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Gianfranco Miglio
Gianfranco Miglio

Perché è necessario arrivare al federalismo

Vicenza – Dopo le stizzite dichiarazioni di Luca Zaia e degli indispettiti suoi sodali, è inutile e penoso dissertare sull’autonomia chiesta circa due anni fa attraverso un referendum dal lombardo-veneto. Non a caso esso era consultivo. Uno strumento che rappresenta un concreto furto di democrazia. Da ciò che appare sul Corriere della Sera del 21 luglio il premier Giuseppe Conte disperde ogni illusione scrivendo: «Se non potremo accogliere, per intero, tutte le richieste che ci sono pervenute e non potremo trasferire, in blocco, tutte le materie che ci sono state indicate, non sarà per insensibilità nei Vostri confronti. Sarà per la convinzione che, piuttosto che declamare, a esclusivo uso politico e mediatico, una cattiva riforma sicuramente destinata a cadere sotto la scure della Corte costituzionale, è preferibile realizzare un progetto ben costruito, che vi offra vantaggi reali, che siano sostenibili anche nel tempo. Senza contare che questo progetto riformatore non è questione affidata esclusivamente alla dialettica Governo-Regioni, in quanto l’ultima parola spetta al Parlamento: un progetto ben strutturato e ben sostenibile sul piano costituzionale potrà superare più agevolmente e rapidamente l’approvazione parlamentare.»

Insomma, lombardi, veneti, emiliani ed altri che avete avanzato tiepide richieste di autonomia, non illudetevi c’è il Parlamento che ci metterà di suo, e se non bastasse c’è sempre la Corte costituzionale l’organo a maggioranza assoluta in mano alla “Casta” conservatrice statalista-meridionalista. Quindi…? Siamo arrivati al punto in cui non si può più discriminare e ignorare la questione federalista.

Il federalismo indica la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto. In latino, appunto, foedus: patto, alleanza, contratto. Nell’accezione comune il termine appartiene all’ambito politico: il federalismo è la dottrina che appoggia e favorisce un processo di unione tra diversi Stati (a volte denominati anche soggetti federali, Länder, commonwealth, territori, province, comuni etc.) con una Costituzione e un governo comune, ma che mantengono però in diversi settori le proprie leggi. L’unità che si viene così a creare è spesso chiamata federazione. 

Tuttavia per Gianfranco Miglio il vecchio federalismo era uno strumento tollerato per generare presto o tardi uno Stato unitario, mentre il neo-federalismo è destinato a dare vita a un modello istituzionale creato per riconoscere, garantire e gestire le diversità. Egli scriveva: «Il federalismo dei nostri giorni è tutto il rovescio di quello tradizionale. […] È corretto parlare di ‘nuovo federalismo’ proprio perché è rovesciato rispetto a quello che ha dominato fino ai giorni nostri. […] L’approccio è rovesciato: il federalismo finora sperimentato deriva da un foedus che produce e pluribus unum, l’unità nella pluralità. Noi oggi cerchiamo invece il foedus che consenta il passaggio dall’unità alla pluralità, ex uno plures.» Il vero ordinamento federale per Miglio è contrassegnato da una pluralità di fonti di potere, almeno da due: quella delle entità federate e quella della federazione. Pluralità di sovranità finisce per significare nessuna sovranità.

Infatti: «La radice del neo-federalismo è l’affermazione di una pluralità di sovranità contro l’idea della sovranità assoluta [ed è] fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla pluralità di tutti i rapporti, sull’eliminazione dell’eternità del patto (politico) […] Per essenza una struttura federale è una struttura “a pluralità di sovranità”, cioè non a piramide. Johannes Althusius (1563 circa – 1638)  aveva sviluppato l’idea contrattuale sostenendo un’immagine dell’aggregazione federale come formata “a scatole cinesi”, però tutte scomponibili in qualsiasi momento, […] erano tutti contratti di diritto privato e non patti politici.»

Da parte sua Pierre-Joseph Proudhon (1809 – 1865), che è considerato il padre del federalismo moderno, scriveva: «Tutti i partiti senza eccezione, nella misura in cui si propongono la conquista del potere, sono varietà dell’assolutismo […] Il governo sull’uomo da parte dell’uomo è la schiavitù […] Chiunque mi metta le mani addosso per governarmi è un usurpatore e un tiranno: io lo proclamo mio nemico.»

Nel “Del Principio federativo” (scaricabile gratuitamente qui) aggiunge: «Con l’accentramento, il cittadino e il Comune sono privati di tutta la loro dignità, le interferenze dello Stato si moltiplicano e gli oneri del contribuente crescono in proporzione. Non è più il governo che è fatto per il popolo, è il popolo che è fatto per il governo. Il Potere invade tutto, si occupa di tutto, si arroga tutto, in perpetuo, per l’eternità, per sempre. È  così che il sistema di centralizzazione, di imperialismo, di comunismo, di assolutismo – tutti questi termini sono sinonimi – scaturisce dall’idealismo popolare; è così che nel patto sociale, concepito alla maniera di Rousseau e dei giacobini, il cittadino si dimette dalla sua sovranità e il Comune, e sopra al Comune il Dipartimento e la Provincia, assorbiti nell’autorità centrale, non sono altro che agenzie sotto la direzione immediata del ministero.» 

