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Catalogna e Veneto, i punti in comune

Oggi 11 settembre in Catalogna si festeggia la “Diada”. Nella ricorrenza Giancarlo Pagliarini (Ministro del bilancio e della programmazione economica dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995, e oggi Segretario generale dell’Unione Federalista fondata da Gianfranco Miglio) ha scritto un intervento per riassumere la situazione catalana, tanto richiamata dagli ambienti indipendentisti veneti. 

Proponiamo il testo ai nostri lettori, perché gli avvenimenti catalani hanno una incredibile assonanza e similitudine con i risultati del referendum consultivo per l’autonomia del Veneto tenutosi il 22 ottobre 2017. 

Buona lettura! 

Enzo Trentin

Barcellona e Madrid sono diversissimi, non parlano nemmeno la stessa lingua. Madrid ha sostituito il Governo eletto dai cittadini Catalani con dei suoi rappresentanti e sta mettendo in prigione oltre ai politici accusati di “disobbedienza” anche i presidenti di associazioni culturali.

Ho amici a Barcellona. Sono anziani e sono moderati. Hanno paura a pronunciare il nome “Madrid”. E mi parlano di continue provocazioni. Eccone una recente: sabato 21 Aprile  all’ingresso dello stadio di Madrid per la finale Barcellona-Siviglia della Coppa del Re, la polizia ha vietato l’ingresso ai tifosi del “Barca” che indossavano una maglia gialla. Perché il giallo è il colore simbolo della separazione della Catalogna dal governo centrale. Nella circostanza la polizia spagnola ha fatto togliere ai tifosi le magliette gialle che indossavano invitandoli a buttarle dentro a delle scatole di cartone. Assurdo, incredibile.

Vediamo come siamo arrivati a questo punto e proviamo a leggere il futuro dell’Unione Europea partendo dalla Catalogna.

Un po’ di storia. Nel 1931 era stata proclamata la Repubblica Catalana all’interno della Federazione iberica. Lo voglio ricordare perché mi dà fastidio leggere che i Catalani solo adesso vogliono più autonomia o la secessione perché sono diventati ricchi e non vogliono mantenere i territori più poveri. È una sciocca semplificazione.

L’ autoproclamazione del 1931 aveva preoccupato il governo. Quei signori, a mio giudizio molto più civili di Mariano Rajoy e del re Filippo VI, mandarono da Madrid a Barcellona tre ministri con il compito di trovare una mediazione. Fu così che nacque la Generalitat de Catalunya, dotata di alcune forme di autonomia

Ometto il resto. Conclusa la Guerra civile spagnola nel 1939, la dittatura militare abrogò le istituzioni catalane, più di 200 mila andarono in esilio, il Presidente della Catalogna Lluis Companys venne giustiziato, venne perfino vietato l’uso della lingua catalana eccetera eccetera. In pratica da quel momento in Catalogna dovevi avere il permesso di Madrid anche per respirare.

Morto Franco, dal 1978 esistono 17 “comunità autonome”. Sono previste dal Titolo VIII della Costituzione del 1978, con la quale era stato disegnato un ordinamento di tipo regionale in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Lo Statuto di autonomia della Catalogna è del 1979. Quello Statuto non piaceva ai Catalani, perché non identificava le caratteristiche e la diversità della Catalogna all’interno di una Spagna pluralistica

Nel 2003 ben l’88% degli eletti nel parlamento della Catalogna erano a favore di un nuovo Statuto di autonomia che avrebbe sostituito quello del 1979. Non chiedevano la secessione dalla Spagna ma un nuovo Statuto per la Catalogna. Nel 2003 primo ministro Zapatero si era impegnato  a supportare il nuovo Statuto che la Catalogna avrebbe presentato al Parlamento di Madrid per la sua approvazione.

Nel Settembre 2005 il parlamento Catalano approvava il nuovo Statuto di autonomia con 120 voti a favore su 135 e lo presentava a Madrid. La legge prevedeva 1) che il documento doveva essere approvato dal parlamento di Madrid e 2) che dopo avrebbe dovuto essere approvato dai cittadini Catalani con un referendum Nel Maggio del 2006 le due camere del Parlamento spagnolo avevano approvato il nuovo Statuto di autonomia della Catalogna, per la verità dopo averlo significativamente modificato riducendo alcune libertà.

