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Ciclo dell'affresco «Allegorie del buon e del cattivo governo» - Sala del Consiglio dei Nove, Palazzo Pubblico di Siena
«Allegorie del buon e del cattivo governo» - Sala del Consiglio dei Nove, Palazzo Pubblico di Siena

Riprendiamoci le “Libertas” delle città-stato 

Vicenza – Intorno all’anno Mille si intensifica la rinascita della vita sociale, economica, politica e culturale dell’Occidente europeo. In Italia di tale rinascita sono protagoniste le comunità cittadine, che crescono sotto ogni punto di vista e si provvedono di nuove istituzioni attrezzandosi ad essere Città-Stato. La Chiesa e l’Impero, i due grandi poteri universali dell’epoca, non riescono a contenere l’autonomia e la libertà d’azione delle città. Cattedrali, palazzi e piazze testimoniano ancora oggi la vivacità della civiltà comunale.

Con lo scontro tra nobili e popolo, le città sembravano aver ripreso lo schema repubblicano romano della lotta tra patrizi e plebei. Conoscendo il pericolo dei «signori», che si concretizzava in molte realtà, si cominciarono a paventare i tyranni seguendo gli schemi della letteratura classica. Gli intellettuali del tempo parlano di res publica riferendosi a queste città-Stato, dotate di proprie ferree regole, leggi e regolamenti, essenziali, e forniti di una moralità intrinseca fortissima, come testimoniato anche da codici scritti e tramandati.

Si arriva così all’idea della res publica; una entità che non appartiene a nessuno in particolare, a nessun privato di cui va difeso l’honor, bene essenziale non solo della persona fisica, ma della città, essenziale nei suoi rapporti con i terzi, con le altre città, con i principi, i signori etc. C’è quindi l’idea d’una sfera di diritti in qualche modo intangibili, fuori commercio, inalienabili. Diritti pertinenti a una realtà impalpabile, astratta, al di là delle persone dei singoli governanti, sempre rappresentanti pro tempore di essa, ma mai padroni. Esattamente il contrario di certa democrazia d’oggidì, dove politicanti emersi attraverso una cruda lotta all’interno dei partiti e tra partiti, si arrogano il diritto di disporre a piacimento di tale res publica, per coprire un debito pubblico da essi stessi generato allo scopo di realizzare il voto di scambio prima, e l’elargizione di privilegi quale “bottino di guerra”.

Tolomeo da Lucca (1236 –1327) ricordava che «il sistema politico migliore è quello in cui il governo è affidato ai saggi e virtuosi, come avveniva presso gli antichi Romani»; quello è il migliore di tutti, perché «gli onori cittadini sono assegnati a turno in base ai meriti di ciascun cittadino, come facevano gli antichi Romani». Al giorno d’oggi, in Italia, abbiamo invece il governo dei nominati dai partiti, che quasi mai esprimono i migliori, bensì i più… disinvolti.

Quel sistema di governo allora era prevalente in Europa, tanto che negli anni ’60 del Duecento l’esule da Firenze Brunetto Latini, il famoso notaio maestro di Dante, nel suo Trésor, opera enciclopedica in francese, scriveva che le «signorie», cioè i governi, potevano essere di tre tipi. C’era «quella dei re, quella dei “buoni”, e quella dei “Comuni”». Aggiungendo subito dopo: «la quale ultima è la migliore di tutte». Un mezzo secolo più tardi a Firenze lo stesso Brunetto, già cancelliere della repubblica, sarebbe stato ricordato come colui che aveva insegnato ai fiorentini a «governare la Repubblica seguendo la politica».

Si tratta di una scala di valori, che verrà ancor più chiaramente teorizzato nel Trecento, da Marsilio da Padova e da un Bartolo da Sassoferrato. Quel che qui ci preme invece aggiungere è che questa teoria e prassi del governo «ascendente», dal basso verso l’alto, molto innovativa (potremmo dire democratica, e l’unica democratica in quel contesto urbano dato), non escludeva né il governo per delega a ristrette commissioni (balie per la guerra, per le imposte, gli statuti ecc.), né la faziosità e le esclusioni.

A Siena (ma non solo lì), fino alla caduta della Repubblica nel 1555, l’aristocrazia rurale e quella cittadina (i Magnati o Casati) furono escluse da ogni diritto politico attivo e passivo: non potevano votare né essere votate perché ritenute giustamente pericolose per la “libertas” repubblicana. Infatti si riteneva che le ricchezze di questo ceto potessero comperare i voti. Ovverosia quello che avviene oggi da parte dei partiti politici che impiegano i soldi dei contribuenti (estorti per mezzo di una tassazione persecutoria) per “comperare” il consenso. Va da sé che, in epoca comunale, i nobili poi venissero impiegati in missioni diplomatiche verso il resto del mondo feudale europeo, che male avrebbe tollerato il dover trattare da pari con dei borghesi. Indice che in una istituzione ben organizzata ognuno trova il suo giusto ruolo.

