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Ogni giorno il furbo e lo stupido si destano…

Vicenza – Un antico proverbio recita: ogni giorno il furbo e lo stupido si destano allo stesso modo, ma si fanno buoni affari solo quando si incontrano. E qui vorremmo fare una comparazione esemplificativa sui motivi di affinità oltre che di analogia tra eletto e elettore; poiché funzionale ad adombrare una verità indiscutibile. Almeno per chi è in buona fede. La Costituzione più bella del mondo (secondo un guitto di regime profumatamente pagato con i soldi dei contribuenti), contiene un sacco di contraddizioni e/o storture. Due, prese a caso, eccole qui: 

  • «Art. 1 – L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.» Osserviamo che se il popolo è sovrano, che limiti potrà mai avere? Non è forse il sovrano che detta le regole? 
  • «Art. 67 – Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.» A cosa serve, dunque, che il cittadino sovrano elegga il suo rappresentante, se poi costui è… “senza vincolo di mandato” che gli viene conferito dai votanti? 

Ci siamo sbarazzati della monarchia con un referendum (2 giugno 1946) prima che fosse fatta la Costituzione. Ma appena i partiti nati dalla Resistenza si accorsero del potere che aveva questo istituto giuridico, lo confinarono nei limiti del comma 2 dell’art. 1 della Costituzione della nascente “repubblica Democratica”. Essi sapevano benissimo che da un lato il testo costituzionale soddisfaceva sia i credenti nella sovranità popolare che riferivano i “limiti” alla forma democratica e repubblicana dello Stato (comma 1 dell’art. 1), sia i non credenti che quando si trattò di regolare il referendum con legge (25 maggio 1970 n° 352 destinata a regolare l’esercizio del referendum e prevista dall’ultimo comma dell’art. 75 della Costituzione), ne tradirono lo spirito e la lettera condannando a morte la democrazia. Si aggiunga che la Costituzione (a differenza di quella di innumerevoli altri Stati. Vedi qui) non è mai stata votata dal popolo “sovrano”.

Insomma c’è un problema strutturale, ed è insito nel sistema rappresentativo, che funziona così: il cittadino vota un rappresentante e, così facendo, delega a lui ogni potere decisionale. Risultato: votando, il cittadino si autoesclude da ogni possibilità di decidere. Quello che è assurdo è che lo stesso cittadino che vota spesso si lamenta perché è escluso dal potere decisionale. Non capisce che è proprio lui ad escludersi da quel potere nel momento in cui decide di delegare votando. Un autentico Comma 22. Se davvero si vuole decidere, dovemmo fare semplicemente due cose: 1) Smettere di votare, in modo da fare cadere il sistema. 2) Preparare, a priori, un sistema politico alternativo che ci consenta di partecipare al potere decisionale.

Qui da alcuni decenni (analizzando i soli veneti) entrano in gioco i partiti prima autonomisti e federalisti, più di recente divenuti indipendentisti. La loro inconsistenza propositivo-istituzionale ed elettorale li ha resi solo strumenti atti da un lato a perpetuare la partitocrazia, dall’altro a far vivere di rendite politiche i disinvolti rappresentanti di turno. I cittadini e la democrazia da costoro non hanno tratto alcun beneficio. E il curioso è che attualmente si apprestano a chiedere la fiducia degli elettori in qualche Comune, e sicuramente nel 2020 alla Regione Veneto. Con questi obiettivi alcuni si sono dati ad imitare gli indipendentisti catalani, senza però dare l’impressione di conoscere profondamente la situazione catalana. 

I valenciani, per esempio, che confinano con la Catalogna, e parlano un simil catalano mettono subito le mani avanti, perché non vogliono essere confusi con questi ultimi, poiché osteggiano il centralismo storico catalano. A differenza della Serenissima Repubblica di Venezia che ha sempre rispettato le identità locali. Si aggiunga che molti leader storici hanno abbracciato l’indipendenza come strumento di “distrazione”. Semplicisticamente essendo impastoiati in vicende di corruzione hanno cercato di “comunicare” al governo madrileno più o meno questa prospettiva: «o chiudete un occhio sui “nostri affari”, oppure noi abbracciamo la causa dell’indipendenza.» Infatti sia il padre del catalanismo: Jordi Pujol (il cui figlio ha scontato 2 anni di carcere per corruzione della famiglia Pujol), sia soprattutto Artur Mas (anche lui accusato di corruzione ed affini. Vedi qui) erano sempre stati autonomisti. Potremmo continuare, ma diamo credito al lettore d’aver compreso.

