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Il segretario del Pd Matteo Renzi- Foto di Francesco Pierantoni (CC BY 2.0)
Il segretario del Pd Matteo Renzi - Foto di Francesco Pierantoni (CC BY 2.0)

Diario della crisi – Il teatro dell’assurdo

Vicenza – Siamo arrivati al momento in cui Salvini perde la ragione e, come un giocatore senza pudore e senza onore, vuole che si annulli la partita e si ridiano le carte. Ma che cosa ha indotto l’ormai per tutti “cazzaro verde” a questa mano tanto sconsiderata? Beh, è chiaro che qualcuno l’ha consigliato male: è chiaro che al culmine dell’orgia dei sondaggi ha scordato le regole democratiche, e ha sottovalutato gli altri attori in campo. E’ chiaro che ha creduto in un PD completamente avverso ai 5 stelle, incapace di tornare al voto per non spartire con loro la responsabilità di governo.

Purtroppo la sua previsione s’è dimostrata errata. Sarebbe stato comunque difficile, in una situazione politica e in una cornice istituzionale come quelle italiane, prendere l’iniziativa e sopprimere un governo che finora godeva dei consensi degli elettori. Ma intanto atteniamoci alla mossa del PD che ha sfilato la sedia di sotto a Salvini proprio quando lui credeva di potersi sedere comodamente.

E’ sempre lui, “il cazzaro rosso”, a prendere la parola, esattamente come un anno e mezzo fa in televisione, quando la sera prima ha invalidato gli incontri del suo partito con la delegazione pentastellata. Questa volta Renzi ha convocato una conferenza stampa pochi minuti prima dell’intervento di Salvini in Senato, e qualsiasi cosa avesse potuto dire il cazzaro verde, quello rosso gli ha stracciato il discorso accuratamente preparato.

Lo ha costretto cioè a raccontare il primo fuori misura, cioè la faccenda del suo voto favorevole alla 4° lettura della modifica alla Costituzione come patto all’apertura della crisi di governo. Cosa che non sta né in cielo né in terra poiché una cosa esclude l’altra. E, nonostante le minacce, l’unica abbronzatura a stingere è stata la sua e non quelle nei banchi del PD.

Ma che cos’ha spinto Renzi, che pare ancora padrone della deputazione piddina in Parlamento, a cambiare strategia dopo un anno e mezzo? Senza dubbio il fatto che evitare un governo di programma con il M5S gli avrebbe fatto affrontare le elezioni con una segreteria nemica, che forse non avrebbe ricandidato manco un decimo di tutta la sua delegazione. Sarebbe stato in forse anche la sua di candidatura, come dimostrano le manovre per la costituzione di un altro partito.

E tutto ciò dimostra pure che l’anno scorso la sua strategia del secchiello dei pop corn era del tutto un bluff, una scelta di momentanea desistenza dalla responsabilità di governo, che potesse favorire le simpatie degli italiani verso un PD finalmente all’opposizione, verso un partito che, in mancanza di fatti sanzionabili, accusava comodamente i suoi competitors di “parole”: di populismo, di fascismo, di razzismo, di incompetenza, di antieuropeismo…

Ma anche Zingaretti, l’incredibile bleso, ultimo fenomeno di un Pd romano senza titoli e senza idee, anche lui non disdegna il governo con i nemici grillini. Anche lui, cioè, teme il ricorso alle elezioni con un partito più friabile di una torta sbrisolona, più inconsistente di una sfoglia di pane carasau. La guerra che si aprirebbe potrebbe dare il colpo mortale alla sinistra, ridurla a satellite di un M5S che invece finalmente imbocca il suo destino, quello di una forza ideologica in cui si ricostituisce la degna rappresentanza popolare contro il Capitale. Ma questo Salvini non l’ha capito, non lo poteva capire dal bagnasciuga del Papeete, dove ha confuso l’intelligenza degli elettori con quella che serve per fare politica.

Giuseppe Di Maio

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