Nel Giugno 2006 in Catalogna Zapatero era stato criticato per non aver mantenuto le promesse fatte nel 2003. Il testo emendato uscito dal Parlamento di Madrid era stato comunque approvato dai cittadini col referendum del 18 Giugno 2006, e il re lo aveva firmato. In quel testo la Catalogna era riconosciuta come una “nazione” all’interno dello stato spagnolo. Nel 2006 i secessionisti in Catalogna, se le mie informazioni sono corrette, erano meno del 10%.

Ma dopo quattro anni, il 28 Giugno 2010, la corte costituzionale, con una maggioranza di 6 membri contro 4, avevo preso la gravissima decisione di riscrivere 14 articoli dello Statuto di autonomia approvato 4 anni prima dal Parlamento di Madrid e dai cittadini Catalani con referendum. E firmato dal re. Oltre a riscrivere 14 articoli la Corte aveva anche “reinterpretato” altri 27 articoli. La parola “nazione” era stata cancellata.

Da allora il numero degli indipendentisti è passato da circa il 10 all’attuale 50%. Non per troppe tasse ma per una questione di dignità. Mariano Rajoy aveva cominciato subito, nel 2006, a raccogliere firme e a lavorare perché lo Statuto di Autonomia approvato dal parlamento di Madrid fosse praticamente cancellato. Fosse “assassinato”, dicono in Catalogna.

Perchè lo ha fatto? Forse per far vedere che lui era “più bravo, più Spagnolo, più nazionalista e più fedele al re” di Zapatero? Resta il fatto che questo dietrofront di Madrid aveva quadruplicato il numero degli indipendentisti Catalani. Ricordo che alla “Diada” dell’11 Settembre 2012 più di 1,5 milioni di cittadini avevano protestato contro la decisione della corte costituzionale. Ed è stato come reazione alla assurda decisione della corte costituzionale che a quella “Diada” si è cominciato a gridare che la Catalogna sarà un prossimo stato membro dell’Unione Europea.

Nel Novembre 2012 si erano svolte le elezioni in Catalogna e 107 membri del Parlamento su 135 , anche sulla base del comportamento di Madrid e della corte costituzionale, erano a favore di un referendum per l’indipendenza. Nel Marzo 2013 il Parlamento Catalano aveva chiesto al Presidente Artur Mas di negoziare col governo di Madrid lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione della Catalogna. Di fronte al continuo silenzio del re, in Catalogna avevano cominciato a chiamarlo il “desaparecido”.

Alla Diada dell’11 Settembre 2013 era stata formata una catena umana di 400 km dal nord al sud della Catalogna che chiedeva l’indipendenza. Nel Gennaio 2014 il Parlamento della Catalogna aveva chiesto formalmente al governo di Madrid di trasferire a Barcellona i poteri necessari per organizzare un referendum sulla indipendenza, come Westminster aveva appena fatto con la Scozia. Prima del referendum del 1 Ottobre 2017 questa richiesta formale era stata avanzata ben 18 volte.

L’11 Settembre 2014 si era svolta la Diada numero 300, perché la data di riferimento è sempre stata l’11 Settembre 1714. I discorsi ufficiali erano stati fatti alle 17 e 14 del pomeriggio e da allora al minuto 17.14 delle partite del Barcellona al Camp Nou tutto lo stadio, come un sol uomo, grida “Independencia”. E questo grazie alla assurda decisione del 28 Giugno 2010 della corte costituzionale. A quella Diada avevano partecipato 1,8 milioni di persone. Con i colori giallo oppure rosso delle magliette dei partecipanti, che formavano una bandiera Catalana viva e formata da cittadini di tutta Europa era stata formata a Barcellona una enorme V , che stava per “VOTO“. Il vertice era nella nuova piazza de las Glories e le due gambe erano lungo la Diagonal e lungo la Gran Via. Da Madrid sempre silenzio, come se non fosse successo niente.

