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Veduta d'Italia (Immagine tratta da Wikimedia - CC BY 2.0)
Veduta d'Italia (Immagine tratta da Wikimedia - CC BY 2.0)

Alcuni sostengono che l’Italia non esiste…

Vicenza – Sergio Salvi è uno scrittore italiano, poeta e storico delle lingue minoritarie. Si è dedicato con passione allo studio e alla difesa delle minoranze etniche dell’Europa occidentale (Le nazioni proibite) e delle minoranze linguistiche italiane (Le lingue tagliate). In alcuni suoi scritti ha parlato del Risorgimento come di una truffa. Nel libro “L’Italia non esiste” (© Leonardo Facco editore) ha scritto tra l’altro:

«Da Stato concepito per tutti gli “italiani” (con la dubbia motivazione che soltanto “uniti” sarebbero potuti divenire prosperi e “liberi” al suo interno e “indipendenti” nei confronti dell’esterno), lo Stato italiano si è dunque ridotto a essere lo Stato degli “italiani” divenuti e rimasti fortunosamente nel tempo suoi cittadini (per giunta non sempre liberi, non tutti prosperi e spesso nemmeno indipendenti sul serio).

Da ciò emerge una contraddizione vistosa: alla rinuncia implicita a compiere l’unità nazional-naturale secondo il programma iniziale si contrappone infatti la convinzione, sia pure mascherata, dello Stato repubblicano di essere, nonostante tutto, la patria di “tutti” gli “italiani”: compresi gli emigrati e gli irredenti. Lo afferma implicitamente il secondo comma dell’articolo 51 della Costituzione vigente quando stabilisce che ai “pubblici uffici” e alle “cariche elettive” dello Stato sono ammessi, insieme ai “cittadini italiani”, anche “gli italiani non appartenenti alla Repubblica” […] Oltre a essere due cose diverse, l’Italia-regione naturale e l’Italia-nazione, assai probabilmente, non esistono se non come fantasie o astrazioni: esistono invece, sicuramente, realtà concrete che non trovano nell’Italia-Stato, così come si è strutturata e a prescindere dal suo mancato compimento, un denominatore comune.

A quegli aspetti che gli studiosi definiscono lo “Stato-ordinamento” e lo “Stato-apparato” (che pure esistono anche se inefficienti) non corrisponde infatti uno “Stato-comunità” (che è già cosa diversa da una nazione). Ad essi soggiacciono invece “comunità” (che potrebbero anche essere nazioni) dall’identità propria e profonda, magari stremate, che tuttavia rivelano insospettabili doti di resistenza all’assorbimento: malgrado la loro scarsa consapevolezza culturale e politica (e la loro omogeneizzazione non sarebbe certo, proprio da un punto di vista allo stesso tempo culturale e morale, da considerarsi un fatto positivo anche se fosse tecnicamente possibile).

Si può allora affermare che l’Italia-Stato non funziona perché assomiglia a una macchina composta di pezzi tra loro non componibili, tenuti insieme dalla forza delle leggi a dispetto della forza di gravità. Per questa ragione l’Italia come Stato è in stato permanente di decomposizione. Lo Stato stesso sembra accorgersi, tutte le volte (e sono ormai tante: Tangentopoli è soltanto l’ultima in ordine di tempo) che è costretto a guardarsi allo specchio, di girare a vuoto.

Non è un caso se, pur proclamandosi ufficialmente “uno e indivisibile”, riconosce ufficiosamente di essere diviso tra un “Sud” e un “Nord” mai composti e sempre meno componibili. Ha dovuto assumere, addirittura un secolo fa, la “questione meridionale” quale propria lancinante ossessione sforzandosi in mille modi (tutti costosissimi e inefficaci) di comporre il divario, impressionante, tra il proprio Nord e il proprio difficile Sud. E sta assistendo, allibito, mentre questo divario continua a crescere, alla nascita, per reazione, di una “questione settentrionale” che ha segnato la rivolta improvvisa del Nord fino al configurarsi di una vera e propria ipotesi secessionista (l’unica davvero seria comparsa lungo il corso della sua storia).»

A questo punto il pensiero va immediatamente ai molti secessionismi presenti nello stivale: quello sud tirolese, siciliano, sardo, toscano, lombardo e veneto, che da tutti è considerato il più effervescente.

Non bastasse l’opera citata possiamo segnalare anche Igor Sibaldi con il suo libro “Prigioni” (© 2017 – Anima Edizioni): «E che dire del fatto che tu sia italiano? Il tuo Passaporto attesa che lo sei. È una verità o una finzione? Tu non sei affatto italiano, per la semplice ragione che non hai idea di che cosa indichi questo aggettivo. L’Italia, divenuta uno Stato unitario da meno di centocinquant’anni, è ancora costituita da culture numerose e molto diverse l’una dall’altra. Una persona nata e cresciuta nel Piemonte occidentale è più affine a un abitante della Savoia che a un abitante del centro della Sicilia. L’aggettivo “italiano” ha senso solo se lo si adopera per indicare il risultato, ancora molto lontano e ancora ignoto a tutti, al quale porterà il difficile processo di integrazione delle diverse culture della penisola. Ma fino a che quel risultato è di là da venire, dire che tu “sia italiano”, è una finzione, tanto quanto lo sarebbe il dire che hai settant’anni quando ne hai invece venticinque. Nondimeno, dicendo che sei italiano non hai affatto la sensazione di stare mentendo. Risultato: di ciò che la nostra Mente chiama “verità”, non puoi fidarti affatto, benché la parola “verità” indichi un atto di fiducia.»

