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Il popolo contro l’élite è una favola

Vicenza – Da anni rendicontiamo su quel fiume carsico che è stato prima il desiderio di autonomia e federalismo, poi dell’indipendentismo veneto. L’elettorato, grosso modo dall’inizio degli anni 1980, ha via via premiato alcuni “rappresentanti” in comuni, province, regione, parlamento ed europarlamento, ma questi non hanno mai costituito un’élite politico-intellettuale. Questo articolo cercherà di dissertare sul fatto che il popolo contro l’élite è una bella favola e nient’altro.

Da altrettanto tempo evidenziamo che, senza un progetto istituzionale innovativo, ogni battaglia è destinata all’insuccesso. Infatti e per esempio, la vera tragedia della guerra civile americana non è semplicemente il peso delle perdite subite – mai sino ad allora così elevato -; ma il fatto che il solo scopo in grado di giustificarla non fu pienamente ottenuto: la schiavitù fu abolita, ma l’obiettivo della liberazione dei neri americani rimase incompiuto fino al passaggio del Civil Rights Act del 1964 e del Voting Rights Act del 1965.

Per cento anni dopo la fine del conflitto, i neri del Sud non poterono vedersi riconosciuti alcuni dei più fondamentali diritti civili. I bianchi del Sud mantennero infatti il proprio dominio sulla popolazione di colore, sviluppando, dopo che l’istituto della schiavitù fu eliminato dalla guerra, nuove forme di razzismo istituzionalizzato che culminarono nelle Jim Crow Laws, che istituirono uno status definito di “separati ma uguali” per i neri americani, e per i membri di altri gruppi razziali diversi dai bianchi.

Lo abbiamo già scritto ma repetita iuvant (le cose ripetute aiutano): la volontà di oltre due milioni e trecentomila veneti che hanno votato un referendum per ottenere almeno l’autonomia, sembra destinata a concretizzare l’ennesima delusione. Nella realtà quotidiana avviene che spesso le scelte giurisprudenziali raggiungono un grado di raffinatezza interpretativa e creativa tali da soverchiare le stesse previsioni letterali e logiche contenute nella norma legislativa. Ciò avviene perché attraverso una interpretazione estensiva della stessa Costituzione, i magistrati, forti di una non ben definita autonomia, nell’esercizio delle loro funzioni, non si limitano alla pura e semplice applicazione della legge, ma tendono ad avventurarsi in una interpretazione della stessa.

«Ci sarà pure un giudice a Berlino» è una definizione nella quale si narra la storia di un mugnaio che lotta tenacemente contro l’imperatore per vedere riparato un abuso, ma non è storicamente provata e dunque è una leggenda. Basta vedere com’è stata stravolta e “interpretata” la vicenda catalana che una “rappresentanza” determinante e democraticamente eletta ha materializzato con due referendum per l’indipendenza, ambedue vinti dall’elettorato ma misconosciuti dalla magistratura spagnola ed europea. Si veda qui nel dettaglio la documentazione di come la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, abbia sentenziato l’inammissibilità del ricorso degli indipendentisti catalani stravolgendone il significato originario.

Del resto sentenze come questa non sortirebbero alcuna sorpresa se solo si desse retta a Bartolo da Sassoferrato (1314-1357). Costui è una celebrità solo per i cultori della storia del diritto e tuttavia tutti dovrebbero conoscere questa sua coraggiosa confessione che citiamo a memoria: «Ogni volta che mi si propone un problema giuridico, prima sento quale deve essere la soluzione, poi cerco le ragioni tecniche per sostenerla.» E se questo era vero per un simile luminare, figurarsi per un qualunque contemporaneo magistrato.

Dunque aspettarsi dal giudice un giudizio asettico, pressoché meccanico, come una macchina in cui si infila il fatto e viene sputata fuori la sentenza, è del tutto fuori luogo. Il diritto cerca di mettere ordine e razionalità nelle vicende, tipizzandole in quadri astratti, ma poi in concreto quel diritto viene maneggiato da un essere umano, con la sua cultura (o incultura), la sua affettività, i suoi principi e, perché no? i suoi pregiudizi. Si spiega così che la parola “sentenza” si ricolleghi a “sentire”, cioè alla stessa radice di “sentimento”, non a “sapere”.

Al Veneto, (ma vale anche per gli altri attuali indipendentismi della penisola) manca una Intelligencija. Basti osservare la recente débâcle di «AV asenblèa veneta» che per il 2 luglio s’era proposta di organizzare un pullman per una cinquantina di indipendentisti al fine di recarsi al Parlamento Europeo di Strasburgo per manifestare solidarietà ai tre europarlamentari indipendentisti catalani che non sono stati in grado di partecipare all’apertura dei lavori, perché non riconosciuti dalla Spagna. Sembra, dunque, che all’Ue interessi più salvaguardare gli interessi degli Stati, piuttosto che quelli della democrazia. L’iniziativa di «AV asenblèa veneta» è stata disertata, e a Strasburgo sono andati solo due “eroici” coniugi veronesi.