A differenza di Londra, Madrid continuava a non dare il permesso di svolgere il referendum. Per i cittadini Catalani e per i loro concittadini europei che credono nella parola “libertà” questo era un comportamento assurdo. E così il Parlamento Catalano il 18 Settembre 2014 aveva deciso di “consultare i cittadini”, e il 27 Settembre il Presidente Artur Mas aveva firmato il decreto per la consultazione, che poi avverrà il 9 Novembre

Solo due giorni dopo la firma, il 29 Settembre, ecco che la corte costituzionale interviene e sospende temporaneamente anche la consultazione popolare decisa dal Parlamento Catalano. Il 4 Ottobre 2014, 920 sindaci, su un totale di 947, erano andati a Barcellona ed avevano chiesto di effettuare la “consultazione popolare” fissata per il 9 Novembre.

Dieci giorni dopo, il 14 Ottobre 2014, la corte costituzionale aveva sospeso temporaneamente anche la “consultazione popolare”. Era subito scattato il piano B: invece di chiamarla “consultazione popolare” si era deciso di chiamarla ” partecipazione dei cittadini alle decisioni” . Questa era una procedura prevista dallo Statuto di Autonomia , quello decapitato dalla corte costituzionale il 28 Giugno 2010.

Il 4 Novembre 2014 la corte costituzionale sospendeva anche il referendum per la “partecipazione dei cittadini alle decisioni”. Ma ci rendiamo conto? Non siamo più nel medioevo, ma in questa Europa uno stato membro continua a impedire a cittadini di dire come la pensano. Ovvio che serve una Costituzione europea.

La corte continuava a bloccare tutto? Ecco che molte organizzazioni non governativo (NGO: non governamental organizations) prendevano in mano la situazione e organizzavano loro il referendum, che si è regolarmente svolto il 9 Novembre 2014. Hanno votato più di 2,3 milioni di cittadini, con questi risultati: 80,76% voleva l’indipendenza, il 4,54% non voleva cambiare niente e il 10,07% voleva cambiare ma non necessariamente con un processo di indipendenza. Il resto (4,63%) erano schede nulle

Tre giorni dopo, il 12 Novembre 2014 Madrid rompeva il silenzio e Rajoy diceva che quello del 9 Novembre non era stato un voto democratico ma un atto di propaganda politica. Avevano votato in 2,3 milioni ma questa non sembra sia stata considerata una informazione importante.

Dopo meno di due settimane, il 21 Novembre 2014, lo stato spagnolo incriminava il Presidente Mas , due dei suoi ministri e alcuni funzionari perché non avevano bloccato il referendum e per altri “delitti”.

Il 27 Settembre 2015 si erano svolte nuove elezioni in Catalogna. I partiti che avevano dichiarato di volere l’indipendenza avevano preso il 47,8% dei voti. Il 13,1% era andato a partiti a favore del principio di “autodeterminazione”. In totale 60,9%. Gli “unionisti” con Madrid avevano raccolto il 39,1%

Nel Marzo del 2017 l’ex Presidente Artur Mas era stato formalmente condannato per il referendum del 9 Novembre 2014 e sono in corso altri 400 processi per gli stessi “delitti”: voler far votare i cittadini.

Il 22 Maggio 2017 il Governo della Catalogna ( il nuovo Presidente Puigdemont, il vice Presidente Junqueras e il ministro degli esteri Romeva) erano andati ancora formalmente a Madrid a chiedere di poter far parlare i cittadini. Nel giro di 24 ore Rajoy aveva risposto che non ci sarebbe stato nessun referendum.

A questo punto il 9 Giugno 2017 Carles Puigdemont, che era Presidente della Catalogna dal 10 Gennaio 2016 , annunciava che i cittadini Catalani dovevano poter votare, che si sarebbe svolto un Referendum e che la domanda sarebbe stata “Vuoi che la Catalogna diventi una Repubblica indipendente?”

Il Parlamento della Catalogna aveva approvato la legge sul referendum che si sarebbe svolto il 1 Ottobre 2017. Era la legge numero 19/2017, composta da 34 articoli. L’articolo 1 faceva riferimento ai diritti civili e politici, economici, sociali e culturali approvati dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 19 Dicembre 1966. L’articolo 4 prevedeva al comma 4 che, se vinceranno i “SI” “dins els dos dies següents a la proclamació dels resultats oficials per la Sindicatura Electoral, celebrarà una sessió ordinària per efectuar la declaració formal de la independència de Catalunya, concretar els seus efectes i iniciar el procés constituent”. Il comma 5 invece prevedeva  nuove elezioni se avessero vinto i “NO”.

