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Veduta d'Italia (Immagine tratta da Wikimedia - CC BY 2.0)
Veduta d'Italia (Immagine tratta da Wikimedia - CC BY 2.0)

Diario della crisi – W il popolo!

Vicenza – In fin dei conti la colpa è del popolo italiano. Ma è un grave errore pensare che gli italiani degli anni ‘70 fossero migliori. In quegli anni, che gli esegeti della sinistra considerano aurei, quello stesso popolo era ancora più bue di adesso. L’egemonia della sinistra si fondava su una folta schiera di intellettuali accompagnata dal provincialismo di una popolazione ignara di qualsiasi pensiero, ma desiderosa di prender parte alla vita della ragione, delle ragioni. La destra non era sfacciata come adesso, e il mondo liberale, cacciato nell’angolo, non era popolare come il suo avversario socialista.

Poi la politica si volgarizzò. Col progresso tecnologico, il pensiero, o meglio: i pensieri, divennero accessibili a tutti, la società seguì l’inevitabile processo della democrazia compiuta. La cultura di massa sostituì la cultura collettiva; sparirono i grandi elettori, il consenso si frantumò, si polverizzò, divenne liquido. La destra da conservatrice divenne reazionaria e acquisì un animo popolare, offrendo modelli ideali che eccitavano lo spirito privato degli italiani.

La contrazione del rapporto capitale/ reddito ridusse gli obiettivi politici e sociali a questioni beceramente economicistiche. La sinistra, che lottava contro un avversario sempre più popolare, si rifugiò nelle contrastate battaglie civili. Ormai c’erano solo due destre: una antiborghese e reazionaria, una borghese e conservatrice.

Dalle notizie scappate dal fuoriscena, il nuovo popolo aveva intercettato una sola, cruda verità: la corruzione della regola stava alla base della disuguaglianza sociale, e nessuno ebbe più intenzione di rinunciare a una lotta di classe definitivamente illuminata da questa verità. Sono tutti uguali! Ma i migliori sono coloro che mi assomigliano, che smascherano l’interesse privato dei parrucconi che hanno occupato lo Stato, di coloro che tengono le classi popolari distanti dal potere.

Per il pulviscolo popolare, e non più per l’avveduto grande elettore, sono state confezionate considerazioni generiche, narrazioni semplicistiche e mistificate. La nuova politica e il nuovo parlamento, che avevano esordito negli studi televisivi, ora sono approdati su una spiaggia di Cervia tra professioniste del cubo e aperitivi.

La reazione di coloro che speravano in una rifondazione della regola e semmai della giustizia, è naufragata miseramente, oppressa dai limiti e dalle regole che si era imposta, come ad esempio quella dei due mandati. Il ducetto degli onesti non ha capito che l’onestà non è una categoria sociale, ma una categoria morale e psicologica, persino transitoria. Non ha capito che il tempo del potere è un regalo della Fortuna, e che, come insegna la storia dello Spirito, le mutazioni profonde spesso arrivano dai vertici astuti e illuminati, non dal popolo anelante.

E’ invece chiaro a tutti, che gli italiani non vogliono né giustizia né meritocrazia, ma solo vantaggi sui concorrenti sociali. E’ chiaro che la motivazione politica dominante è la malafede che, condita da ignoranza e ottusità, si divide il consenso delle due destre. I pochi onesti, che non lo sono per tutta la vita, è bene sappiano che non andranno di moda, poiché così è. Perché così è la democrazia, bellezza!

Giuseppe Di Maio

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