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Luigi Di Maio (Foto: Camera dei Deputati - CC BY-ND 2.0)
Luigi Di Maio (Foto: Camera dei Deputati - CC BY-ND 2.0)

Politica, i grillini tra Marx e Malagò

Vicenza – Non smetterò mai di annotare lo scadente bagaglio ideologico dei 5 stelle. La loro ideologia, piena zeppa di cose da fare per il bene della collettività, è del tutto sguarnita di strategie e di orizzonte ideale nel quale collocare l’uomo nuovo.

Gli anni ’80 dal punto di vista politico sono il decennio di De Mita e del suo sodale Craxi. A metà di quegli anni, Andreotti, infastidito dall’agone politico, si lanciò in una critica dell’avellinese suo avversario di corrente: “Sono anni che è al vertice e si sta ancora contando”.

Già, il potere ha bisogno di questa costante verifica: il nemico è sempre in agguato per sferrare il suo attacco e invalidare i provvedimenti pattuiti. Di Maio è solo nato ad Avellino, ma non conosce la lezione demitiana. Il vicepremier dei 5 stelle, bravo ragazzo dal caratterino indocile, credeva che il mandato a governare avuto con la vittoria di marzo fosse sufficiente, invece che solo il primo passo verso il vero potere.

La società che Di Maio presumeva di governare non è fatta solo dell’espressione periodica della volontà popolare. E’ fatta di innumerevoli altri centri di potere che il giovane grillino sta sottovalutando. Il popolo gli aveva dato consenso durante un vuoto nella narrazione oppositiva destra-sinistra, quando le logiche dell’alternanza hanno trovato un centrodestra privo del suo leader storico.

Con l’elezione di marzo, mentre il popolo indicava il Movimento quale prima forza politica, l’establishment lo indicava nemico pubblico numero uno. E dunque…

  1. – La nostra non è una democrazia, ma una dittatura mediatica, dove la verità è funzione del potere. E il potere ricrea se stesso distorcendo i fatti, inventandoli, nascondendoli.
  2. – Una delle illusioni maggiori dei grillini è la fiducia incondizionata nella magistratura: una congrega di corrotti, espressione di correnti che esaltano l’interesse privato e la volontà padronale.
  3. – Al di sopra delle leggi nazionali, i padroni hanno costituito un loro governo e un loro areopago per scippare di fatto la sovranità popolare.

Questi, in estrema sintesi, sono i veri nemici del M5s, ma soprattutto sono i veri nemici della democrazia: un mix di apparati ideologici e repressivi di Stato che i grillini hanno sottovalutato o tentato di ingraziarsi. Quando Di Maio ha mosso i primi passi con la Lega, ha contrattato la possibilità di un aiuto reale alle classi meno abbienti, una specie di piccolo forno pubblico per dare il pane ai poveri, ma non ha varato riforme per assicurarsi che il forno restasse aperto.

Avrebbe dovuto, ad esempio, contrattare la vendita delle frequenze, che non sono solo un modo per arricchire l’erario, ma anche per ridurre il potere dei padroni. Avrebbe dovuto negare qualsiasi sovvenzione all’editoria e costringere in una legge la libertà di stampa: autority per l’attendibilità delle notizie, chiusura delle testate per recidive di fake, carcere a mistificatori e a untori di mestiere.

Una riforma della magistratura è ormai improrogabile, ma si rischia che la reazione ne faccia una che renda impossibili le altre. L’autonomia del sistema è una fesseria, retaggio di tempi in cui il potere assoluto poteva occupare lo spazio della giustizia. Una reale autonomia è concepibile solo in una società dove il giudice non abbia alcuna relazione con il resto, un sacerdote svincolato dalle tentazioni terrene.

Purtroppo non è così. Solo la democrazia contiene in sé gli anticorpi per qualsiasi deriva. L’autonomia e l’autogoverno sono un’illusione, una fiera del tornaconto personale. Perciò bisogna aumentare il più possibile la dotazione degli addetti, ridurre le attribuzioni della Corte costituzionale, confinare il potere della Cassazione, aumentare il controllo politico sul Csm, cancellare le correnti sindacali, negare gli scioperi della categoria, fissare in parlamento i tetti ai salari dei magistrati. Istituire per loro un tribunale che sia composto da giudici eletti dal popolo. Ecco, queste potevano essere le cose da fare.

L’impossibilità di procedere con politiche sovrane e decidere della propria spesa, non è solo un progetto inattuabile per la minaccia dello spread istigato dalle fonti d’informazione nemiche dei governi e dalle agenzie di rating, ma anche dal super governo europeo, che giudica, minaccia, boccia, senza mai aiutare per davvero, attento alle derive rivoluzionarie che ogni paese può intraprendere. Ridiscutere gli obblighi o uscire dall’euro era una priorità.

Catene, galere! Che assieme alla mancanza del recall e del vincolo di mandato, fanno della nostra democrazia uno spazio di falsa libertà governato dalla corruzione, un cortile avicolo allevato dal padrone. E Di Maio e Di Battista credono che il loro nemico sia la Lega? Certo, Salvini è un ladro dei consensi duramente guadagnati con la predicazione a 5 stelle. Ma Salvini, oltre ad aver blandito la dimensione privata è subito corso dal padrone, e non ce n’era bisogno, a rassicurare e a prendere ordini.

Salvini vuole gli inceneritori, il Tap, il Tav, le grandi opere, adesso anche le Olimpiadi, non vuole più uscire dall’Europa, se non fosse per quella faccenda dei migranti, ma è solo apparenza, sgradita all’establishement, che però gli procura consensi. E Salvini sopra ogni cosa non vuole i provvedimenti dei grillini. La stampa gli è amica, la magistratura gli fa il mutuo, l’Europa lo ha eletto a leader del governo già da tempo.

Ecco che cosa avrebbe dovuto fare il M5s, altro che reddito di cittadinanza. Avrebbe dovuto ammanettare il nemico e la concorrenza prima di procedere alle politiche del pauperismo. Invece il Movimento aveva ansia di fare le cose per cui era stato eletto, e quel poco di sangue avuto in custodia dal popolo è stato prosciugato in un baleno.

Ha elogiato l’alleato partner e la sua correttezza. Roba da pazzi! Ha partecipato ai talk show dove plotoni di irresponsabili mistificatori ne hanno deriso le politiche e le intenzioni. Si è lasciato fare mobbing da uno sciame di soggetti lasciati in vita da una rivoluzione senza dittatura per dimostrare al mondo il suo amore per la democrazia e per il pluralismo.

Giuseppe Di Maio

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