Il 1 Ottobre hanno stravinto i “SI” e il 27 Ottobre il Parlamento Catalano ha approvato la dichiarazione di indipendenza. Un’amica che ha partecipato come osservatore internazionale al referendum del 1 Ottobre ha scritto: “…Quanti occhi lucidi ho incrociato domenica scorsa…..ho visto abbracciare le urne elettorali, ho visto anziani in sedia a rotelle accompagnati dai figli e ho visto anziani infermi che di fronte all’urna hanno voluto alzarsi, sorretti dai volontari…” .

Ecco, è necessario capire per quali motivi tante persone fisiche sono andate a votare il primo di Ottobre rischiando le botte della Guardia Civil. Le ho viste coi miei occhi, assieme ad altri 200 “osservatori internazionali”, parlamentari o ex parlamentari degli stati membri dell’UE. Ci chiedevano di non andare via perché altrimenti “ci avrebbero picchiati”. E da altri seggi ci telefonavano “venite, aiuto, stanno arrivando, quelli della Guardia Civil. Ci picchiano. Portano via le urne”. Incredibile, eppure questo, che sembra medioevo, è questa “Europa anno 2017”.

Su un’altra cosa posso testimoniare: non ho sentito un catalano lamentarsi di tasse o altro, ma solo e sempre di dignità. L’Unione Europea non può non discutere di questi argomenti o parlarne solo alla luce di interessi, o di paure, o di appartenenze politiche.

Dopo la dichiarazione di indipendenza del 27 Ottobre 2017, applicando per la prima volta nella storia l’articolo 155 della Costituzione Spagnola, il Governo di Mariano Rajoi ha sostituito il Governo eletto dai cittadini Catalani con dei suoi rappresentanti, che hanno voluto nuove elezioni. Le nuove elezioni si sono regolarmente svolte il 21 Dicembre 2017, e ancora una volta i partiti indipendentisti hanno conquistato la maggioranza.

Il resto ormai è cronaca quotidiana. Madrid continua a provocare e a usare la forza. Aiutata dal silenzio o addirittura dalle parole di appoggio di Tajani e di altri vertici della UE. Dal 16 Ottobre tra i tanti altri, sono in prigione Jordi Cuixart, il presidente della associazione culturale Omnium (costituita negli anni 60 con l’obiettivo di studiare e promuovere la lingua e la cultura catalana) e Jordi Sànchez, presidente della associazione culturale “ANC Associazione Nazionale Catalana”, costituita nel 2011. I due Jordi sono indagati di “sedizione” , un reato punito con 8 – 15 anni di carcere.

Si possono dire tantissime cose a favore o contro quello che sta succedendo in Catalogna, ma penso che la politica di “non parlarne” sia decisamente sbagliata: a mio giudizio riguarda molto da vicino tutta Europa, e certamente non “solo la Spagna”. Il nostro sistema è basato su mercato e democrazia, da Teheran in giù abbiamo tanti nemici ma siamo capaci di farci male anche da soli. La mia impressione è che i signori che stanno guidando l’auto dell’UE sono concentrati sullo specchietto retrovisore ma non guardano né davanti né di lato.

Come Barcellona e Madrid, anche Interlaken e Lugano sono diversissimi. Anche loro non parlano nemmeno la stessa lingua. Ma a differenza di Barcellona e Madrid loro lavorano assieme per trasferire a figli e nipoti un sistema paese che funziona. E ci riescono. Perché in quel fortunato paese i cittadini sono informati, consapevoli, comandano davvero loro, c’è competizione a tutti i livelli, il “sistema” non è centralista e “…la formula magica…è senza dubbio di gran lunga superiore ai sistemi politici in cui due partiti si alternano ciclicamente a seconda dell’insofferenza degli elettori. Il modello svizzero ci insegna a costruire un team di rivali” (Fonte: Parag Khanna. “La rinascita delle città-stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”. Capitolo 3: Sette presidenti sono meglio di uno).