Ancora Proudhon nel Prologo al “Sistema delle contraddizioni economiche o filosofia della miseria”: «La nostra scienza è ancora così brutale e piena di malafede, e nei nostri dottori trovi così poca scienza insieme a tanta impertinenza per così poco sapere; essi negano impudentemente i fatti che li impacciano onde proteggere le opinioni di cui si giovano, che io diffido di questi spiriti forti non meno che dei superstiziosi. Sì, ne sono convinto: il nostro razionalismo grossolano inaugura un periodo che, a forza di scienza, diverrà veramente prodigioso; l’universo ai miei occhi, è un laboratorio di magia nel quale c’è da aspettarsi tutto.»

Per Proudhon c’è una parola che può portare a chiarire il significato ultimo agli effetti dell’«Ordine sociale». Il diritto di Synallagma. Esso costituisce il punto di equilibrio raggiunto dalle parti in sede di formazione di un “contratto” che abbia come obbiettivo la congiunta volontà dei contraenti di scambiarsi diritti e obbligazioni attraverso lo scambio di una prestazione con una controprestazione. Questa definizione è valida sia per i contratti di scambio del sistema economico, sia per i “contratti” di scambio nell’ordine politico.

Se il contratto è politico (o “di Federazione”) il nesso di reciprocità (synallagma) ne costituisce il fondamento, il sistema resta in equilibrio dinamico producendo progresso e bene comune. Se, diversamente il nesso di reciprocità viene spezzato, come generalmente avviene prima o poi negli Stati sovrani centralisti, unitari e indivisibili in cui la forza di costrizione è la regola (il lettore si legga l’Art. 5 della Costituzione [più bella del mondo?]: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali…”), il sistema dell’ordine sociale va fuori equilibrio e genera inevitabilmente violenza fra le parti che compongono il sistema, o guerra.

La rottura del “nesso di reciprocità” in politica avviene ogni volta che si contraddice una legge di natura, che venga violata la sovranità delle scelte politiche personali della maggioranza sui fatti certi, conosciuti e votati, che venga ignorata la condizione di uguaglianza nella libertà e nella diversità, che vengano violati i diritti naturali delle persone, che esista una ingiustificata differenza fra ricchezza e povertà estreme, che sia impedita la pacifica manifestazione del pensiero, che venga usata l’autorità per imporre comportamenti obbligatori non condivisi dalla maggioranza che la quantità di ricchezza personale necessaria a organizzare il governo della comunità sia superiore ai benefici che ognuno ricevere sotto forma di servizi e prestazioni. E infatti siamo arrivati al prelievo dell’82,5% in busta paga. Si veda qui.

La rottura del “nesso di reciprocità contrattuale” in politica, genera violenza nell’ordine sociale e avvia il sistema al fallimento o alla guerra civile. Pertanto non si tratta ora “di immaginare, di combinare nel nostro cervello un sistema di governo che si riforma. La società non può correggersi senza adottare nelle istituzioni di governo il “nesso di reciprocità politica”, ovvero il synallagama.

C’è da dubitare che almeno i leader politici non comprendano o non conoscano tutto ciò? Ma poiché non conviene loro, essi non ne faranno niente mentre continuiamo ad essere arronzati da questioni rilevanti ma secondarie come lo spread, l’immigrazione clandestina, la sostituzione etnica, il debito pubblico, il reddito di cittadinanza, la flat tax, la cultura Lgbt o Lgbtqi (quella forma di cultura condivisa dalle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali) e altri argomenti che divengono distrazione di massa. E noi scriviamo tutto ciò sperando che “l’uomo qualunque” voglia approfondire il suo comportamento politico e migliorare il suo atteggiamento civico.

Sono decenni oramai che l’elettore si affida a “uomini della provvidenza” che promettono di riformare le istituzioni italiane per mezzo di un partito politico ad personam. E trascurando di esaminare il tycoon fondatore di Forza Italia, qui per favorire la riflessione ne indicheremo almeno altri tre di essi:

  • Leoluca Orlando (oggi sindaco di Palermo) lasciò la Dc promuovendo la nascita del Movimento per la Democrazia – La Rete, che sarà attivo dal 1991 al 1999. 
  • L’Italia dei Valori (abbr. IdV), precedentemente conosciuto come Italia dei Valori – Lista Di Pietro, è un partito politico italiano fondato a Sansepolcro il 21 marzo 1998 da Antonio Di Pietro, ex magistrato fra i protagonisti dell’indagine dei primi anni novanta denominata Mani pulite che portò alla luce un sistema di potere politico nazionale fondato sulla corruzione.
  • Lista del Popolo per la Costituzione fondata da Antonio Ingroia, un avvocato, giornalista, ex magistrato, e più di recente uomo politico. Alle prime elezioni del 4 marzo 2018 dove si presenta, Ingroia insieme a Giulietto Chiesa suo sodale deluderà: raccoglie lo 0,02% dei voti alla Camera e lo 0,03% dei voti al Senato. E, ovviamente, nessuno dei candidati è stato eletto. 