Secondo alcuni osservatori (qui uno di questi) il popolo segue e l’élite avanza. La dialettica “popolo contro élite” è stata creata per radere al suolo ciò che la stessa élite aveva edificato negli ultimi settant’anni. I brexiters, Trump, i pentaleghisti (i cui vertici sono stati recentemente “invitati” negli Usa, per essere… “informati/uniformati”) ed i gilets jaunes sono strumenti dell’élite per archiviare “il Nuovo Ordine Mondiale” consolidatosi dopo il collasso dell’Urss nel 1991, e il fallimento della globalizzazione.

Iniziamo allora col chiederci: chi sta gestendo il processo di autonomia-secessione mascherata? Come evidenziammo in tempi non sospetti, la Lega Nord (oggi: Salvini Premier) è un soggetto politico squisitamente atlantico, nato per acuire/accompagnare la crisi della Prima Repubblica, culminata col maxi-processo di Tangentopoli e l’affossamento del Pentapartito. Un prodotto genuinamente anglo-americano (ma forse più britannico) è il Movimento 5 Stelle – come l’attuale governo “populista” -, benedetto dall’ambasciata di Via Vittorio Veneto. Si può pertanto sospettare che Londra e Washington stiano supervisionando l’iter di una separazione del (centro?)/nord-Italia dal (centro?)/sud-Italia?

Se così fosse, a maggior ragione è necessaria una autorevole Intelligencija indipendentista veneta, nella quale sembrano per il momento mancare gli statisti. Per l’Italia Alcide De Gasperi fu uno statista, che aveva una cultura politica austriaca. Pure Palmiro Togliatti lo era, ma aveva una cultura sovietica. Giulio Andreotti non era meno statista, ma aveva una cultura pretesca ben documentata ne “Il divo” un film biografico del 2008 scritto e diretto da Paolo Sorrentino. Al contrario gli esponenti più in vista dell’indipendentismo veneto non sembra abbiano la stoffa degli statisti. Si intestardiscono nel voler entrare nelle istituzioni italiane che detestano senza trarre alcun insegnamento dall’esempio sinora inefficace degli omologhi catalani, e a differenza di quest’ultimi non indicano quali istituzioni vorrebbero realizzare.

Parlano vagamente di voler un’organizzazione di tipo svizzero imperniata sulla democrazia diretta, e vagheggiano di assumersi l’eredità della Serenissima Repubblica di Venezia senza considerare che essa era a guida oligarchica. Non dicono chi e quanti sarebbero gli eredi degli antichi patrizi (l’élite), e nemmeno precisano la quantità-qualità degli strumenti di democrazia diretta e la loro codificazione; ovvero il sistema di check and balance. Eppoi guardando ai giorni nostri e al marasma della magistratura italiana, come sarà quella di un veneto indipendente? I giudici saranno eletti dal popolo o verranno tratti a sorte? O cos’altro ancora? Insomma, in un Veneto indipendente quali sarebbero le condizioni minime di giustizia e libertà?

Se avessero un progetto istituzionale innovativo potrebbero trarre insegnamenti sui metodi per cambiare l’attuale stato di cose mediante i suggerimenti di un pamphlet a diffusione internazionale. Lo stesso che aiutò, tra gli altri, Aung San Suu Kyi ad uscire dalla reclusione e conquistare il potere in Birmania (oggi Myanmar).

La prima edizione di questo libro: “Come abbattere un regime” (scaricabile gratuitamente qui) è pubblicata a Bangkok (Thailandia) nel 1993 a cura del Comitato per la restaurazione della democrazia in Birmania e in collaborazione con il quotidiano birmano «Khit Pyaing» («il Giornale della Nuova Era»). È stato tradotto in quasi trenta lingue e più volte ristampato negli Stati Uniti su iniziativa della Albert Einstein Institution (qui). Esso ha ispirato movimenti di opposizione in diverse parti del mondo, dalla Birmania alla Serbia di Milošević, fino, più di recente, alle rivoluzioni colorate che stanno sconvolgendo il mondo.

Secondo alcuni commentatori, questi movimenti sarebbero un fenomeno orchestrato da una nuova élite, più giovane e filo-occidentale, in grado di incanalare il malcontento generale per arrivare al potere. Il suo autore: Cene Sharp è stato definito «il von Clausewitz della nonviolenza» e l’istituzione che ha fondato (Albert Einstein Institution) da anni promuove questa sua battaglia. Costui si è formato sui testi di Mohandas Gandhi e sulla storia della rivolta per l’indipendenza dell’India.

La sua fede e militanza all’insegna della nonviolenza gli causerà negli anni Cinquanta un periodo di carcere per diserzione durante la Guerra di Corea (1950-1953). Oggi la non collaborazione è resistenza attiva. E come diceva Liu Ji, parafrasando una parabola cinese del XIV secolo: «Ci sono uomini nel mondo che governano con l’inganno. Non si rendono conto della propria confusione mentale. Appena i loro sudditi se ne accorgono, gli inganni non funzionano più».

Enzo Trentin

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