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Una giustizia quale la società l’attende?

Venezia – Dopo l’esplosione dello scandalo del Consiglio Superiore della Magistratura (che va sciolto subito e ricostituito per sorteggio, per evitare quantomeno le politicizzazioni) e in questi giorni la sentenza di condanna del macellaio Onichini da parte della Corte d’Appello di Venezia che, contrariamente alla richiesta del Procuratore Generale della stessa Corte, ha ritenuto di non ravvisare gli estremi per applicare la nuova norma sulla difesa legittima, è il caso di fare qualche riflessione sulle ragioni della non-giustizia in Italia.

Vuoi per la poca credibilità dei magistrati, vuoi per l’incertezza del risultato finale, vuoi per la lunghezza dei procedimenti, alla fine quello che ci troviamo davanti è un vero disastro della giustizia italiana. Molti possono essere i rimedi che si prospettano. Dal mio punto di vista, quantomeno con riguardo al tema della difesa legittima e del caso Onichini una proposta potrebbe essere quella di pensare di affidare tutti i casi di legittima difesa alla “competenza per materia” delle Corti di Assise.

La ragione è semplicissima. La Legge n. 287/1951 prevede che i componenti di questo Collegio giudicante siano sei giudici popolari e due giudici togati. Queste otto persone, dice la legge, “costituiscono un collegio unico a tutti gli effetti” ovvero sono giudici con identico potere decisionale. I giudici popolari però sono, per numero, tre volte superiori ai togati e il loro voto in camera di consiglio vale come quello dei togati.

Negli Stati Uniti d’America, per esempio, diversamente che da noi, vi è la giuria popolare (non giudici ma giurati) che decide in ordine alla sola colpevolezza o innocenza dell’imputato, lasciando poi ai giudici togati la quantificazione della condanna in caso di affermazione di responsabilità. In Italia il legislatore ha pensato che la giustizia non può essere solo amministrata in nome del popolo, ma, in casi particolari, va affidata proprio al popolo con la compartecipazione a pieno titolo dei cittadini ai Collegi giudicanti di Corte d’Assise.

La Legge n. 287/1951 all’art. 30 indica la formula del giuramento dei giudici popolari nei seguenti termini: “… giuro di ascoltare con diligenza e di esaminare con serenità in questo procedimento prove e ragioni dell’accusa e della difesa, di formare il mio intimo convincimento giudicando con rettitudine ed imparzialità, e di tenere lontano dall’animo mio ogni sentimento di avversione e di favore, affinché la sentenza riesca quale la società l’attende: affermazione di verità e di giustizia”.

Diritto, verità e giustizia spesso non sono in sintonia. I giudici popolari in Italia sono obbligati (come i togati) ad applicare il diritto per affermare con la sentenza la verità emersa dall’esame dei fatti, ma hanno un obbligo in più, ovvero assicurare quella esigenza di giustizia “quale la società l’attende”.

Ciò significa che il diritto non può essere asettico al sentimento sociale di giustizia, per cui accanto al rigoroso e formale ossequio alla norma di diritto, generale ed astratta, si deve porre giustamente attenzione anche alle attese della società.

Sono convinto che nel caso Onichini una decisione affidata alla Corte di Assise composta dai giudici popolari piuttosto che ad un Collegio di soli togati sarebbe stata certamente di piena assoluzione dell’imputato.

Alessio Morosin – Avvocato

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