Aperture teoriche e formali e tentativi di controlli elitari o chiusure vere di fatto coesistevano contraddittoriamente nelle convulse vicende di quei decenni. Ma riconosciuta la contraddizione, c’è da chiedersi se essa non sia stata un altro elemento notevole, caratteristico e di modernità essa stessa di quel mondo politico-istituzionale che si reggeva all’insegna di libertas e aequalitas tra i cittadini.

Nel Quattrocento la politica “d’equilibrio” che contrassegnò l’epoca medievale subì una battuta d’arresto. Questo processo portò alla crisi degli universalismi (papato e impero) e alla formazione di repubbliche cittadine e dittature. I nuovi governi, per mantenere una certa stabilità di potere, richiedevano di essere legittimati. Il diritto divino o quello ereditario non bastavano più c’era bisogno del consenso espresso dai sudditi, l’opinione pubblica era il perno portante del potere quattrocentesco e non solo.

Tra il XIII e XIV secolo vennero elaborate alcune teorie circa la legittimazione dal punto di vista giurisdizionale, la più importante delle quali fu quella di Bartolo di Sassoferrato (1313-1357) che nel suo De Tyranno espresse le dinamiche e i rapporti. Dal basso il popolo costituisce il vero potere e dall’alto il “sovrano” è chiamato a gestirlo per il bene della comunità: «cum qualibet civitas superiorem non recognoscat in se ipsa habet liberum populum, et tantam potestate habet in populo, quanta Imperator in universo».

Proprio per questo motivo, alla oramai classica figura del notaio che interpreta a memoria le leggi, subentra e s’irrobustisce la nuova figura del giurista, come professionista che conosce il diritto giustinianeo quanto quello ecclesiastico e traccia con sicurezza le sue teorie. Anche se, a onor del vero, non dobbiamo dimenticare anche le altre figure del nuovo diritto come i giudici, i consulenti, i procuratori, gli amministratori dei comuni, ecc. che, insieme ai primi, formano la corporazione giuridica. Tutti questi eminenti personaggi concorrono a far sì che, in connessione con le vecchie strutture feudali, si giunga ad un compromesso per l’ordinamento cittadino.

Lo sviluppo accelerato dei Comuni nel secolo XII, specialmente nella pianura padana, è portatore di nuovi e più consistenti valori. Sorgono così i primi palazzi pubblici (Palazzo del Comune, del Podestà, della Ragione etc.) che danno un’impronta diversa alla città. I Comuni dispongono dell’arengo o assemblea per dibattere i problemi inerenti l’ordinamento comunale, e qui si prendono delle decisioni che poi vengono ampiamente codificate e redatte dopo essere state votate.

La nascita del nuovo sistema comunale portò come sua conseguenza, lo sviluppo di una corrente letteraria definita Umanesimo, la cui caratteristica principale era porre al centro dell’universo non più il divino ma l’umano. I comuni in tutto il centro-nord della penisola (il femomeno comunale al sud è praticamente assente) amavano circondarsi di artisti e letterati, i quali assumevano spesso il ruolo di legittimatori. Si pensi – uno per tutti – ad Ambrogio Lorenzetti (1290-1348) con gli affreschi del Palazzo pubblico di Siena: Gli effetti del buon Governo.

Ed è da Siena che raccogliamo l’amaro sfogo di Mauro Aurigi, già Consigliere comunale di quel capoluogo, noto per la sua profonda conoscenza della civiltà comunale senese, nonché per la sua combattività, a proposito della quale recentemente ci scriveva: «Quanto alla combattività non sarebbe un problema. È che ho cominciato a prendere coscienza dell’inutilità di qualsiasi militanza che non sia quella di dare la scalata al potere. Uno che il potere invece vuol toglierlo a chi ce l’ha ma per darlo al popolo, non solo non ha speranza, ma rischia ormai di essere visto come un pazzo (dal popolo ovviamente!). Ormai vivo solo per lasciare una traccia, nel senso che domani si possa scoprire che non tutti erano d’accordo con ciò che è successo e che succederà.»

Per far comprendere agli attuali reggitori della res publica quanto sia utile l’avere una memoria storica adeguata, e il prevedere con largo anticipo le riforme che si vogliono introdurre, non affidandosi ad un avventurismo elettorale (da non dimenticare che l’elezione è un fenomeno abbastanza recente, considerato che per secoli ci si è avvalsi anche del sorteggio o ballottaggio, si veda qui) quale quello che certe formazioni politiche pseudo riformiste affrontano ai giorni nostri (per esempio ci sarebbe una riforma che non costa nulla ed è tempestivamente agibile, si veda qui), suggeriamo la lettura di un breve saggio qui allegato, sulla mezzadria. Un istituto nato appunto nel medioevo, che quando scomparve nella seconda metà del XX secolo principalmente ad opera dell’Intelligencija comunista, non diede vita ad una vera riforma, bensì ad un regresso.

Enzo Trentin

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