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Guardie e ladri, la cittadinanza e il capitale

Vicenza – Le rappresentanze politiche che furono selezionate dalla sinistra italiana nei primi trent’anni della Repubblica, si formavano, specie nel Mezzogiorno, sui testi di Marx, di Lenin, di Gramsci. Solo qualcuno di loro aveva fatto anche esperienza nel sindacato. Si portarono appresso per molto tempo il disprezzo che la teoria tributa alla pratica, lo sconcerto delle idee al cospetto dei fatti. Non furono mai rappresentanti del popolo, della gente reale: tradita allora per l’idea, ora per il capitale internazionale. Certo, allora leggevano! Ma le dirigenze di sinistra, oggi come allora, dimostrano di avere solo interessi privati.

Gli Stati nazionali sono prosperati quando il Capitale ha avuto bisogno di orti in cui fosse agevole spremere il plus valore. Le nuove dimensioni commerciali, la produzione globale, la vocazione totalmente anarchica del Capitale (come da dottrina marxista), che gli fa costruire la regola per poterla superare, hanno da tempo consumato l’utilità dello Stato tradizionale.

I relitti di un’intera civiltà evoluta all’ombra dell’interesse privato (la patria, i primati del territorio, la superiorità della razza, la lingua e la letteratura nazionale, la religione) giacerebbero come scheletri vuoti se non ci fosse periodicamente qualche stregone ad agitare gli spiriti tribali. Assieme a queste mitologie, con lo Stato nazionale si era però evoluta una presunzione, forse un antidoto, un limite al potere del Capitale: la cittadinanza. Era progredita la convinzione che lo Stato dovesse essere garante dei diritti sociali, civili e politici, e che proprio lo Stato fosse il luogo delle lotte e delle rivincite.

Ricordo ancora quando, in piena “Mani pulite”, qualcuno tentò di distrarre per un attimo l’attenzione pubblica dallo sport della caccia al ladro, e portarla a Maastricht, dove si firmava il Trattato, che seguiva logicamente la convenzione di Schengen. Stava dicendo che il Capitale si affrancava dai vincoli territoriali, e costruiva un organismo che potesse controllare senza gli obblighi democratici maturati nelle Costituzioni nazionali.

E’ meglio non discutere in questa sede se il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia sia stato all’origine del nostro colossale debito pubblico, è certo che oggi la Bce è una cordata per lo più di privati che hanno acquistato potere sulle economie degli Stati. La Banca Europea e le altre istituzioni continentali sono dei luoghi politici impositivi dove la contrattualità democratica è ridotta a zero. L’importanza del Parlamento, il potere della Commissione, le autorità della moneta comune, dicono che la cittadinanza europea è a tutti gli effetti un ossimoro.

La trovata della Lega dei minibot, per pagare i debiti della P.A., sostenuta dal M5S, di cui non si sa ancora niente di preciso e che non rassicura ancora sul suo carattere inflazionistico, ha suscitato un’aspra polemica tra gli europeisti e quelli che chiamano sovranisti. Naturalmente, a bocciare i minibot è stata l’intellighenzia di sinistra, ossessionata dall’interesse privato e partigiano, ottusamente faziosa nel promuovere la dimensione sovrannazionale e l’estinzione dello Stato sovrano.

Sono state le rappresentanze politiche lontane dalla difesa della cittadinanza, a tacciare le emissioni del Tesoro quali fiches del monopoli, quelle dirigenze che col favore di una dittatura mediatica indicano se stesse come “i competenti”, quelle che disprezzano le trovate popolari, che non difendono più i diritti sociali e che credono di occupare stabilmente lo spazio di una storia politica e di una missione sociale difendendo i toni del politicamente corretto.

Dall’altro lato ci sono i sovranisti. Che non accettano un Capitale assolto dai poteri democratici, che non tollerano le ingiunzioni di economie straniere e concorrenti, che non vogliono un debito pubblico proprietà delle banche, che detestano la vendita delle aziende nazionali, che non accettano nel proprio territorio l’ingresso non concordato di “lavoratori”. Tra questi c’è ancora chi crede nella capacità dello Stato nazionale di attenuare il peso della disuguaglianza, c’è anche chi crede di dover fare prima la rivoluzione in casa propria e poi condividere la cittadinanza con altri.

Giuseppe Di Maio

Un commento

  1. Giannantonio Zanolli

    Come non essere completamente d’accordo con la splendida lucida analisi esposta nell’articolo.
    I partiti sono i secondini di una prigione in cui i cittadini non hanno nemmeno l’ora d’aria.
    E questo in Italia parte dal lontano 1946-48, quando i costituenti che erano già uomini di partito hanno scritto la costituzione ponendo i partiti come soggetti monopolistici del potere politico ..senza prevedere un interruttore che potesse metterli in discussione .

    La sovranità enunciata è del popolo, quella praticata è dei partiti : se 60 milioni di italiani volessero tutti una stessa identica cosa, per ottenerla dovrebbero passare dal placet del parlamento dei partiti sia esso formato da nominati, eletti, ubriachi, pazzi o criminali.
    E oggi con la UE tutto questo è trasportato di sana pianta a livello continentale, applicato a 500 milioni di persone, perfino peggiorato col diritto politico dei comuni mortali reso evanescente, inutile, un accessorio superfluo di un sistema che ne fa tranquillamente a meno.

    Saluti.

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