Le chiusure nazionalistiche ed egoistiche appartengono sicuramente agli stati-nazione. Non alla Catalogna, o al Veneto o alla Scozia ad altri parti d’Europa stanche della antica, antistorica, assurda e irrazionale cultura centralista dei vecchi stati-nazione

Ecco due miti di cui non riusciamo a liberarci:

1 – Il mito del controllo centrale

Nel 1994 Kenichi Ohmae scriveva: “I governi nazionali tendono tuttora a considerare le differenze tra regione e regione in termini di tasso o modello di crescita come problemi destabilizzanti che occorre risolvere, anziché come opportunità da sfruttare.

Non si preoccupano di come fare per aiutare le aree più fiorenti a progredire ulteriormente, bensì pensano a come spillarne denaro per finanziare il minimo civile.

Si domandano se le politiche che hanno adottato siano le più adatte per controllare aggregazioni di attività economiche che seguono percorsi di crescita profondamente diversi .

E si preoccupano di proteggere quelle attività contro gli effetti “deformanti” prodotti dalla circolazione di informazioni, capitali e competenze al di là dei confini nazionali. In realtà non sono queste le cose di cui ci si deve preoccupare.

Concentrarsi unicamente su questi aspetti significa mirare soprattutto al mantenimento del controllo centrale, anche a costo di far colare a picco l’intero paese, anziché adoperarsi per permettere alle singole regioni di svilupparsi e, così facendo, di fornire l’energia, lo stimolo e il sostegno per coinvolgere anche le altre zone nel processo di crescita.”

Fonte: Kenichi Ohmae “La fine dello Stato-nazione. L’emergere delle economia regionali”. Baldini e Castoldi 1994.

La storia sta dando ragione a Kenichi Ohmae e noi italiani in particolare ne sappiamo qualcosa. Il tema è questo: ha ancora senso il mito del controllo centrale dello Stato?

Voglio ricordare l’articolo 3 della Costituzione Svizzera. Ecco il testo: “I Cantoni sono sovrani per quanto la loro sovranità non sia limitata dalla Costituzione federale ed esercitano tutti i diritti non delegati alla Confederazione”.

Dunque lo Stato centrale non è il “padreterno” come da noi e come in Spagna. La sovranità è dei cittadini, e quindi degli enti territoriali. Lo Stato è al loro servizio e svolge i compiti che loro, i titolari della sovranità, via via decidono di delegargli. E naturalmente come e quando vogliono possono decidere, con lo strumento della “iniziativa popolare”, di cambiare la Costituzione e togliere o modificare le deleghe.

Con questa cultura e con questa Costituzione da sette anni la Svizzera è il paese più competitivo del mondo davanti a grandi (Stati Uniti, secondi) e a piccoli Stati (Singapore, terzo). Fonte: la recente (26 Settembre 2017) classifica di competitività del World Economic Forum.

2 – La necessita di entità politiche più piccole

Paolo Magri, il vicedirettore esecutivo dell’ISPI, ricorda sempre che la politica internazionale è un “gioco per grandi”, e gli attori principali restano ancora Stati Uniti, Cina, Russia e Unione Europea, anche se poche volte quest’ultimo attore riesce davvero a parlare con una voce sola (vedi relazione di Magri al Progetto macrotrends 2017 organizzato da Harvard Business Review e The Ruling Companies).

Ma diciamoci la verità. Non solo non riusciamo a parlare con una voce sola: in realtà in questo gioco per grandi siamo gli ultimi della classe. Non ci siamo. Dobbiamo crescere. Abbiamo bisogno di una Europa forte.

Ma una Europa forte che sappia parlare, quando è necessario, con una sola voce, non ci sarà mai finché il vecchi stati-nazione non si “frantumeranno volontariamente in entità politiche più piccole per le quali un’effettiva unione federale europea diventi non solo una convenienza ma un’urgente necessità” (Michele Boldrin su Linkiesta 1 Novembre 2017).

Finché il potere sarà concentrato nelle capitali dei vecchi grandi stati-nazione l’UE non parlerà con una voce sola e non parteciperà al “gioco per grandi” della politica internazionale. Semplicemente, l’UE continuerà a non funzionare, a stampare migliaia di inutili dettagli, a spendere cifre assurde per la sede di Strasburgo, ad essere strattonata da una parte e dall’altra dagli interessi degli stati-nazione e dai loro accordi bilaterali. E parole come libertà, responsabilità, efficienza e competitività continueranno a non circolare nei corridoi di Bruxelles.

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