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Enrico Berlinguer e Aldo Moro, negli anni in cui si parlava di "compromesso storico"
Enrico Berlinguer e Aldo Moro, negli anni in cui si parlava di "compromesso storico"

I meriti dei furbi e il sovranismo rivoluzionario

Vicenza – L’articolo di Diego Fusaro, sul Fatto Quotidiano, in occasione dell’anniversario della morte di Enrico Berlinguer, sviluppa un tema che nasce dalle viscere di Costanzo Preve, suo maestro, ma viene purtroppo elaborato con la lingua fusariana a cui non saremo mai completamente abituati. Una lingua piena zeppa di concetti che ne dovrebbero esaltare la precisione, a cui troppo spesso però manca il grado lineare del costrutto e quello corrente dei termini. Dietro l’intrico della sua lingua c’è però il suo pensiero: una delle poche voci libere e coerenti nel panorama intellettuale nostrano.

Nell’articolo il filosofo sviluppa un tema su cui concordo, e cioè che, al di là delle retoriche celebrazioni del Pci belingueriano, quello fu il periodo in cui la sinistra abbandona la lotta di classe assieme alla dimensione nazionale, e abbraccia il revisionismo, l’accettazione del Capitalismo e la dimensione sovrannazionale. Quello fu innegabilmente un periodo in cui la sinistra divenne egemonica, e lo divenne proprio per quel suo carattere moderato.

Un tempo e una temperie durante i quali essa riuscì ad impadronirsi di buona parte delle idealità liberali, in cui riuscì progressivamente a dimenticare lo scontro sociale convergendo verso posizioni illuminate e progressiste, sempre più neutrali verso l’ordine economico. Da allora, e non solo nel mondo anglosassone, essa divenne “liberal”.

Fusaro sottolinea come, fino a Togliatti, la sovranità nazionale stesse a garanzia del riscatto delle classi disagiate e a base “dell’internazionalismo proletario”; indica la svolta dell’eurocomunismo come l’inizio della rinuncia allo strumento nazionale.

Questo dal punto di vista strategico. Da quello ideologico invece, Berlinguer disfa la questione sociale e ne fonda una “morale”, generica, dice Fusaro: patrimonio della cultura socialista come di qualsiasi altra. Questo è il momento in cui la sinistra accetta incondizionatamente la società del Capitale, unica e inemendabile.

Qui Fusaro declina inconsapevolmente uno dei tabù della società capitalistica, e cioè che la disuguaglianza sia inevitabile e connaturata alla condizione umana, giacché per la maggior parte è frutto di sforzi, di meriti ineguali, innati o acquisiti. Ecco perché continua ad accusare (per certi versi più che a ragione) il Movimento 5 Stelle di essere ideologicamente scadente ed impreparato, e di non avere una classe dirigente. Stavolta però il M5S e la sua rivoluzione ci hanno preso: stavolta il marxismo di Fusaro è incompleto.

La ragione dell’intensità, dell’astio, con cui tutte le forze politiche hanno perseguitato il movimento di Grillo, non è solo dovuta alla strana attrazione che questo genera sulle masse degli elettori a scapito degli altri partiti, ma è per la sua intrinseca rivoluzione: per il pericolo generale che produce la sua esistenza. Poiché l’onestà, la bandiera che si oppone ad ogni forma di degrado e di corruzione, è la maggior insidia per la società del Capitale.

Che cosa ne sarebbe della produzione del plus valore se una società fosse onesta, se non ci fosse corruzione? Che ne sarebbe della disuguaglianza se per ognuno fosse rispettata la regola? Che ne sarebbe del merito, se per tutti fosse garantita nei fatti l’educazione, se fossero onorati i criteri di uguaglianza e di libertà recitati in Costituzione?

Che ne sarebbe del profitto se il lavoro non fosse un luogo di desistenza dei diritti civili, se la barbarie non facesse del lavoro invece che un mezzo di emancipazione, uno di schiavitù e di crimine? Che ne sarebbe del successo individuale se i giudici non fossero iniqui, se tutto il sistema giudiziario non somigliasse al cortile del tempio? Che ne sarebbe dell’accumulazione della ricchezza se una classe politica di depravati non fosse in attesa dei benefici della corruzione?

O forse Fusaro credeva che la questione morale si esaurisse perseguendo un manipolo di ladruncoli in Parlamento? E’ in questo modo che la questione sociale e quella morale coincidono. Giacché il Capitale, la disuguaglianza e i meriti nascono quando si abusa della regola, e se fossimo in grado di estinguere il furto, la menzogna e ogni altro abuso, la società del Capitale non esisterebbe. Come dicevano Marx e Proudhon a proposito della proprietà privata?

Ma il rischio di declinare inconsapevolmente i miti della società liberale non si esauriscono qui. E’ bene capire definitivamente che la corruzione è funzionale al sistema capitalistico, che il superamento del diritto esalta il potere del Capitale e distrugge la cittadinanza.

E’ dunque chiaro cosa provocherebbero quei grillini? Essi si sono intestarditi a considerare il loro Movimento post-ideologico, ma io non conosco post ideologie o post orientamenti. Conosco solo due scelte: quella che insegue la giustizia, e quella che blandisce l’abuso; e il M5S, suo malgrado, ha scelto la prima.

L’ha scelta perché in Italia la giustizia scarseggiava, perché era dalla svolta di Berlinguer che se ne sentiva il bisogno. Perché più tardi il berlusconismo e l’antiberlusconismo hanno imposto al paese due destre tra cui scegliere, e a noi mancava tanto una sinistra.

Giuseppe Di Maio

Un commento

  1. Giannantonio Zanolli

    Un partito ” che insegue la giustizia ” !?

    Ricordo la domanda provocatoria di Calamandrei in Assemblea Costituente il 4 marzo 1947:
    “Quali sono i partiti che rispondono alle esigenze del metodo democratico, e quindi sono degni di esser riconosciuti in un ordinamento democratico?”

    Egli era ben consapevole che il sistema che allora stavano progettando, col monopolio assoluto del potere politico blindato e affidato al sistema dei partiti ( altro che ” la sovranità appartiene al popolo ” ) era funzionale non solo a salvare dal giudizio popolare quelle oligarchie colpevoli di aver portato il Paese al disastro della guerra, ma anche a servirle nel tempo che arriva ad oggi, al 2019 ed oltre.
    Evito di citare nomi e sigle ed osservo il panorama attuale: eccezioni ?
    Diciamo che ogni partito progetta il proprio statuto, la struttura e le proprie relazioni interne come il prototipo della società a cui tende: in pratica applica e realizza in se stesso ciò che vuole per tutta la società.
    Data questa premessa, un partito orientato a costruire una società ” che insegue la giustizia “, a partire da se stesso dovrebbe appunto prevedere che tutte le proprie relazioni interne siano improntate a quella giustizia sostanziale che in democrazia si fonda sulla uguaglianza del diritto e del dovere e quindi per esempio che ogni iscritto abbia una uguale possibilità di proposta, decisione, gestione, controllo diretto, elezione attiva e passiva, incarichi in ruoli di controllo e garanzia, ma anche proprietà in quote equivalenti ed uguali sui diritti relativi al nome del partito, al simbolo, agli strumenti, ai blog, alle piattaforme telematiche, ai media, alle strutture, alle banche dati interne, ai rimborsi, alla contabilità ecc.

    Eccezioni ?
    È mia modesta opinione che la brutale realtà dica di no: lo strumento partito ( compreso il “partito non-partito ” ) serve ancora a ben altro che “inseguire la giustizia “.

    Per il resto complimenti.
    Cordialità.

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