sulla prima, obbligando i “rappresentanti”, che in politica sono i “dipendenti” dei cittadini e non i loro proprietari, a rispettare gli interessi e le aspettative di vita della maggioranza dei votanti. 

Ecco, infatti, quanto avviene quando la Sovranità popolare è costituzionalmente limitata come nel caso del referendum “consultivo” (un furto di democrazia) per l’autonomia di Veneto e Lombardia del 22 ottobre 2017 sempre rimandato e disatteso nelle aspettative. 

Al contrario con la “Sovranità popolare”, i referendum deliberativi senza quorum permetterebbero di riprenderci: 

  • La Democrazia, la nostra libertà, l’iniziativa popolare delle leggi e la dignità di cittadini. Senza, No!
  • Riprenderci la Sovranità monetaria ceduta dai partiti all’Europa, come è diritto naturale dei cittadini italiani. Senza, No!
  • Possiamo scegliere se restare o uscire dall’Europa. Senza, No!
  • Possiamo “revocare” i rappresentanti,  i magistrati, i burocrati immorali, ignoranti o corrotti. Senza, No!
  • Possiamo creare “monete locali” alternative all’€uro. Senza, No! 
  • I cittadini possono limitare le imposte e le tasse (come avviene, tra gli altri, in California e in Svizzera) dello Stato, della Regione e del Comuni, sulla base dei minori o maggiori vantaggi in termini di utilità, sicurezza, efficienza e stabilità prodotti dal sistema. Senza, No!
  • Possiamo scaricare tutto, tutti dalla dichiarazione dei redditi, come chiaramente recita l’art. 53 della Costituzione completamente disatteso. Senza, No!
  • Possiamo disciplinare l’importo minimo e massimo di una pensione pubblica in modo che la pensione massima non possa essere superiore al doppio della pensione minima (vedasi in Svizzera). Senza, No!
  • Possiamo fare leggi per la regimazione pubblica dell’acqua. Senza, No!
  • I cittadini possono eliminare i privilegi che i loro “rappresentanti”, la magistratura e gli altri gradi della burocrazia si sono auto concessi con la complicità dei partiti e dei sindacati. Senza, No!
  • Possiamo impedire o decidere che i soldati vadano in missione all’estero. Senza, No!
  • Si potrebbe permettere o vietare la costruzione della TAV e di altre opere simili. Senza, No!
  • Possiamo creare una “Nazione armata” per impedire le spese militari non strettamente necessarie alla difesa contro nemici esterni e interni, come avviene in Svizzera. Senza, No!
  • Possiamo fare leggi che determinano il rispetto dell’ambiente e proteggano la nostra salute, la nostra vita e quella delle future generazioni. Senza, No!
  • I cittadini possono determinare la lunghezza massima di un processo in tre mesi come in Svizzera. Senza No!
  • I cittadini possono regolare l’ingresso degli immigrati sul territorio italiano. Senza, No!
  • Si potrebbe reintrodurre la legge sul diritto naturale all’unità poderale minima per permettere la costruzione di una casa di abitazione senza la tassazione e la conseguente burocrazia che oggi rendono impossibile questo diritto naturale ai giovani che si creano una famiglia. Senza, No!
  • Si possono eliminare le tasse di bollo, le accise sui carburanti, e le spese di trasferimento delle auto. Senza, No!
  • Si possono introdurre i Bonus Sanità e i Bonus Istruzione per creare concorrenza fra pubblico e privato. Senza, No!
  • Si può impedire ai magistrati di occuparsi di politica. Senza, No!  
  • Con la Sovranità popolare possiamo ottenere una efficiente struttura Federale dell’ordine sociale politico ed economico. Senza, No!  Etc. Etc.   

Naturalmente i politicanti sosterranno che non si possono fare referendum ad ogni piè sospinto, sottacendo che la sola presenza legislativa di tali referendum risulterebbe di deterrenza per la mala gestio. 

La morale è che anche per il buon cittadino vale la formula nata nel mondo politico contemporaneo, la cui attenzione è sempre più monopolizzata dal prioritario problema dall’accoglienza indiscriminata dei migranti clandestini: stai sereno, cittadino, che la classe politica e la magistratura ti aspettano… al varco!

Enzo Trentin

6 Commenti

  1. Giannantonio Zanolli

    Per esempio l’art. 71 potrebbe risultare così :

    Articolo 71 nuovo
    L’iniziativa delle leggi appartiene al Cittadino, al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale.

    Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi a voto popolare mediante la proposta, da parte di almeno cinquecentomila elettori, di un progetto redatto in articoli da sottoporre a referendum deliberativo.

  2. Giannantonio Zanolli

    Esempio di un altro possibile formula:

    Articolo 75 ) nuovo.
    È indetto referendum deliberativo di iniziativa popolare a voto popolare anche da un solo Cittadino sostenuto dalle firme di 500.000 elettori per deliberare una nuova legge, per modificarne o abrogarne una esistente, per revocare cariche,istituzioni, mandati e deleghe.
    Ogni legge, ogni bilancio, ogni aministia o indulto, ogni trattato internazionale, ogni carica, ogni istituzione , ogni mandato e delega, sono sottoposti alla possibilità di referendum deliberativo di iniziativa popolare a voto popolare.
    Hanno diritto di partecipare al referendum deliberativo tutti i Cittadini titolari dei diritti politici.
    La proposta oggetto di referendum è approvata se ottiene il consenso della maggioranza dei voti validamente espressi indipendentemente dal loro numero.
    La legge determina le modalità di attuazione del referendum.”

  3. Giannantonio Zanolli

    Complimenti per l’ottimo articolo.
    Aggiungo solo una provocazione : se in Italia fosse varato lo strumento della Legge di iniziativa popolare ( referendum deliberativo senza quorum ) gli italiani avrebbero solo l’imbarazzo di scegliere da dove cominciare per cambiare il sistema a partire dai principi fondanti, ma potrebbero farlo solo dopo essersi disintossicati da quella malattia che chiamo partitite acuta.
    Mi chiedo se questo potrà mai avvenire.
    Saluti.

    • In realtà, secondo l’art. 71 della Costituzione: “Il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”.

      Però l’iniziativa popolare non è un istituto di democrazia partecipativa, in quanto la sola volontà del corpo elettorale non produce di per sé effetti sull’ordinamento, infatti vi deve essere anche la volontà del titolare della funzione legislativa (il Parlamento a livello nazionale e il Consiglio Regionale a livello regionale) affinché il testo diventi legge.

      Dunque, è chiaro che la legge di iniziativa popolare è un istituto legislativo relativo all’iniziativa legislativa, mediante il quale i cittadini possono presentare o al Parlamento o a un ente amministrativo locale (come la Regione) un progetto di legge che sarà discusso e votato.

      Ma affinché un disegno di legge di iniziativa popolare arrivi in discussione in Parlamento, è necessario che un gruppo politico se ne faccia carico. Nel momento in cui il disegno di legge viene esaminato dalle Commissioni, la causa potrà essere perorata solo da coloro che nel Parlamento agiscono e lavorano, ovvero i gruppi parlamentari. Sono loro che porteranno avanti l’oggetto della proposta e che spingeranno per portarla in discussione dato che i promotori non possono avere voce in capitolo.

      Forse proprio in ragione della natura extraparlamentare dell’iniziativa, la nostra Repubblica conta un numero piuttosto esiguo di leggi popolari approvate. In base allo studio pubblicato da Openpolis il 31 ottobre 2014, su 260 testi presentati dal 1979, soltanto tre sono diventati legge (nel 1983, 1992 e nel 2000). E, puntualizza l’associazione, tutte e tre hanno concluso l’iter “solamente perché accorpate in Testi Unificati con proposte di iniziativa parlamentare o governativa”.

      • Dalla data del rapporto di Openpolis, solo un disegno di legge è stato approvato, il 4 maggio 2015, grazie al suo abbinamento con l’Italicum: l’unico divenuto norma tra gli undici ddl di iniziativa popolare presentati durante il governo Renzi (22 febbraio 2014 – 12 dicembre 2016).

        Insomma, raccogliendo bonariamente la provocazione e per concludere, basterebbe che i referendum – compreso quello proposto nell’articolo – fossero deliberativi. Cosa che la partitocrazia non vuole; preferendo invece i referendum consultivi che in materia di autonomia regionale abbiamo visto cosa contano.

        • Giannantonio Zanolli

          In effetti quando scrivo di ” legge di iniziativa popolare ” non penso a qualcosa di esistente in Italia, ma al modello svizzero che in Italia potrebbe essere realizzato o con la modifica dell’art. 71 oppure del 75.
          Per tutto il resto concordo con quanto espresso.
          Grazie.

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