Mark Twain sosteneva: “La storia non si ripete ma a volte fa rima“. Ebbene oggi scopriamo che (anche se all’epoca non potevamo saperlo) già nel 1939, lo State Department ed il Council on Foreign Relations USA cominciavano a pianificare il dopoguerra, e a pensare come sarebbe stato il mondo a pace raggiunta. Charles de Gaulle, nel 1952 affermava: «Le regime ne se transformera pas de lui-même, Cela n’est  jamais arrivé dans notre histoire. Il faut un pression de l’éxtérieur.» Dunque, quando (come sempre in Italia) un evento esterno farà cadere l’attuale regime integrale sindacal-partitocratico rappresentativo, sarà utile avere una proposta complessiva da rimettere al giudizio del “popolo sovrano”.

Orbene, non è solo la democrazia italiana che è deficitaria; è lo stesso Stato italiano che è mal assemblato, peggio governato, ed irriformabile. Per convincersene non è necessario esibire uno specifico master della Harvard University; basta seguire una qualsiasi rassegna stampa mattutina per constatare che nemmeno i bollettini di guerra sono così deprimenti e desolanti. Di conseguenza è necessario un progetto istituzionale compiuto. Partire dal Parlamento è escluso. Tanti sono i paletti che la partitocrazia ha innalzato per le new entry, e scarse sono le possibilità di eleggere una rappresentanza significativamente e potenzialmente determinante.

A livello di Comuni le difficoltà non sono minori, ma le possibilità diventano maggiori, considerato che i partiti oramai cercano un po’ dappertutto di mimetizzarsi in Liste Civiche, che di “civico” hanno poco o nulla. E a livello comunale si può agire sulla revisione o riforma dello Statuto comunale (di esclusiva competenza dei Consiglieri comunali e di nessun altro), introducendo gli strumenti di democrazia diretta correttamente interpretati e normati, ivi compreso il sorteggio e il recall; già illustrati qui.

Sulla validità di un referendum “consultivo” (tanto per intenderci quello voluto dalla Lega Nord per l’autonomia del Veneto, ad oggi non ancora ottenuta, e quando verrà non si sa di che tipo sarà) senza tanti giri di parole, riportiamo quanto ha deliberato la sentenza della Corte costituzionale n. 334/2004, che chiarisce benissimo in cosa consista: «…dal momento che il referendum ha carattere consultivo e non priva il legislatore nazionale della propria assoluta discrezionalità quanto all’approvazione della legge che…». Dunque, per analogia, anche il Consiglio comunale o provinciale o regionale come pure il Parlamento è libero di non tener conto dell’esito. Se i politicanti sono liberi di non tenerne conto, perché predisporre detto referendum consultivo? Per demagogia? Per dare il fumo negli occhi ai cittadini elettori?

Eppure sulla validità dello strumento referendum – che per sua natura è deliberativo e non consultivo – il 23 aprile 1992, da Strasburgo, il Super Presidente (Francesco Cossiga) decise di buttarsi tutto sul presidenzialismo. Fu una scelta di campo chiara e forte. «Non si può dire che la repubblica presidenziale sia la dittatura. Non si può dire che è attentato alla democrazia far eleggere il presidente direttamente dal popolo. Non possiamo dire che far intervenire direttamente il popolo, anche in modo propositivo nella formulazione della Costituzione, sia fascismo. Perché allora», esclamò, alzando l’indice, «è fascismo l’instaurazione della repubblica attraverso un referendum?»

Dunque non sarebbe bizzarro chiedere l’indipendenza del Veneto attraverso un referendum. Ma a parte i veti della partitocrazia, gli elettori dovrebbero sapere a priori in cosa consisterebbe tale autodeterminazione. Attraverso quali istituzioni e regole? Quis custodiet custodes? (dal latino «chi custodirà i custodi?»). Da confrontare con l’altra frase analoga della Repubblica di Platone, III, 13, «sarebbe certo ridicolo che il custode avesse bisogno di un custode»), ripetuta, seriamente o scherzosamente, per esprimere sfiducia (genericamente, o riguardo a determinate persone) sulla capacità o sull’onestà di chi ha compiti di sorveglianza del potere costituito.

Enzo Trentin

2 Commenti

  1. Enzo Trentin sei un grande!!! Era ora che qualcuno oltre a me avesse il coraggio di dire pane al pane e vino al vino!!! Grazie per questo articolo e grazie per l’analisi serissima che hai fatto su questo argomento! Spero che non sia l’ultima volta che leggo un pensiero espresso così linearmente e che è assolutamente uguale al mio!

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