Per questo “sentire della nostra Mente” il 22 ottobre 2017 2.273.985 veneti, su una popolazione complessiva di 4.908.000 (2017), hanno votato per un referendum consultivo che chiedeva l’autonomia, ma c’è da credere che moltissimi che hanno votato , in realtà aspirano all’indipendenza.

Del resto Jules Gerard-Libois, in “Katanga Secession, tradotto da Rebecca Young, University of Wisconsin Press, Madison 1966, sostiene: «In particolare, la teoria dovrebbe riconoscere che un gruppo, vittima di ridistribuzione discriminatoria, ossia, qualora le politiche economiche o fiscali dello Stato operino sistematicamente a detrimento di quel gruppo e a beneficio di altri, in assenza di una valida giustificazione morale per questa difformità di trattamento ha ottime ragioni – almeno prima facie – per tentare di sottrarsi all’unione politica. Una premessa implicita dell’argomento della ridistribuzione discriminatoria è che un fallimento nel soddisfare questa condizione essenziale annulla, di fatto, il diritto statale sul territorio in cui risiedono le vittime; mentre il fatto che queste non abbiano un altro modo per sfuggire a questa ingiustizia conferisce loro un titolo legittimo al territorio medesimo. Questa premessa realizza la connessione richiesta tra valide motivazioni per secedere (ridistribuzione discriminatoria) e la rivendicazione territoriale che deve essere inclusa in un serio argomento a favore della secessione. Una ragione per accogliere questa premessa è che essa fornisce una spiegazione delle nostre intuizioni sulla giustificabilità della secessione in alcuni casi significativi e relativamente incontroversi.» 

A queste constatazioni c’è da aggiungere la rilevazione che su 244 Stati nel mondo, oltre la metà: 129 hanno una popolazione paragonabile a quella di un Veneto indipendente. Di conseguenza le giustificazioni circa la globalizzazione ed altre amenità del genere, e senza prendere in considerazione l’opera di Leopold Kohr “Il crollo delle nazioni” (© 1957), si può aggiungere che ogni anno l’Ipsos Mori diffonde il suo Index of Ignorancerilevazione statistica in grado di indicarci come il paese più ignorante del mondo.

È dunque da queste premesse e giustificazioni che da qualche mese ha preso le mosse quella che auspicabilmente sembra configurarsi come un’intelligencija autoctona: l’«Asenblèa Veneta», che il 15 giugno 2019, a Creazzo, ha tenuto una delle sue prime conferenze pubbliche. Nel corso di questi lavori è intervenuto tra gli altri il professor Andrea Giovanardi (della delegazione trattante l’autonomia per la Regione Veneto) che subito ha cercato di chiarire che lui è un autonomista e non un indipendentista. Egli ha affermato anche che è fuori discussione la possibilità di trattenere sul territorio i nove decimi della ricchezza prodotta (opzione tanto propagandata dal “governatore” Luca Zaia), con il fine di gestire da sé i 23 ambiti oggi di competenza statale. E anche quel 26% dell’Irpef che potrebbe rimanere in Veneto non è certo che sarà accettato dagli ambienti romani.

Nella puntigliosa esposizione (vedere qui, a partire dal minuto 50,50) del professor Giovanardi, il pubblico ha percepito tutta la “complessità”, i “bizantinismi”, le astrusità della questione, e la necessità d’avere un complesso di istituzioni dall’alto valore etico-morale che ha sempre contraddistinto quest’area geografica e la sua popolazione. Infatti, in troppi avvertono l’argomento come ebbe a definirlo Frédéric Bastiat nel libro “Lo Stato” (© 1848): «Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri» e dunque della necessità di tornare nella legittimità di uno Stato veneto indipendente, considerate anche la sua millenaria storia repubblicana, la sua specifica lingua, la sua civiltà, la salvaguardia del proprio territorio, delle sue tradizioni, e del vastissimo patrimonio culturale.

Enzo Trentin

2 Commenti

  1. Giannantonio Zanolli

    La mia modesta opinione parte dalla sensazione che si stia affermando e diffondendo una identità che di fatto risulta essere assai poco determinata dal senso di appartenenza geo etnica, dal sentimento di appartenenza e continuità storica e sempre più da valori e paradigmi che la prospettano come identità del cittadino planetario, universale.

    Se questo fosse vero, ogni rivendicazione di auto determinazione, più che fare riferimento a popoli e Stati, dovrebbe orientarsi al diritto di persone e libere comunità, con forme di democrazia progressiva aperta e di federalismo degli individui, assolutamente diverse da quelle attuali.
    La sfida culturale comporterebbe la assimilazione del diritto positivo a quello naturale e la ridefinizione di ogni legislazione esistente.
    ” un mondo diverso è possibile ” ..ma anche auspicabile.

    Nulla ci è precluso.

    Cordialità .

  2. Estremamente limpido, esaustivo come sempre. Evidenzio quale unica via rimasta e da nessun partito o movimento proposta: cassare lo Stato Unitario e centralista per sostituirlo con uno Stato Confederale fondato da macro-regioni costituite da quei popoli, oggi ancora presenti, nello stivale, riprendendo i principi del compianto Prof. Gianfranco Miglio.

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