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La Democrazia dei latin lovers

Vicenza – L’anziano conte che si circondava di amabili accompagnatori, mangiava spesso nei ristoranti italiani; magnificava le pietanze, l’estro dei camerieri, l’immenso patrimonio della cultura italica. A Bruxelles non è difficile imbattersi in personaggi simili. Mentre aprivo una bottiglia di cannonau, sottolineai che l’Italia aveva gente mirabile, ricca di uno spirito sapiente che le veniva dalla lunga storia civile, ma purtroppo era soggiogata da una classe dirigente cialtrona che l’aveva ridotta ad essere mera popolazione, sottraendole il rango di popolo e nazione.

“Non è un gran male – mi disse il conte con giovialità – qualsiasi governo avranno gli Italiani resteranno sempre degli dei”. Nonostante il complimento, a me restava la bocca amara. Servire al suo tavolo, versargli il vino con amabile prodigalità, era la dimostrazione della sottomissione di una generica cultura antica all’organizzazione di una società moderna.

Il conte, non senza una certa coscienza, aveva blandito il mio animo privato, ma mi aveva rubato l’importanza politica. Proprio in quegli anni, il nostro presidente del Consiglio, apostrofando Martin Schulz col nome di Kapò, invitava, al pari di un cameriere, l’assemblea tutta a visitare i centomila monumenti e chiese, i tremilacinquecento musei, i duemilacinquecento siti archeologici, le quarantamila case storiche, (‘o sole ‘o cielo ‘o mare) della nostra cara Italia.

Berlusconi, deriso da tutta l’assemblea, tentava di distrarre con primati naturali e storici non suoi l’affanno del suo governo di fronte ai dati politici ed economici europei. Se dovessimo fare un elenco delle virtù degli italiani, sarebbero tutte incentrate sull’eredità spirituale, a volte solo naturale, che deriva loro dal fatto di essere nati qui. Nessuna virtù che venga dalle capacità di agire collettivamente, di rispettare le regole, di porsi degli obiettivi comuni.

Una volta perduto il primato politico non resta che rifarsi con superiorità e orgogli privati, che poi sono anche i più strenui nemici dell’organizzazione sociale. Un esempio interno alla penisola è la condizione della sua parte meridionale che, avendo perso da più di un secolo e mezzo il suo Stato nazionale, subisce ancor oggi l’anarchia di valori privati sostitutivi, fomentata dal nord compiacente, sornione, e dominante.

L’Italia è il posto delle sconfitte collettive e delle rivincite personali, il posto dei tradimenti della classe dirigente e di un popolo diffidente della sfera pubblica, è il posto in cui si è teorizzato “el particulare mio”. Sotto il palco di Salvini si ammassa un popolo che non ha capito niente del proprio valore politico, né potrebbe mai capire l’annuncio e il valore a 5 stelle della partecipazione diretta alla vita pubblica.

Tutti, da Forza Italia, Fratelli d’Italia, a Lega Italia, difendono la segretezza delle posizioni politiche, ed eccitano la dimensione privata. Agli italiani sotto il palco non interessa né la giustizia, né chi deruba la collettività, a loro interessa solo che venga combattuto chi insidia un loro beneficio. Costoro odiano essere inseriti in una classe, in un ceto, in una massa che reclama collettivamente un diritto, per costoro la giustizia è solo il sogno di riserva a quello della libertà, sebbene più di altri patiscano le asprezze delle politiche dei governi.

E’ il capolavoro della classe dominante. Avere allevato un servo che crede di essere padrone proprio mentre riceve dal padrone vero la più dura delle punizioni; un cittadino geloso della sua cittadinanza ma con diritti sempre più affievoliti; un elettore che si avvicina alle urne solo per votare il proprio aguzzino.

Ecco, come in assenza di valori politici, si apre la fiera dei valori privati. Come succede nei paesi che hanno imboccato irrimediabilmente la via del sottosviluppo, che compensano l’irrilevanza politica ed economica sostituendo la concretezza delle migliori qualità sociali con i miti di quelle personali, fisiche: i meridionali sono grandi amatori, i neri…

Giuseppe Di Maio

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