Al di là di ciò, riteniamo utile ricordare qui il lungo elenco (sicuramente incompleto) dei partiti minori che non hanno ottenuto alcun risultato utile malgrado le loro promesse, e le speranze in essi riposte da un elettorato sempre più sfiancato dalle polemiche, dalle promesse non mantenute, dalla corruzione, e dall’inefficienza a qualsiasi livello dell’apparato statale:

  1. +Europa (+Eu)
  2. Alternativa Popolare (AP)
  3. Articolo Uno (Art.1)
  4. Autonomie Liberté Participation Écologie
  5. Azione Civile
  6. Cantiere Popolare 
  7. Centristi per l’Europa (CpE)
  8. Centro Democratico (CD)
  9. Centrodestra Veneto
  10. Comunisti Italiani
  11. Democrazia Solidale (DemoS) 
  12. Direzione Italia (DI)
  13. Energie per l’Italia (EpI)
  14. Fare!
  15. Federazione dei Verdi (FdV)
  16. Forza Nuova (FN)
  17. Futuro e Libertà per l’Italia
  18. Grande Nord
  19. Grande Sud 
  20. Identità e Azione (IDeA)
  21. Il Megafono 
  22. Il Popolo della Famiglia (PdF)
  23. Indipendenza Noi Veneto
  24. Indipendenza Veneta
  25. Intesa Popolare
  26. La Destra 
  27. La Rete 2018 
  28. Lega Nord (di Umberto Bossi) 
  29. Liberi per una Italia Equa e Basta Tasse
  30. Liga Veneta Repubblica
  31. Liga Veneta (LN)
  32. Lista Crocetta
  33. Lista Lavoro e Libertà 
  34. Moderati in Rivoluzione 
  35. Movimento Arancione
  36. Movimento Associativo Italiani all’Estero
  37. Movimento Nazionale per la Sovranità (MNS)
  38. Movimento per le Autonomie,
  39. Movimento Sociale Fiamma Tricolore (MSFT)
  40. Nuovo PSI (NPSI)
  41. Partito “3L” 
  42. Partito Autonomista Trentino Tirolese
  43. Partito Comunista (PC) 
  44. Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)
  45. Partito della Rifondazione Comunista 
  46. Partito Pensionati (PP)
  47. Partito Pirata Italiano (PPI)
  48. Partito Socialista Italiano (PSI)
  49. Possibile (Pos)
  50. Potere al Popolo (PaP)
  51. Prima il Veneto
  52. Pro Lombardia
  53. Progetto Nord-Est
  54. Radicali Italiani (RI)
  55. Rifondazione Comunista
  56. Rinascimento
  57. Rivoluzione Cristiana (RC) 
  58. Scelta Civica (SC)
  59. Sinistra Ecologia Libertà
  60. Sinistra Europea (PRC-SE)
  61. Sinistra Italiana (SI)
  62. Unione di Centro (UdC)
  63. Verdi
  64. Verdi del Sudtirolo

A questo punto il lettore che non viva la politica come gli ultrà organizzati delle società sportive  dovrebbe essesi convinto che non è il sistema dei partiti che riformerà quest’Italia male in arnese. E dovrebbe fare più attuazione all’art. 49 della Costituzione (da sempre dimenticato!) secondo il quale sono i cittadini che determino la politica nazionale mentre i partiti sono solo il loro strumento. 

Enzo Trentin

3 Commenti

  1. Giannantonio Zanolli

    Il percorso che conduce all’umanità della reciprocità ( synallagma ) e dell” ordine naturale ” ( su cui a mio sentire già ci troviamo ) prevede un progressivo cambiamento, evolutivo ed antropologico, sul piano della consapevolezza individuale, collettiva e sistemica: come recita il vecchio slogan “l’unica rivoluzione è quella della coscienza “.
    Tutto il resto.. modi, regole, strumenti, rapporti, paradigmi seguiranno di conseguenza.
    Abbiamo gambe buone ed adeguate per imparare le lezioni dai nostri stessi errori.
    I castelli di sabbia cadono con le prime onde della vera marea.

  2. Fiorenzo Peloso

    grazie di cuore, pensieri condivisibilissimi sig. Enzo Trentin.
    Un veneto costretto a emigrare per non morire italiano.

  3. Io Venexiano e Veneto da 15 generazioni, mi sarei scocciato seriamente della partitocrazia corrotta e del malaffare italiana ma come fare per affondare democraticamente questo Stato ottocentesco di origine napoleonica che nella sua non democratica Carta Costituzionale non ne ha previsto il divorzio ?
    Chiedo all’amico Enzo: come possiamo liberarcene ? Con la nostra morte, oppure con la disintegrazione di Roma per l’azione degli alieni purificatori ?

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